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Oltre i conflitti e gli scontri di civiltà, di Giuseppe Goffredo

creato da webmaster ultima modifica 18/04/2019 16:48
Riportiamo la versione integrale di un articolo pubblicato sul numero cartaceo 102 di Cercasi un fine, sul tema della Misericordia...

 

L’Europa dopo gli attentati di Parigi si sente minacciata, colpita, offesa, dal terrorismo di matrice islamista. Essa si sente assediata e invasa dai profughi che fuggono dal Medio Oriente e dalle regioni dell’Africa colpite dalla fame e dalla siccità. Gli attentati di Parigi innervosiscono i governi, rendono ostili le società civili, limitano i margini di ragionevolezza dell’opinione pubblica, danno ai leader più reazionari il motivo di soffiare sul fuoco dell’islamofobia. Con i morti sul selciato e la paura che incalza il problema terroristico è denudato di qualsiasi ragionamento per essere militarizzato, ovvero portato su un piano militare, un affaire di intelligence, qualcosa che sfugge alla cittadinanza. La Francia vara leggi speciali antiterrorismo che, di fatto, limitano la libertà di movimento e di espressione. Ma tutto ciò non rappresenta già una deviazione dal funzionamento che sovrintende una democrazia? I servizi, segreti, la polizia, l’esercito sono delegati a fare pulizia e controllo del malaffare e del terrorismo, ma la cittadinanza non può indietreggiare rispetto alla propria volontà di interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Militarizzare la questione del terrorismo, privarlo del connotato di ogni ragionamento storico, politico, culturale, non significa fare esattamente quello che il terrorismo vuole?

Il terrorismo in sé è un entità astratta, fantasmatica, indefinita ma che si presenta nelle sue azioni  come realtà determinata, concreta, definita. L’Isis nella fattispecie organizza attentati in ogni parte del mondo, avendo come base un vasto territorio in Medio Oriente. La sua azione è rivendicata in nome di un islam fondamentalista. Detto in questi termini tutto parrebbe chiaro. Ma è proprio da questa definizione così concreta che cominciano a scaturire gli interrogativi. Ci si chiede, allora: come nasce un’organizzazione terroristica come l’Isis? Come può assumere in così poco tempo una tale capacità di potenza e organizzazione? Chi finanzia l’Isis? Chi arma l’Isis? Chi compra il suo petrolio? Come ha potuto in mondo indisturbato conquistare un territorio così vasto fra la Siria e l’Iraq e compiere eccidi tanto efferati su intere popolazioni? Perché tanto accanimento verso musei e siti archeologici?

l’Isis assolve a diverse funzioni geopolitiche e risponde a molteplici funzioni simboliche. L’Isis ha sostituito al-Qaeda, come Abu Bakr al-Baghdadi ha sostituito Osama Bin Laden nell’immaginario collettivo occidentale. Nel passaggio di testimone ha moltiplicato il suo aspetto mostruoso, sanguinario, estremo; al-Baghdadi vestito di nero, rispetto a Bin Laden, vestito di bianco, proietta in modo ancora più inquietante la sua ombra sul resto del mondo. L’Isis rappresenta l’Islam come la penna di alcuni orientalisti vorrebbe fosse rappresentato: terribile, violento, conquistatore, barbarico, fatto da affiliati tagliatori di gole, jihadisti spietati che stuprano donne e addestrano i bambini alla guerra. La bandiera nera del Daesh ricorda molto quella dei pirati inglesi del Seicento; essa la ritroviamo in alcuni spot issata sulla Tour Eiffel o sulla cupola di San Pietro a Roma, in segno di conquista. L’Isis così appare nel nostro immaginario come la Cosa Mostruosa. Il male assoluto. L’orrore. L’empietà. Lo spavento finale. L’inguardabile e l’irrappresentabile. Essa parla e agisce in nome dell’Islam. Attraverso la Cosa-Isis l’Islam si deve ritenere la religione della violenza, della morte, dell’orrore. E per estensione i musulmani classificati come popoli potenzialmente sanguinari, violenti, fanatici.

I fanatici ed i violenti uccidono sempre in nome di qualcosa tradendo quel qualcosa. Eppure sono loro che alla fine sono creduti i rappresentanti di quel qualcosa. E tutti gli altri che credono senza uccidere devono difendere da loro quello in cui credono, distanziarlo dalla violenza criminale e allo stesso tempo dimostrare la propria innocenza; difendere la propria persona da chi li attacca per il solo fatto di avere quel credo religioso. Operazione non facile. Poiché l’immaginario creato dalla malafede è più veloce della possibilità di dimostrare la propria buona fede. La Cosa terroristica in questo modo è un mantello nero che cala su tutti i musulmani rendendo non credibile la loro buona fede. Ognuno, emigrato, profugo, clandestino, cittadino europeo musulmano, per il solo fatto di essere musulmano, o provenire da terre musulmane: può essere ritenuto parte della malafede.

