Hamas apre al piano Trump, ma non è la resa, di Eliana Riva

Prima del termine fissato dal presidente Trump, accompagnato dalla solita minaccia di scatenare l’inferno, Hamas ha risposto ieri in tarda serata al piano statunitense per Gaza. Ha dichiarato di accogliere con favore gli sforzi internazionali e in particolar modo quelli di Trump per porre fine alla guerra, e si è detta disposta a liberare tutti gli ostaggi israeliani.
Non si tratta di una accettazione completa ma della disponibilità ad aderire ai principi definiti dal progetto sullo scambio prigionieri, sull’ingresso degli aiuti umanitari e sul trasferimento di poteri a un’amministrazione tecnocratica indipendente. Tutto il resto, o quasi, dovrà essere discusso. Così, almeno, vorrebbe Hamas, che non fa riferimento all’obbligo di disarmo né all’esilio ma chiede il completo ritiro israeliano e il rispetto del diritto internazionale: «Per quanto riguarda le altre questioni contenute nella proposta di Trump, relative al futuro di Gaza e ai diritti del popolo palestinese, queste sono legate a una posizione nazionale collettiva e alle pertinenti leggi e risoluzioni internazionali».
Ma il piano di Donald Trump per Gaza non rispetta il diritto internazionale. Lo ha spiegato ieri un gruppo di esperti delle Nazioni unite. Avvisando che gli elementi chiave della proposta sono incompatibili con il parere della Corte internazionale di giustizia (Cig), che esorta Israele a porre fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi. «Imporre una pace immediata a qualsiasi costo, indipendentemente o sfacciatamente contro la legge e la giustizia, è una ricetta per ulteriori ingiustizie, future violenze e instabilità», hanno dichiarato, illustrando una ad una le criticità che in molti avevano già rilevato.
Il team è composto da 23 relatori/relatrici speciali, due esperti/esperte indipendenti e tre gruppi di lavoro nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite. Sono volontari indipendenti, scelti per fornire consulenza e suggerimenti. Hanno dichiarato che «l’occupazione israeliana deve finire immediatamente, totalmente e incondizionatamente, con la dovuta riparazione ai palestinesi». Gli esperti hanno accolto con favore alcune parti del progetto annunciato dal presidente Usa, chiarendo però che si tratta dei requisiti generali del diritto internazionale, validi a prescindere dal piano. Tra le principali preoccupazioni, le inesistenti o fumose garanzie sul diritto palestinese all’autodeterminazione, soggetto a precondizioni che non dipendono dai palestinesi stessi. Il «governo di transizione temporanea» è bollato come illegittimo. Il «Consiglio di pace» presieduto dal presidente degli Stati uniti, governo amico e alleato fidato di Israele, riproduce una pratica coloniale da respingere con decisione. La «Forza internazionale di stabilizzazione», un’occupazione guidata dagli Usa, è stata definita «totalmente inaccettabile» dagli esperti, così come la presenza a tempo indeterminato di Tel Aviv nei confini di Gaza.
Il gruppo ONU sottolinea che nel suo piano, Trump parla della smilitarizzazione di Hamas ma non di quella di Israele, il quale commette crimini contro i palestinesi e i Paesi della regione. Il «piano di sviluppo economico» prefigura uno sfruttamento delle risorse di Gaza. Anche l’amnistia totale ai membri di Hamas è criticata dal team di esperti, così come il rilascio limitato dei prigionieri palestinesi detenuti illegalmente.
Non è neanche garantito l’accesso ai giornalisti internazionali e il coinvolgimento dell’Onu: «Le Nazioni Unite – non Israele o il suo più stretto alleato – sono state identificate dalla Cig come l’autorità legittima per supervisionare la fine dell’occupazione e la transizione verso una soluzione politica in cui il diritto all’autodeterminazione sia pienamente realizzato».
Il ministro degli Affari esteri del Pakistan ha dichiarato che i 20 punti del presidente Usa non sono quelli concordati con i Paesi arabi e islamici, ma sono stati cambiati a insaputa del gruppo. Qatar ed Egitto hanno affermato che sono necessari ulteriori colloqui per definire aspetti fondamentali, soprattutto riguardo la governance e gli accordi di sicurezza.
Intanto, nella Striscia il bagno di sangue continua. Un neonato è morto nell’ospedale di al-Helou, assediato e attaccato da Israele. Tre nati prematuri sono stati trasferiti in altre strutture del sud ma dieci rimangono a Gaza City. Altre due persone, tra cui un bambino, sono morte di malnutrizione e 63 palestinesi sono stati ammazzati in 24 ore. A Gaza City gli attacchi si sono intensificati, soprattutto nel quartiere di Sabra, dove si concentra la maggior parte della popolazione rimasta. In quest’area, raccontano i testimoni, è ancora possibile trovare un po’ di acqua e cibo ma l’esercito intende sfollarli, spingendoli verso la costa per poi mandarli a sud. Sulla via di fuga si sente, continuo, il suono delle mitragliatrici e dei droni.
È sempre piu difficile mettersi in contatto con la città di Gaza, perché Israele ha tagliato le comunicazioni mentre continua a far esplodere torri ed edifici. La popolazione si sposta verso al-Mawasi, quella che Tel Aviv ha chiamato «zona umanitaria» e dove pure Trump ha ordinato di dirigersi. Ma l’area è bombardata quotidianamente e anche ieri un raid ha causato sette morti. L’Unicef ha dichiarato che la versione secondo cui esiste una zona sicura nel sud della Striscia non è altro che «una farsa».

ilmanifesto.it/gaza-esperti-onu-piano-trump-contrario-al-diritto

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