Da Sangiuliano a Giuli, perché la cultura per la destra italiana resta un nervo scoperto, di Danilo Paolini

Vicende giudiziarie a parte, è emblematico che i maggiori scossoni politici per un Governo stabile e longevo come quello di Giorgia Meloni – il primo della storia repubblicana a guida destra-destra – abbiano avuto l’epicentro in via del Collegio Romano 27, sede del ministero della Cultura. Perché la cultura è stata da sempre il nervo scoperto (e c’è chi dice il tallone d’Achille) della destra italiana. Le cui radici storiche, si sa, non affondano nella Resistenza al nazismo del generale De Gaulle come in Francia, né nel conservatorismo liberale come nel Regno Unito. Ci sono voluti anni, alla destra italiana, la cosiddetta “destra sociale” (come Movimento sociale, a sua volta come Repubblica sociale), per cercare un profilo culturale che fosse proponibile anche fuori dalla cerchia classica del neo-fascismo.

Fu un grande lavoro di ricerca e d’inventiva, svolto dai giovani militanti di qualche decennio fa, soprattutto tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 del secolo scorso. Quelli che oggi ritroviamo in buona parte al Governo del Paese o nella maggioranza che lo sostiene. Il primo Campo Hobbit è del 1977. Appena tre anni prima era morto Julius Evola, teorico di una destra esoterica e del cosiddetto “razzismo spirituale, figura che aveva esercitato una grande fascinazione in quegli ambienti politici. I giovani di allora cercarono, se non di rottamare i labari, i teschi e i gagliardetti dei padri, di ammantarli almeno di qualcosa di diverso, a suo modo di moderno: un’idea di eroismo che si affrancasse (anche se non del tutto) dall’ideale di “bella morte” che fino a quel momento era stato prevalente nella destra italiana.

Lanciarono così una sorta di Opa culturale su Tolkien e sulle tradizioni celtiche, cercarono di cambiare musica nel senso letterale della parola, con gruppi rock e radio, pubblicarono fumetti e riviste di satira. Il fatto è che in quella proposta di identità culturale c’era un po’ di tutto: bisognava tenere insieme Prezzolini e certi simbolismi orientali, un tradizionalismo che si diceva cristiano e rituali dal sapore neopagano, Celine e le avventure di Tintin… Così, mentre continuava a rimproverare alla Democrazia Cristiana di avere lasciato alla sinistra il monopolio della cultura, la destra italiana cercava di costruirsene una, facendo esercizi di equilibrismo per non tornare alle “solite” radici fasciste. E non sempre riuscendoci.

Fatto sta che quando, in seguito al voto popolare e democratico, la destra attuale di Fratelli d’Italia ha potuto governare l’Italia, è scivolata proprio sulla cultura. Riproponendo, per altro, quella tendenza al frazionismo che da sempre condivide con la sinistra. Vedi il caso Venezia, lo scontro Buttafuoco-Giuli, i licenziamenti operati da quest’ultimo al ministero. Si è ipotizzato che sia stata impiegata troppa foga e troppa fretta nel cercare d’imporre l’egemonia tanto agognata, con nomine sventolate come bandiere e sbrigative “etichettature”, arrivando – con l’ex ministro Gennaro Sangiuliano – a descrivere Dante Alighieri come «il fondatore del pensiero di destra in Italia». I fatti tuttavia sembrano suggerire un’altra spiegazione, ovvero che quel “po’ di tutto” sia ancora lì e, messo alla prova del Governo (non a caso con due profili assai diversi: prima un conservatore classico come Sangiuliano, poi un identitario futurista come Alessandro Giuli), stia mostrando tutti i suoi limiti strutturali. «Le radici profonde non gelano», si ama spesso dire a destra, citando ancora Tolkien. Però, a quanto pare, dividono.

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