La proposta di istituire hub per i rimpatri in Paesi terzi si colloca all’interno di una più ampia tendenza delle politiche migratorie occidentali alla cosiddetta esternalizzazione dei confini. Con questa espressione si indica il trasferimento, al di fuori dello spazio territoriale e giuridico europeo, di funzioni tradizionalmente connesse al controllo delle frontiere, alla gestione delle procedure migratorie e, in alcuni casi, all’esame delle domande di protezione internazionale. Si tratta di un modello che può produrre effetti contingenti sul piano del contenimento dei flussi, ma che difficilmente può essere considerato una risposta strutturale alla mobilità internazionale.
La proposta sostenuta da Giorgia Meloni non rappresenta, sotto questo profilo, una novità assoluta. Già nel 2003 il governo britannico guidato da Tony Blair aveva avanzato una «New Vision for Refugees», che prevedeva la costituzione di «regional protection areas» nelle regioni di origine e di centri di transito esterni all’Unione europea. Il progetto rispondeva all’obiettivo di intercettare i richiedenti asilo prima del loro ingresso nello spazio europeo e di trasferire all’esterno parte della gestione delle procedure. L’iniziativa incontrò tuttavia forti riserve sul piano politico e giuridico, in particolare rispetto alla tutela effettiva dei diritti garantiti dalla Convenzione di Ginevra e al principio della condivisione internazionale delle responsabilità.
Una dinamica analoga, sebbene sviluppata attraverso strumenti diversi, è rintracciabile nelle politiche migratorie promosse negli Stati Uniti da Donald Trump. L’accordo concluso nel 2019 con il Guatemala sul cosiddetto «Paese terzo sicuro» e il programma «Remain in Mexico» miravano entrambi a impedire che la gestione delle richieste d’asilo si svolgesse integralmente sul territorio statunitense. Nel secondo mandato, inoltre, l’amministrazione Trump ha ulteriormente ampliato il ricorso al trasferimento e al rimpatrio di migranti verso Paesi terzi. In contesti differenti emerge dunque una medesima logica politica: dislocare territorialmente la gestione della mobilità allo scopo di ridurre la pressione migratoria diretta sui Paesi di destinazione.
Il limite principale di tale impostazione consiste tuttavia nel rischio di confondere la gestione dei confini con il governo delle migrazioni. Le due dimensioni non coincidono. Il controllo delle frontiere costituisce certamente una prerogativa degli Stati e una componente necessaria di qualsiasi politica migratoria credibile. Ma i movimenti di popolazione contemporanei sono determinati da fattori demografici, economici, politici, ambientali e di sicurezza che non possono essere neutralizzati attraverso la semplice delocalizzazione degli strumenti di contenimento.
L’esternalizzazione dei confini può modificare le rotte, innalzare i costi della migrazione irregolare o ridurre temporaneamente gli arrivi lungo determinati corridoi. Non elimina però i differenziali demografici e reddituali tra le due sponde del Mediterraneo, né le crisi politiche e ambientali che alimentano la mobilità. Soprattutto, non affronta una delle contraddizioni fondamentali delle politiche europee: la crescente chiusura nei confronti dell’immigrazione si sviluppa parallelamente a una sempre maggiore necessità di forza lavoro.
Le proiezioni demografiche indicano infatti che nel 2050 l’Unione europea rappresenterà meno del 5 per cento della popolazione mondiale e presenterà una struttura per età fortemente sbilanciata verso le fasce più anziane. L’invecchiamento della popolazione avrà effetti rilevanti sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali e sanitari, sulla disponibilità di lavoratori e, più in generale, sulla capacità competitiva dell’economia europea. In numerosi settori, dalle attività produttive ai servizi alla persona, dall’agricoltura all’edilizia, le carenze di manodopera costituiscono già oggi un problema strutturale.
La questione migratoria dovrebbe essere pertanto ricollocata all’interno di una strategia di lungo periodo. Il problema non consiste semplicemente nello stabilire come impedire l’ingresso di nuovi migranti, ma nel determinare quali forme di mobilità siano compatibili con gli interessi economici e sociali dell’Europa e, contemporaneamente, con quelli dei Paesi di origine. In questa prospettiva, immigrazione regolare, programmazione del mercato del lavoro e politiche di integrazione diventano componenti di una medesima politica pubblica.
Ciò implica l’apertura di canali legali di ingresso calibrati sui fabbisogni occupazionali, programmi di formazione professionale realizzati anche nei Paesi di origine, sistemi efficaci di riconoscimento delle qualifiche, accordi sulla mobilità circolare e strumenti di integrazione sociale. Un simile modello non esclude il controllo delle frontiere né il contrasto alle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Al contrario, l’esistenza di alternative legali e regolamentate può contribuire a ridurre il potere economico dei trafficanti e la vulnerabilità dei migranti.