In questi anni di analisi e riflessioni, utilizzando la lezione di Edward Said, ho posto come questione centrale nel rapporto fra l’Europa e il mondo Mediterraneo, la visione culturale e i malintesi incistati almeno a partire dal varo del colonialismo. Tenendo conto che il colonialismo per giustificare la propria conquista ha costruito e proiettato in ogni settore della vita simbolica e culturale una raffigurazione astratta e caricaturale dell’altro. Studiare l’altro da parte degli “orientalisti” in qualche modo ha significato inventare un linguaggio per deformarli agli occhi delle società europee. Lo stereotipo vuole, ad esempio, che l’arabo sia un individuo arretrato, violento, sessuofobico. Questi caratteri, attribuiti alla radice religiosa e/o semita, sono ampliati all’intera civiltà musulmana e orientale. Ancora oggi i professori di storia nei licei dedicano poche lezioni alla civiltà araba-islamica. Nessuno ricorda che per più di due secoli la Sicilia e stata un’isola musulmana e che la Spagna del sud è stata musulmana per sette secoli. Pochi mettono in evidenza come dalla Sicilia multiculturale di Federico II è germogliato l’Umanesimo italiano e il successivo Rinascimento europeo. I poeti della scuola siciliana, che rappresentano la prima poesia in volgare della letteratura italiana, si sono abbeverati al dīwān dei poeti arabi della Sicilia musulmana. I testi classici del pensiero greco tradotti e custoditi nelle biblioteche prima Omayyade di Damasco e poi Abbaside di Baghdad, sono approdati nei centri della cultura musulmana di Toledo, di Cordoba, di Siviglia, di Palermo, e quindi transitati in Europa grazie agli studiosi e filosofi arabo-musulmani, primo fra tutti Averroé. È un errore che l’Europa in tutti questi secoli per giustificare la conquista delle terre mediterranee, abbia ridotto la civiltà e la cultura araba e musulmana all’ombra di se stessa. È un errore perché il Mediterraneo ha una narrazione di sei mila anni di storia e costituisce la culla stessa della storia europea. In sostanza senza il Mediterraneo l’Europa non sarebbe esistita così com’è e questo lo hanno affermato storici come Fernand Braudel, Martin Bernal, Jacque Le Goff, Pedrag Matvejevic. Tagliare i fili che hanno intrecciato i rapporti tra le culture e le civiltà mediterranee con l’Europa produce di per sé una frattura storica e mentale.

Se durante la Guerra Fredda, il Mediterraneo è diviso dalle portaerei sovietiche e americane, subito dopo il crollo del Muro di Berlino (1989), Samuel P. Huntington già nell’estate 1993, sulla rivista “Foreign Affairs”, parla di conflitto di civiltà, ovvero di uno scontro di agglomerati geoculturali e religiosi. Nella formula di Huntington su tutti campeggia la contrapposizione fra Islam e cristianità, Mediterraneo ed Europa, Oriente e Occidente. La veridicità di questa teoria ha il suo compimento plastico l’11 settembre 2001 con l’attentato in diretta alle Twin Tour. L’attentato terroristico alle Twin Towers frantuma i vetri di ogni dubbio, sancisce la fine della Guerra Fredda e inaugura quella della guerra di civiltà. Oriana Fallaci confeziona un pamphlet violentissimo, intitolato La rabbia e l’orgoglio, dove l’insulto, il livore personale, si mescolano ad accuse, revival di luogo comuni e stereotipi orientalistici. Si riattualizza con Bernard Luis la vecchia idea che l’Islam è incompatibile con la democrazia, suggerendo l’idea che mai i paesi e le popolazioni musulmane potranno liberarsi dal dispotismo e quindi da regimi violenti e irrazionali. È in questo frangente che George W. Bush vara la strategia della guerra preventiva contro gli Stati canaglia: la prima offensiva militare è attuata il 7 ottobre 2001, in Afghanistan che ospita Osama Bin Laden capo riconosciuto di al-Qaeda; la seconda è diretta contro l’Iraq nel marzo del 2003.

