Felicità, uno stato d’animo fondamentale (anche per la salute), di Paolo Fallai

Secondo la teoria dello psicologo statunitense Paul Ekman, le emozioni primarie sono sei: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Emozioni innate, riconosciute in tutte le culture e che si manifestano attraverso espressioni facciali specifiche, a volte arricchite dal disprezzo come settima emozione. Siccome non siamo mai contenti, un recente  studio dell’università di Berkley di emozioni ne ha individuate 27. A noi interessa questa settimana uno stato d’animo più complesso: la felicità.

Un atteggiamento soggettivo. La felicità è uno stato d’animo di intensa gioia e appagamento, spesso legata alla soddisfazione dei propri desideri. Ma non esiste una felicità assoluta, è sempre frutto di una interpretazione soggettiva. Certo, è frequente che sia ampiamente condivisa quando le situazioni e le esperienze che la inducono riguardano molti. Ma per ogni folla che prova felicità ci sarà sempre chi non la condivide. È uno stato d’animo complesso perché influisce sulla mente e, come vedremo, sul corpo.

Una origine feconda. La parola felicità deriva dal latino felicitas -atis, a sua volta proveniente da felix -icis, aggettivo che originariamente significava “fertile“. Segnalano alcuni linguisti che la radice indoeuropea fe- indica abbondanza, ricchezza e la capacità di generare (connessa al greco phýo, “generare”, e a felare, “allattare”). Nell’antica Grecia, il concetto di felicità era spesso associato a eudaimonía (eudemonia), composto da eu (“buono”) e daimon (“genio”, “spirito guida”), intesa quindi come la sorte benevola concessa dagli dei.

L’aspirazione nelle leggi fondamentali. Il “perseguimento della felicità” (pursuit of Happiness) non è contenuto nella Costituzione americana, come spesso si suppone, ma nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776. È definito come un diritto inalienabile, insieme a vita e libertà, influenzato dal pensiero di Locke e ispirato alla ricerca della felicità pubblica e privata. Significa che la felicità dei cittadini è qualcosa di cui i governi devono farsi carico. Nell’opera “La scienza della legislazione” del 1780, il giurista napoletano Gaetano Filangieri, afferma che «le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale». Dunque, secondo questa tesi di stampo illuminista, è lo stato che, attraverso le sue articolazioni istituzionali, può garantire la felicità dei suoi consociati. Questa teoria è ripresa da Benjamin Franklin (con il quale il Filangeri ebbe una fitta corrispondenza) che la trasfuse nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776, nella quale si legge che «tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».

I diritti umani e la nostra Costituzione. Questo concetto è ripreso dalla Dichiarazione francese sui diritti dell’uomo del 1789, dove all’articolo 1 si legge che il fine delle istituzioni pubbliche è rappresentato dalla «felicità di tutti». La Costituzione italiana non cita esplicitamente il “diritto alla felicità“, a differenza di altre carte internazionali. Tuttavia, tale diritto è implicitamente riconosciuto nell’Articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali per il “pieno sviluppo della persona umana“, inteso come condizione necessaria per la felicità.

É anche una festa. Ogni anno ed in tutto il mondo, il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Nel documento istitutivo si legge che, scopo della giornata, è quello di promuovere la ricerca della felicità da parte di ogni individuo e incentivare lo “sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone”. L’istituzione della Giornata della felicità fu proposta dal consigliere speciale dell’Onu Jayme Illien, ex orfano di Calcutta, per sottolineare l’importanza del benessere come diritto. Ad avviare la risoluzione però fu il Bhutan, un piccolo Paese asiatico localizzato lungo la catena himalayana, che già dai primi anni ’70 ha riconosciuto il valore della felicità nazionale rispetto a quello del reddito sostituendo al Prodotto interno lordo (Pil) l’obiettivo della Felicità Nazionale Lorda. Nel regno del Bhutan, esiste il Ministero della Felicità che si preoccupa di garantire ai cittadini il benessere attraverso la gratuità per tutti dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione fino alla scuola superiore e di gestire le politiche del lavoro, in modo da aiutare sia chi resta sia chi decide di andare altrove. In Buthan sono convinti che se i cittadini sono istruiti, percepiscono un reddito e hanno il completo accesso alla sanità, allora avranno tutto il necessario per essere pienamente felici. Chissà se qualche politico occidentale ha preso appunti.

