Di guerra in guerra muore l’umanità, di Carlo De Nitti

Non è inusitato, né strano, approcciarsi ad un volume a partire dalla quarta copertina. Nel caso del breve ma denso saggio di Rocco D’Ambrosio, Di guerra in guerra. La debolezza della pace, pubblicato per i tipi della Studium nella collana Universale, si può leggere uno scultoreo passaggio del romanzo di Hermann Hesse, Il lupo della steppa, uscito nel 1927:”nessuno vuol riflettere, nessuno vuole evitare la prossima guerra, nessuno vuole vuol risparmiare a sé e ai propri figli il prossimo macello di milioni di individui. Rifletterci un’ora, chiedersi un momento fino a qual punto ognuno è partecipe e colpevole del disordine della cattiveria del mondo: vedi, nessuno vuol farlo. Sì sì andrà avanti e la prossima guerra è preparata giorno per giorno con ardore da molte migliaia di uomini”. Questo testo – scritto un secolo fa – dice l’inestricabile consustanzialità della guerra e della pace nella pratica umana ancora nel XXI secolo, come in tutta la storia dell’uomo: anzi la pace spesso é solo l’assenza di una guerra guerreggiata.

In questo suo volumetto, Rocco D’Ambrosio – ben noto ordinario di Filosofia politica presso l’Università Pontificia Gregoriana di Roma e di Etica della Pubblica Amministrazione presso il Ministero degli Interni e presbitero – guida i suoi lettori, quale novello Virgilio, nel tentativo di sbrogliare la matassa della comprensione del mondo e del tempo complesso – in senso etimologico, cum-plexus, tessuto insieme – in cui ci tocca di vivere: “educatori ed intellettuali sono chiamati ad avere tutte le competenze – pretesa inconsistente sciocca – ma una capacità di sintesi per aiutare gli interlocutore, specie se educando, a dotarsi di una mappa per districarsi nei vari labirinti istituzionali e su cui, se vuole, costruire la propria personale competenza, concepita sempre in funzione del vivere bene, della pace di tutti e ovunque” (p. 12).

“La pace è debole”: è strutturalmente oltremodo complicato sostenerne le ragioni in presenza di una rutilante ed onnipervasiva pubblicizzazione da parte dei ‘buoni’ della ‘guerra ai valori, all’Occidente’ (ad aggredire, si sa, sono sempre gli altri, i ‘cattivi’) perché la guerra non passa mai di moda, come recita il titolo del capitolo I. Tanto a causa del corto circuito mente-cuore e della stupidità umana. Sono questi fenomeni che impediscono un’idea di pace intesa come ordine/giustizia: “questo perché la pace è pienezza di vita, ben essere, che non può prescindere da una prassi di ordine e di giustizia; sono frutti di una coegrenza i valori fondanti del nostro vivere comune. E la coerenza, poi, ispira fiducia, contribuisce alla formazione delle identità personali, non assolutizza il conflitto e infonde fiducia” (p. 34). La pienezza di cui discorre l’Autore è intesa nella sua accezione agostiniana,

Non può essere realizzato un ordine se non fondato sulla giustizia e non si può lottare per la giustizia se non cercando un nuovo ordine. “Per molti, ieri come ancora oggi, la giustizia é a sinistra, l’ordine a destra, come ricordava Mounier negli anni Trenta, lamentandosi di questa verità approssimativa” (p. 38).

La pace e la giustizia sono strettamente interconnesse, anzi la pace é il fine ultimo della giustizia: “la mancanza di giustizia rende immortali e dannose le istituzioni e non realizza la pace. Stabiliamo così una discriminante fondamentale: esistono istituzioni sane, cioè eticamente accettabili perché giuste e istituzioni malate e dannose, cioè eticamente riprovevoli, perché ingiuste” (p. 39).

Al pari degli uomini del XX secolo – l’“Uomo del mio tempo” cui si rivolgeva, nel 1946, Salvatore Quasimodo nell’omonima lirica che concludeva la raccolta Giorno dopo giorno, che Rocco D’Ambrosio riporta in apertura del capitolo IV (p. 45) – anche per quelli del XXI secolo la guerra è cambiata solo nelle forme ma non nell’essenza: antropologica (“la violenza, in tutte le sue forme, guerra inclusa, degrada la dignità umana di chi la perpetra e distrugge o mutila la vita di chi la subisce”, pp. 50-51), etica (cfr. pp. 51 – 52), culturale (“Più che esasperare, esacerbare e polarizzare dobbiamo educare”, p. 53), religiosa (“chi uccide in nome di Dio, non crede in Dio. Se Dio è invocato per giustificare guerre si tratta solo di una strumentalizzazione e di una blasfemia”, p. 54), giuridica (“Gli Stati non possono, in questo modo più appellarsi a quello che era chiamato diritto alla guerra (ius ad bellum) contemplato dal diritto internazionale classico”, p. 56), economica (“la guerra arricchisce solo i settori, difesa, petroliferi e assicurazioni. Per tutti gli altri attori economici è un disastro”, p. 57).

Argomenta Rocco D’Ambrosio: il ruolo della politica, che Aristotele intendeva come la scienza/arte di perseguire il bene/felicità (eudaimonia), è “educare alla pace e promuovere le condizioni di giustizia sociale ed equa distribuzione delle risorse. Volere la pace […] è sempre un impegnarsi, ad ogni livello, perché la politica promuova il bene di tutti e dappertutto con interventi per lo sviluppo, senza assoggettarsi alle logiche delle multinazionali, specie d’armi e petrolio […] Non è il desiderio che crea donne e uomini di pace ma la formazione sulla pace e l’esperienza di essa nei contesti in cui viviamo” (pp. 43-44 passim).

Oggi, la migliore garanzia perché l’Italia non sia coinvolta in avventure belliciste rimane la Costituzione della Repubblica che, nel suo art. 11, “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, non escludendo la guerra di difesa, come si legge nell’art. 52. c. 1 (“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”).

Rocco D’Ambrosio ci offre una meravigliosa Conclusione … di parte, la parte giusta da cui stare, che è sempre e soltanto una: quella della pace. L’esatto opposto della parte di chi, avendo interessi economici ‘nel ramo’, sa che la guerra, ogni guerra, è un affare estremamente lucroso per cui “finché c’è guerra c’è speranza” …, come intitolava, nel 1974, uno dei suoi film più attuali e riusciti, anche in veste di regista oltre che di protagonista, Alberto Sordi (1920 – 2003).

Tutti noi, donne e uomini di ogni fede, sappiamo bene che soltanto la ‘pace perpetua’ – come la chiamava Immanuel Kant in un suo opuscolo del 1795, è l’habitat in cui la magnifica humanitas può co-costruire la civitas hominum.

Carlo De Nitti [dirigente scolastico, Bari]

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