Bin Laden e Saddam Hussein diventano nell‘arco di un decennio l’istanza simbolica non solo fisica ma soprattutto metafisica sul quale costruire l’idea dell’altro in quanto nemico di civiltà. È nel quadro della loro icona che viene proiettato la Cosa nascente della paura. Attraverso loro è diffusa l’immagine compatta, monolitica del nuovo nemico: un miliardo e settecento persone chiuse in regimi dispotici, con popolazioni aggressive, pronti alla violenza e alla guerra, guidati da capi fanatici e imprevedibili. Barack Obama, per tentare di chiudere quest’epoca, il 6 giugno del 2009, in un suo discorso al Cairo presso l’università di Al-Azhar, con a fianco Hosni Mubarak, afferma: “l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam”. In quella occasione Obama parla anche delle colpe dell’occidente e della sua arroganza nell’epoca coloniale e post coloniale “Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni.”

L’11 febbraio 2011, piazza Tahrir, colma di due milioni di persone, tenendo conto della proprie “legittime aspirazioni”: esplode in un solo grido di gioia dopo le dimissioni del Ra’īs Hosni Mubarak. Un popolo in piedi caccia il suo despota e chiede per se e per il mondo arabo democrazia e diritti. La rivoluzione dei popoli arabi partita da un piccola città della Tunisia Sidi Bouzid, passa al Cairo e si propaga per tutte le altre capitali del mondo arabo: Sana’a, Tripoli, Damasco.

Nei giorni della rivoluzione i giovani tunisini, egiziani, yemeniti, utilizzano con abilità la rete dei net work sociali, iPhone, facebook, twitter, per aggirare le cariche della polizia e comunicare fra di loro. La loro azione è improntata ai principi gandhiani della non violenza: smentendo chi accusa i giovani arabi di essere educati dall’Islam al jihad. Inoltre, protagoniste attive delle rivolte sono anche le donne. Nello Yemen, dove per diversi giorni brucia la protesta che costringerà all’esilio il despota Ali Abdullah Saleh, a guidare la rivolta fra San’a e Aden, c’è una giovane donna, madre di tre figli, Tawakkul Karman. La donna, insieme a due africane, per il suo coraggio e la sua saggezza riceverà, nell’ottobre del 2011, il premio Nobel per la Pace. Qualcuno è sorpreso di vedere al Cairo, come a Tunisi, come a San’a, molte donne in prima fila, ma chi conosce la Tunisia, l’Algeria, il Marocco, la Palestina, la Turchia, sa che le donne da tempo sono avanguardia di diritti umani e civili.

A piazza Tahrir ragazzi e ragazze, donne uomini, cristiani e musulmani stanno insieme per chiedere le stesse cose. I rivoluzionari proteggono la libertà dei vignettisti, dei blogger, degli uomini di cultura spingendoli ad esprimere la propria opinione. Il popolo di piazza Tahrir sta insieme in maniera nuova perché si sente per la prima volta dopo sessant’anni espressione di una nadha, di una rinascita del mondo arabo. Sono gli autocrati sostenuti dall’occidente (Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Saleh) che, invece, usano la forza.

L’Europa e l’Occidente, che hanno giustificato la guerra in Iraq come esportazione della democrazia dovrebbero gioire alla vista di giovani e donne arabe che si ribellano ai loro dittatori; invece, no, ciò che l’Europa produce in quei giorni di piazza Tahrir è un ghigno malcelato di disprezzo. Giornalisti, commentatori, leader politici, restano davanti a quegli avvenimenti epocali, che stanno cambiando la storia del Mediterraneo, freddi e indifferenti. Non una parola. Non un aiuto. Nessuno invita in Italia un esponente di piazza Tahrir per ascoltare che cosa avviene nel mondo arabo. La democrazia al Cairo non interessa ai progressisti italiani. I giovani italiani non sono interessati a quello che dicono i loro coetanei mediterranei.

Il terrorismo nelle settimane e nei mesi della rivoluzione, tace.  Il radicalismo islamico davanti a quella folla imponente di persone che chiede dignità e democrazia perde terreno. Non ci sono attentati. Bin Laden non emette, com’eravamo abituati da un decennio, il suo comunicato stampa su quello che sta accadendo. Credo, allora, che non sia casuale che proprio nel maggio del 2011, si sia decisa la liquidazione di Bin Laden. La sua uccisione, nel mezzo delle rivoluzioni arabe, fra le varie esigenze, penso che abbia soddisfatta anche quella di ripristinare il primato militare e simbolico dell’intelligence occidentale e riportare all’attenzione il primato morale di vittima dell’Occidente ferito l’11 settembre 2001.