L’aiuto di uno scrittore. In “Cosa c’entra la felicità“, lo scrittore Marco Balzano esplora la felicità non come stato permanente, ma come una “parola-percorso” soggettiva e mutevole, analizzandone l’etimologia in quattro lingue (greco, latino, ebraico, inglese) e quattro culture. Definisce la felicità legata alla cura, alla relazione con gli altri e alla crescita personale, rifiutando l’individualismo. Marco Balzano ci segnala che in ognuno di questi idiomi la parola felicità dischiude immagini e significati molto differenti che illuminano valori etici e morali, questioni politiche, atteggiamenti psicologici e, più genericamente, maniere di guardare alla vita e alla morte, al futuro e alla memoria, agli altri e a noi stessi. L’etimologia restituisce alle parole la loro complessità e, così facendo, ci mette in condizione di prenderci cura della lingua: per praticarla liberamente, evitarle il deterioramento a cui la sottopongono i social, la pubblicità o la propaganda, e proiettarla nel tempo. Capire da dove vengono e come sono arrivate a noi le parole ci mostra quanto influiscano sulla nostra vita e come ci plasmino. Al punto da poterci indicare nuovi modi di essere felici.

E riguarda anche la salute. Quando siamo felici, il corpo rilascia un insieme di neurotrasmettitori e ormonidopamina, serotonina, ossitocina ed endorfine — che riducono lo stress, abbassano la pressione sanguigna e rafforzano il sistema immunitario. Si attiva il sistema nervoso parasimpatico, favorendo il rilassamento, migliorando il sonno e aumentando la percezione del benessere fisico. È una soddisfazione profonda che attiva il nostro corpo e lo rende più forte.

Felicità letterarie. Sono innumerevoli le volte in cui la felicità irrompe nel nostro linguaggio. Quando vediamo sorridere un figlio. Quando il prepotente viene sconfitto e l’arroganza umiliata. Quando siamo innamorati e vogliamo non una semplice contentezza della persona che amiamo, ma la sua felicità. Ce lo ricorda anche Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno della Divina commedia quando incontra lo sfortunato amore di Paolo e Francesca: “Nessun maggior dolore. Che ricordarsi del tempo felice ne la miseria.

E tutti vissero felici e contenti. È la formula tradizionale che chiude quasi ogni fiaba classica, rappresentando il coronamento del lieto fine dopo il superamento di molte prove e infiniti pericoli. Una delle prime attestazioni registrate si trova in una traduzione inglese del 1702 di una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio, dove si leggeso they lived very lovingly, and happily, ever after”. Nel XVII e XVIII Secolo la frase è stata resa popolare dalle favole di Charles Perrault e dei Fratelli Grimm, che l’hanno utilizzata per concludere le loroi storie di dame e cavalieri, offrendo un premio finale alle virtù dei protagonisti dopo i travagli della trama. Insegnando ai bambini lo straordinario potere della speranza, quello che farà comodo da adulti nei momenti più tristi.

corriere.it/scuola/26_marzo_24/felicita-uno-stato-d-animo-fondamentale-anche-per-la-salute-21b25ea8-de18-498e-bb40-01b15902dxlk.shtml

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


Con il 5×1000 e il ricavato della vendita dei libri sosteniamo:

scuole di formazione sociale e politica, sito web e periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri gruppo I Care, la biblioteca “Bice Leddomade”, incontri, dibattiti… 

          basta la tua firma 

          e il numero dell’associazione 

         91085390721

         nel primo riquadro sul volontariato

 

Ultimi Articoli

SORRIDENDO