Come ascoltare l’altro?, di Rosa Pinto

In una società ipercinetica tutta orientata verso l’efficienza, la rapidità nella esecuzione di ogni azione, perché il tempo è denaro, concedersi una pausa è un lusso da escludere!

Anche gli incontri con persone conoscenti o amici deve essere contenuto in breve tempo e possibilmente senza la declinazione di problemi, che possano appesantire la relazione da un punto di vista emotivo. Di conseguenza, si psicologizza tutto, delegando agli “addetti ai lavori” tutto! Essi a volte diventano lo sfogatoio, la spalla su cui piangere e versare disagi anche banali.

In verità, basterebbe rallentare il ritmo frenetico per ricucirsi spazi di condivisione e di relazione, che potrebbero colmare il vuoto esistenziale. Per natura siamo tutti ascoltatori selettivi: ascoltiamo ciò da cui ci sentiamo attratti. Siamo in grado di udire ciò che qualcuno dice di noi anche in una stanza piena di gente; riusciamo a distinguere la musica da noi preferita, nonostante i rumori di una strada congestionata dal traffico.

Ascoltiamo perché scegliamo di farlo. Siamo percettivi perché qualcosa è importante per noi, perché vale la pena di farlo. Però, è necessario che ognuno possa decidere di mettersi in ascolto dell’altro, pensando che ne trarrebbe beneficio ed arricchimento, se lo scambio fosse non formale e superficiale, ma empatico e profondo. Capita, a volte, di essere presi dalla curiosità di conoscere qualcuno e di voler stabilire un contatto.

Tuttavia, il tutto può realizzarsi se si va oltre l’osservazione, aprendosi verso l’altro nel condividerne i vissuti sia di sofferenza che di gioia. Quindi imparare ad ascoltare ed ascoltarsi è importante!

Porre l’attenzione all’altro implica non solo la mera percezione del suono delle parole attraverso l’udito, ma come dice Carl Rogers nel 1980: “[…] ascoltiamo non solo con le nostre orecchie, ma anche con i nostri occhi, mente, cuore e immaginazione. Ascoltiamo ciò che sta accadendo dentro di noi, così come ciò che sta accadendo nella persona che stiamo ascoltando. Ascoltiamo le parole dell’altro, ma ascoltiamo anche i messaggi e i significati sepolti nelle parole. Ascoltiamo la voce, l’aspetto e il linguaggio del corpo dell’altro… […] senza aggiungere, sottrarre o modificare.”

Nel coinvolgimento emotivo della interazione è opportuno astenersi da giudizi,preconcetti e dietrologie, che possono impedire la semplice ricezione del messaggio dell’altro. Spesso infatti l’autoriflessione o l’elaborazione dei contenuti emotivi, riportati dall’altro, se arricchiti da nostre elucubrazioni sterili, possono essere fuorvianti nel processo di conoscenza.

Per ampliare l’osservazione, si può prendere in considerazione la comunicazione extraverbale (gestualità, mimica del volto, postura e movimenti). Essa ci aiuta a comprendere meglio gli altri e noi stessi, così si possono esternare imbarazzo o sicurezza, mettere a proprio agio, creare fiducia e connessione, oppure, al contrario, generare confusione e minare il messaggio, che stiamo cercando di trasmettere a parole. A volte le emozioni, le intenzioni e gli stati d’animo, vengono inviate e ricevute inconsciamente, sono più potenti delle parole e migliorano le relazioni interpersonali.

Per la costruzione di rapporti soddisfacenti e significativi è importante mettere in gioco l’empatia, che indica la capacità percepita di instaurare interazioni gratificanti, fondate sulla comprensione e la comunicazione di sentimenti positivi.

Accanto agli schemi tecnici dell’ascolto attivo, sopra brevemente accennato, sarebbe il caso di approfondire un’altra modalità non selettiva: l’ascolto con il cuore. È l’apertura nel più intimo di noi stessi per ricevere, rispettare e accettare l’altro. È una modalità, che ci spinge ad uscire da noi stessi per percepire voci non ascoltate, non comprese e non accolte. Questo livello, “ci permette di sentire e di lasciarsi toccare dall’altro, di tendere la mano e di guarire, di condividere, di prendersi cura e di aiutare a costruire le vite degli altri” (Harris Pakkam) nasce dalla consapevolezza di essere interconnessi: siamo “un cuor solo ed un’anima sola” (Att. 4,32).

Questo livello, apparentemente intangibile, trova anche da un punto di vista scientifico elementi probanti. E’ stato dimostrato da parte di Gaetano Valenza e Vincenzo Catambrone dell’università di Pisa che “esiste una connessione fra il cuore e cervello e che in realtà è il cuore a modulare principalmente l’attività cerebrale, ed è quindi il cuore, prima del cervello, ad essere responsabile della percezione di emozioni, cognizione e coscienza. Qualche anno fa avevamo dimostrato questa teoria con un modello matematico. Oggi possiamo studiare questa connessione addirittura a livello molecolare, cioè guardando come i neuroni cardiaci controllano le emozioni insieme al metabolismo di ogni individuo. Si tratta di un campo di ricerca assolutamente pionieristico, e che in pochissimi mesi sta facendo decisivi passi avanti, verso lo sviluppo di conoscenza e tecnologie centrate sulla comprensione di aspetti fondamentali dell’essere umano”. Questi ricercatori ci confermano che l’apertura del cuore non è un’utopia cristiana, ma è una risorsa che abbiamo come esseri umani. Siamo un’antenna, che percepisce l’invisibile!

 

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


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