Dopo dieci anni di conflitto di civiltà, quando sono scoppiate le rivoluzioni del Nord Africa, era davvero dura per i maitre a penser occidentali, dover ribaltare tutto, ammesso che ne avessero la voglia. Rovesciare i paradigmi invalsi significava ammettere che il mondo arabo era capace di rivoluzioni; che c’era una società civile che poteva rovesciare i propri regimi autocrati; che si poteva costruire nei paesi islamici, come la Tunisia dimostra, una forma propria di democrazia. Accettare e sostenere questi ragionamenti significava e significa, mettere in piedi un’altra visione del mondo; demolire le categorie fino a quel momento utilizzate dagli orientalisti; demolire da un punto di vista geoculturale e strategico la teoria di Samuel Hungtinton dello scontro di civiltà.

L’informazione sulle rivoluzioni nei paesi arabi sono state in Italia e in Europa molto risicate. Rileggendo i giornali di quel periodo si notano pochi timidi commenti sulla gente di piazza Tahrir. Così esperti e osservatori occidentali, hanno aspettato che il sarcofago della rivoluzione passasse lungo il Nilo. Prima le elezioni in Egitto del maggio-giugno 2012 con la presidenza consegnata a Mohamed Morsi, poi il suo allontanamento nel luglio del 2013, quindi l’ascesa del generale Abd al-Fattah al-Sisi, che riconsegna il Paese al dispotismo e rassicura le potenze occidentali.

Togliere l’iniziativa a piazza Tahrir per rimetterla nelle mani dell’esercito egiziano ha significato, in realtà, cancellare la forza simbolica delle rivoluzioni dal basso. Ha significato, altresì, dare ragione a chi da questa parte del Mediterraneo e in Italia, non ha mai creduto alla democrazia in Egitto e negli altri paesi arabi. In realtà, l’unico tentativo di sconfiggere il terrorismo, in questi anni, lo ha esercitato il popolo di piazza Tahrir. Piazza Tahrir, come apparirà con il tempo sempre più chiaro, ha segnato l’unica possibilità di declino dell’ideologia islamista e la liberazione dei popoli musulmani dal terrorismo e dal dispotismo.

La Cosa Isis, oggi, di fatto parla ed è fatta parlare a nome dell’Islam. Essa, mi pare raggruppa l’azione programmatica, strategica, fattuale, di tutte le altre organizzazioni prima apparse da al-Qaeda ai Talebani, estendendo la mostruosità e il fanatismo. In esso vedo sintetizzato la frustrazione delle popolazioni arabe e i fallimenti delle società occidentali.

I ragazzi del mediterraneo nati all’alba del nuovo secolo mal sopportano di essere deprivati della loro storia. Essere costretti a morire di stenti nei loro paesi oppure rischiare di morire annegati nelle furia delle acque mediterranee. Le scatole cinesi della speculazione finanziaria globale dal 2008 si sono lasciate alle spalle fallimenti, nuove povertà, stati di polizia, profughi affamati e terre desertificate. È questo che divide il nord e il Sud del Mediterraneo e produce una rabbia incontrollata e criminale. È questa l’offesa che può condurre alla banalità del male, attirare nella trappola del jihadismo islamico molti giovani disperati delle banlieue europee.

In pochi forse hanno riflettuto sul fatto che prendere a cuore lo stato della democrazia nel Mediterraneo significa occuparsi della crisi in cui versa la democrazia in molti paesi europei come Francia e Italia. Dice Nadia Chaabane, una delle voci più autorevoli del movimento delle donne in Tunisia: “mettere a tacere le donne in Egitto e in Tunisia equivale a farle tacere in Italia”. Con queste parole intende sottolineare la colpevole indifferenza mostrata in questi anni persino dalle donne verso le loro colleghe mediterranee. Semplicemente le donne italiane attente alle conquiste civili, non sanno ad esempio che le donne tunisine hanno lottato duramente e ottenuto nella nuova costituzione, la parità di genere, sicché l’art. 20 approvato dal parlamento nel gennaio 2014, recita: “Cittadini e cittadine hanno uguali diritti e doveri. Cittadini e cittadine sono uguali davanti alla legge senza discriminazione alcuna”. Combattere insieme alle donne dall’altra parte del Mediterraneo significa frenare in Europa alcuni movimenti xenofobi e ideologie violente e razziste.

