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Uguali nella caduta e nell’amore, di Giovanni Maria Flick

creato da webmaster ultima modifica 18/04/2019 16:48
Riportiamo la versione integrale di un articolo pubblicato sul numero cartaceo 102 di Cercasi un fine, sul tema della Misericordia...

 

Il luogo della giustizia è la vita collettiva, perché l’essere-altro, l’essere-separato, dall’altra parte, è ciò che distingue la giustizia, dall’amore, dove è abolita la distanza e gli individui non vengono contrapposti l’uno all’altro, quali separate altruità, come degli estranei. Il giusfilosofo tedesco Josef Pieper ha scritto che “essere giusto vuol dire convalidare l’altro come tale, vuol dire insomma offrire il riconoscimento, là dove è possibile l’amore. E la giustizia avverte, dal canto suo, che esiste un altro, il quale non è come me e tuttavia ha anche lui il diritto al suo”. La giustizia è la virtù che ci porta a riconoscere a ciascuno ciò che gli spetta,  ciò che è suo. Ma cosa significa rendere il suo a ciascuno? Padre Joseph de Finance, nella sua Etica Generale, individua due significati di suo. Il primo è quello tradizionale, di pronome possessivo, che designa una unità di possedente e posseduto: quest’ultimo è riferito al primo come la parte di tutto, l’organo al vivente, lo strumento all’agente. In questo senso – scrive de Finance – si dirà che ogni esistente possiede i suoi principi intrinseci: essi sono i suoi perché maggiormente collegati al suo essere, senza i quali quell’individuo non potrebbe essere ciò che è, senza dei quali non potrebbe esistere.  Sotto questo aspetto, la giustizia rappresenta, per ciascun individuo, il suo dovuto, proprio per consentirgli di essere, unico e irripetibile. Ma c’è anche un senso diverso di suo, un senso riflessivo. In tale prospettiva suo non è semplicemente ciò che è unito al soggetto mediante una relazione oggettiva di possesso, ma è piuttosto la coscienza e la consapevolezza di tale possesso. La misericordia è, dunque, innanzitutto la irripetibile tenerezza della madre per il figlio, che continua a rimanere nelle sua viscere anche dopo il parto; o la profondità amorosa, incorruttibile dal tempo, che proviamo verso il nostro fratello di sangue, più giovane o anziano che sia. È, per il cristiano, la consapevolezza dell’amore infinito posto a base della nostra creazione. Essa muove – ha ben scritto il giovane prete sardo don Alessandro Simula – da un sentimento spontaneo, non da una deliberazione cosciente. Dall’altra parte, della misericordia iniziale, Dio conserva memoria per gli uomini: a condizione che gli uomini siano fervidi nella speranza di riceverla, fino all’esistenza, fino quasi all’insolenza. Come Abramo allorquando apre la trattativa con il suo Signore per cercare di salvare Sodoma, con una intercessione sublime, che finisce per commuovere e fa tremare chi legge (e turba la legge). Si salverà solo Lot, come sappiamo, ma Abramo insegna la compassione che dovremmo avere per i peccatori, e mostra con quanta intensità dovremmo pregare per loro, cioè per noi stessi. Nella tradizione, che non ha ritenuto di far propria l’aurora della Croce, giustizia e misericordia si fronteggiano da sempre: persino nel nome della divinità. Il Dio della misericordia subentra, nella tradizione ebraica, a quello della giustizia e del rigore. La giustizia, se non unita alla carità, resta imperfetta, monca: una dimensione regolativa che scivola, progressivamente, nel legalismo. La finitudine della giustizia, che risalta al cospetto della grandezza infinita della misericordia, è resa bene in due parabole evangeliche. La prima è la parabola del debitore spietato (Matteo, 18, 23) nella quale il re scopre un servo debitore di diecimila talenti, ma recede, per sue suppliche, dall’originario proposito di venderlo con la moglie, i figli e con quanto possedeva, affinché saldasse il suo debito. Appena uscito, quel servo ne trova un altro come lui che gli doveva cento denari. Lo afferra e lo soffoca, dicendogli di pagare il dovuto. Il debitore spietato non vuole esaudire le suppliche del suo compagno e lo fa gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Venutolo a sapere, il re lo fece richiamare e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato il tuo debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse avere anche tu pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” E, sdegnato, lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Il comportamento del debitore spietato è, in punto di giustizia, ineccepibile: dal condono del suo debito non deriva affatto alcun obbligo, per lui, di condonare a sua volta.  In questo senso, rendere a ciascuno il suo è anche rendere a ciascuno la coscienza di sé, dunque la libertà: aggiunge de Finance che voler rendere a ciascuno ciò che è suo è innanzitutto volere che ciascuno sia se stesso, cioè sia libero. Nell’ordine pratico, la prima manifestazione della giustizia – l’imprescindibile condizione del suo manifestarsi – è dunque la libertà. La volontà costante e perpetua di rendere a ciascuno il suo diritto è, innanzitutto la volontà costante di riconoscergli il diritto alla libertà, primo fondamento di ogni relazione tra gli uomini, precondizione dell’uguaglianza: quest’ultima – e con essa la virtù della giustizia chiamata a garantirne la realizzazione – non potrebbe neppure ipotizzarsi senza il riconoscimento della reciproca libertà.  