Particolarmente problematica appare inoltre la dimensione euro-africana dell’esternalizzazione. Il rischio è che alcuni Paesi del continente africano vengano progressivamente trasformati in zone di contenimento delle migrazioni dirette verso l’Europa. In tal caso, il rapporto tra Europa e Africa cesserebbe di configurarsi come una partnership tra soggetti dotati di interessi convergenti e divergenti e assumerebbe una struttura fortemente asimmetrica: risorse economiche e cooperazione verrebbero utilizzate, direttamente o indirettamente, come strumenti per trasferire verso Sud una funzione di controllo concepita prevalentemente nell’interesse europeo.
A questo punto sia consentita una domanda, formulata con tutto il garbo possibile, alla Presidente Meloni. Gli eventuali hub africani dovrebbero essere considerati anch’essi parte del Piano Mattei? La questione non è del tutto peregrina. Il Piano è stato presentato dal Governo italiano come espressione di un rapporto nuovo con l’Africa, fondato su cooperazione «da pari a pari», rispetto reciproco, sviluppo condiviso e superamento delle vecchie asimmetrie. Sarebbe dunque interessante comprendere in quale modo l’esternalizzazione dei confini europei possa inserirsi coerentemente in questa filosofia. Se il partenariato significa costruire insieme infrastrutture, formazione, agricoltura, energia, sistemi produttivi e opportunità di sviluppo, la trasformazione di alcuni Paesi africani in luoghi deputati ad accogliere persone che l’Europa preferisce non avere sul proprio territorio sembrerebbe appartenere, almeno a prima vista, a un’altra grammatica politica. Naturalmente può darsi che vi sia una coerenza che sfugge all’osservatore. Ma proprio per questo sarebbe utile esplicitarla. Un Piano intitolato a Enrico Mattei e programmaticamente costruito sull’idea di superare rapporti di dipendenza con il continente africano meriterebbe infatti di essere tenuto prudentemente al riparo dal sospetto che la cooperazione «tra pari» possa comprendere anche il servizio, affidato a uno dei due pari, di custodire alla frontiera coloro che l’altro preferisce non far entrare.
È precisamente in questa asimmetria che può essere individuato un tratto riconducibile a una persistente matrice post-coloniale. Non perché ogni politica di cooperazione migratoria sia necessariamente coloniale, ma perché lo diventa quando l’Africa viene considerata soprattutto come spazio funzionale alla sicurezza europea e non come soggetto politico dotato di proprie esigenze demografiche, economiche e sociali. Una vera cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo dovrebbe invece muovere dal riconoscimento della reciproca interdipendenza.
L’obiettivo dovrebbe essere duplice: creare nei Paesi africani condizioni economiche e istituzionali che rendano la migrazione una scelta e non una necessità e, al tempo stesso, costruire percorsi di mobilità regolare che rispondano anche alle esigenze demografiche e produttive europee. Questo significa riconoscere che lo sviluppo africano non può essere concepito semplicemente come strumento per «fermare le partenze». Anche questa formula, apparentemente pragmatica, contiene un’ambiguità. Lo sviluppo non è una tecnologia di contenimento migratorio, ma un diritto delle società africane e una condizione per relazioni più equilibrate tra i due continenti.
Si tratta, in altri termini, di passare da una politica prevalentemente difensiva a una politica di governo della mobilità. Il nodo fondamentale non è quindi l’alternativa semplicistica tra frontiere aperte e frontiere chiuse. Ogni sistema politico ha il diritto e il dovere di regolare gli ingressi. La questione è se tale regolazione venga concepita esclusivamente come contenimento o come parte di una più ampia strategia economica, demografica e geopolitica.
Le esperienze riconducibili a Blair, Trump e, oggi, alle proposte europee sui return hubs mostrano la persistenza della tentazione di trasferire altrove la gestione dei flussi. Ma l’esternalizzazione dei confini non coincide con una politica migratoria. Può essere uno strumento amministrativo o securitario; non rappresenta, di per sé, una strategia capace di governare le trasformazioni demografiche e sociali del XXI secolo.
Il problema, in definitiva, non è stabilire se l’Europa debba avere confini, ma quale Europa si intenda costruire dentro quei confini e quale rapporto essa voglia instaurare con il continente che le sta di fronte. Spostare geograficamente una frontiera non significa governare la mobilità umana. Significa, nel migliore dei casi, modificarne temporaneamente le modalità e, nel peggiore, trasferire altrove problemi e responsabilità che rimangono sostanzialmente irrisolti.
[missionario comboniano, esperto di problemi africani, capo ufficio stampa Vicariato, Roma]