Alla fine della Guerra Fredda, all’Occidente sarebbe bastata la preminenza economica per estendere la supremazia morale. Gli Stati Uniti e l’Europa, in quel momento, rappresentavano tutte intere le speranze del mondo. Sfortunatamente gli Stati Uniti hanno interpretato la fine dell’Unione Sovietica come l’affermazione ultima della propria supremazia economica, militare e culturale. Così la nuova epoca si è aperta nel gennaio ’91 con la prima guerra del Golfo, e in questi ultimi decenni non abbiamo avuto che guerre, e tutte nel Mediterraneo.

La soprannominata quinta potenza del mondo: l’opinione pubblica, i pacifisti che il 15 di febbraio 2003 si erano opposti alla guerra idolatra di Bush in Iraq, si sono man mano dissolti. Chi ha ascoltato i discorsi dei capi di Stato e dei leader politici ha visto scivolare su un crinale scosceso la propria fiducia. Il contrasto fra ciò si è enunciato e ciò che si è fatto è stato abissale. Il linguaggio così si è svuotato e perso di credibilità, mentre la situazione sul campo  si è fatta più vischiosa e irrappresentabile. I buoni, (cosiddetti Stati moderati: Arabia Saudita, Emirati arabi, Turchia, Pakistan, amici dell’occidente), non sono risultati poi così buoni, i cattivi (gli Stati canaglia, Iran, Siria, i curdi del PKK, Hezbollah) non sono risultati così cattivi. La melassa è montata fino a paralizzare l’idea morale di chi si opponeva al militarismo negli Stati Uniti e in Europa. I cortocircuiti che la Guerra Fredda ha trasmesso alla guerra di civiltà, quella che Papa Bergoglio chiama la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, sono talmente estesi e aggrovigliati, che adesso, la maggioranza delle persone se ne sta distante e silenziosa. La paura ha fatto indietreggiare la cittadinanza. La violenza materiale e simbolica con la quale agisce la Cosa mostruosa è tale da paralizzare le coscienze.

Ora, noi siamo in un momento delicato dalla storia del mondo e della specie umana. L’epoca potrebbe essere paragonata all’ascesa del nazismo e al clima prima della Seconda guerra mondiale. Al di là delle parole e dei proclami dei capi di Stato, la Cosa terrorismo, potrebbe diventare lo strumento per svuotare in modo definitivo le democrazie occidentali; innalzare la militarizzazione come l’unica soluzione al problema; far accettare una serie di restrizioni alle nostre libertà; far regredire la coscienza civile e pubblica; far indietreggiare la capacità di ragionamento e di intelligenza su quello che sta succedendo.

Mi è molto caro quello che Alberto Solesin, padre di Valeria uccisa a Parigi al Bataclan, ha detto e ha fatto nei giorni della prova massima che un padre può affrontare: la morte di una figlia. Egli ha voluto per sua figlia dei funerali civili dove: “anche un Imam può venire per benedire Valeria”. Trovo il gesto di Antonio Solesin di un’altezza civile e religiosa straordinaria. Questa per quanto mi riguarda è la misericordia. Nei suoi gesti, nei suoi comportamenti, nelle sue parole, io credo tutte le lacerazioni delle nostre coscienze ritrovano una calma dolce e dignitosa. Uno spazio in cui ricomporsi. Un verbo cui appendere la nostra idea del mondo: la benedizione di tutti per il sacrificio di una giovane figlia che la mostruosità ha ucciso. Guardando Alberto Solesin: osservando il suo viso, ascoltando la sua voce, un’onda di giustezza mi ha pervaso. Solesin sa quello che dice per sua figlia. Lucido. Largo. Ha impartito una lezione al mondo e alla furba stupidità dei terroristi. Mi è parso sappia che questa prova personale è anche una prova per il resto dell’umanità, e che alla morte di Valeria si debba rispondere con la coscienza di chi vuole ricominciare.

È questa la misericordia nel Mediterraneo: il perdono dei conflitti. L’accoglienza dei profughi. La fine dell’inutile odio. La fine delle menzogne. La lotta contro il terrorismo e chi vuole il terrorismo, dentro e fuori i paesi occidentali e arabi musulmani dev’essere combattuta con questa intelligenza e umana consapevolezza. Credere nell’umanità. Tornare a ricostruire contro la malafede un territorio di buona fede. Comprendere che la guerra, la violenza, la vedetta, non ci porta da nessuna parte. Che la specie umana, è una sola; che ogni guerra oggi non che una guerra civile, non è una guerra di civiltà ma una guerra contro la civiltà.

[direttore "Poiesis", Alberobello, Bari]

 

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