Costretti alla tregua, di Ugo Tramballi

Secondo lo Statistical Review of World Energy 2025, il Golfo contiene il 48% delle riserve provate di petrolio del mondo; l’anno prima garantiva il 31% dei consumi. Possiede anche il 40% delle riserve globali di gas naturale e fornisce il 23 delle esportazioni di GNL. Riguardo all’energia non esiste regione del mondo che sia più strategica. Come è stato possibile scatenare una guerra in questo luogo?

La domanda non è retorica. Né basta dire che è proprio l’immensa ricchezza del posto che scatena avidità e conflitti, perché le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente. Israele voleva eliminare a qualsiasi prezzo l’ultimo grande pericolo alla sua sicurezza; l’Iran pretendeva di salvaguardare uno status di potenza regionale che non poteva più permettersi. Entrambi hanno agito con una presunzione che ad altri nel mondo non è stata concessa senza penalità.

Rimane francamente difficile individuare le ragioni che invece hanno spinto Donald Trump a parteciparvi come personaggio principale. Non intendo iniziare guerre, intendo fermare guerre, aveva promesso il 20 gennaio dell’anno scorso, nel discorso del suo insediamento sulla collina del Campidoglio.

Cinque settimane di guerra, sangue, retorica, blocchi navali e incombente crisi globale, in una regione nella quale non ci sono ambasciatori americani: non c’é in Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Kuwait e nemmeno in Iraq. Quei posti non sono neanche nella lista dei diplomatici in attesa della conferma senatoriale. Donald Trump non ha bisogno di consigli, sullo scacchiere mondiale agisce in proprio.

È prematuro affermare che la guerra, l’ennesima del Golfo, sia terminata. Ma i segnali sono positivi. Gli iraniani riaprono Hormuz sul lato dell’Oman (poi lo chiudono e forse lo riapriranno); Trump ringrazia; la trattativa sta per riprendere a Islamabad, il cessate il fuoco dovrebbe continuare a tempo indeterminato. E il prezzo del petrolio scende dell’11%, a 89 dollari il barile. La ragione di tanto ottimismo è la tenuta della tregua in Libano, che secondo gli iraniani sta semplificando tutto il resto. In realtà è il contrario: la fine delle ostilità libanesi è la conseguenza di un quadro che sta migliorando: soprattutto che finalmente gli americani hanno deciso di non lasciare agli israeliani la possibilità di fare ciò che vogliono, costringendoli a fermare le loro operazioni militari.

Più del Libano, i due principali protagonisti della lunga crisiStati Uniti e Iran – hanno chiarito a se stessi l’impossibilità di continuare la guerra. Entrambi più per ragioni interne che geopolitiche. Agli Stati Uniti il conflitto costava mezzo miliardo di dollari al giorno e Trump pagava un prezzo ugualmente pesante in termini di consenso popolare.

Cinque settimane di bombardamenti hanno devastato l’Iran e la sua economia già a pezzi. Alle manifestazioni di protesta di dicembre contro l’inflazione fuori controllo, avevano partecipato le classi popolari, i commercianti del bazar, la base di consenso della repubblica islamica. I sostenitori di Reza Pahlavi e i giovani massacrati dal regime erano arrivati dopo.

Americani e iraniani ora rivendicheranno una vittoria che forse avrebbero potuto ottenere con la diplomazia. Non è del tutto chiaro come la chiameranno gli israeliani. Due giorni fa David Barnea, il capo del Mossad, sosteneva che “la nostra missione sarà completa quando a Teheran ci sarà un cambio di regime”.

ispionline.it/it/pubblicazione/costretti-alla-tregua-235801

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