La relazione umana si struttura tra eguali – e può dunque configurarsi come giusta – solo se gli eguali sono, innanzitutto, egualmente liberi. Dunque, la giustizia è virtù fondata sulla costante autolimitazione, per garantire, innanzitutto, a ciascun altro di essere sé stesso, di essere libero.  Anche per la misericordia iniziamo dal topos, dal luogo, attraverso cui l’origine ebraica definisce la misericordia. Il termine quale l’Antico Testamento indica la misericordia è rehamim, che propriamente designa le viscere, al singolare, in senso materno ventre. Dunque a differenza della giustizia, che si struttura nella relazione, la misericordia si colloca, anche topograficamente, nell’antro più segreto della corporeità del singolo uomo. Ovviamente, si tratta di un senso traslato, metaforico: serve, linguisticamente, a esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore, come la madre o il padre al proprio figlio o un fratello all’altro. Essendo questo legame riposto nella parte più intima dell’uomo – le viscere, appunto. L’atto della creazione è il primo – nell’ordine temporale, ma anche in quello assiologico – atto di misericordia: si potrebbe dire, è ciò che fonda la misericordia futura tra tutti gli uomini. Anche a costo di annacquare la giustizia, mettendone in forse la sua perfezione, rischiando – e la cancellazione della scena delle precedenti venticinque creazioni ne è la conferma – un mondo claudicante. La misericordia, nella sua prima Epifania, è dunque un atto di ritrosia del perfetto rigore: un cedimento della giustizia, una rinuncia alla sua perfetta completezza per creare un mondo imperfetto e donarlo agli uomini. Da allora, da quest’atto fondativo, sarà sempre così: la misericordia sarà atto di trasfigurazione della giustizia, un subentrare a essa, una sua sublimazione. Sotto questo aspetto, la misericordia è la forza reale della giustizia. La misericordia intesa come clemenza, come esercizio clemente della giustizia è sintomo della vera forza di quest’ultima: un po’ come il pianto è la vera forza del bambino inerme. L’apostolo Paolo descrive in una frase la condizione per poter pensare al mistero della giustizia: in generale, direi, per poter pensare. La condizione – egualitaria quanto la morte – del peccato, che ci accomuna in una umanità diversissima in tutto il resto, ma parificata in questo; la misericordia, che ugualmente ci solleva tutti, distribuendo amore infinito a tutti, senza distinzione. Al problema delle disuguaglianze del mondo, la prospettiva cristiana risponde che l’unica possibile uguaglianza – e anche la più importante – è ai punti estremi della nostra condizione umana: tutti uguali nella caduta; tutti uguali nell’amore che ci solleva. Così, la misericordia diviene la giustizia in cui si unisce la carità: essa è il perfezionamento della giustizia, ma, al tempo stesso, il suo superamento. Il pensiero paolino è chiarissimo sul punto: per rendersene conto è sufficiente rileggere uno dei passi più noti e intensi (e, letterariamente, più belli), quale l’inno alla carità (I Corinzi, 13, 1-13). La seconda parabola è quella degli operai e della vigna (Matteo, 10, 1-16). Quella legge, quale principio di giustizia, potrebbe mai prevedere che lavori diversi, per durata, fatica e intensità, siano retribuiti allo stesso modo? E quale giudice potrebbe mai dar torto a quegli operai dalla mattina che, pensando di essere trattati ingiustamente, mormoravano contro il padrone: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li ha trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo!” Eppure, lo stesso padrone della vigna sa mettere in crisi lo stesso concetto umano di giustizia, fondata sulla scala ordinata dei valori e dei meriti. La misericordia, abbiamo detto, invece non presuppone meriti: li supera; evade la logica, come ogni vera grandezza dell’animo; di più, è autenticamente eversiva, nel senso etimologico fuori dal verso delle cose, dalla loro direzione ordinaria, come nessuna giustizia umana – nel nome della quale pure si sono intraprese centinaia di rivoluzioni – potrebbe mai esserlo. L’imprevedibile gratuità della misericordia scardina completamente la limitata visione della mentalità umana e diventa pietra d’inciampo persino dei principi della giustizia. La giustizia di Dio non contrasta, in realtà, con la giustizia umana (ogni operaio della parabola riceve la retribuzione concordata), ma la trascende, completandola e trasformandola con l’amore. Per il giurista che insegue quotidianamente la giustizia, la consapevolezza di questo superamento è una speranza intensa e irrinunciabile.

[già presidente della Corte Costituzionale e Ministro di Grazia e Giustizia]

 

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