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Magnifica Humanitas, la nuova enciclica di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale, richiama nelle sue righe iniziali due racconti biblici: quello della Torre di Babele e quello della ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia. La vicenda di Babele viene presentata come un monito contro l’arroganza tecnologica; quella di Neemia come un modello di ricostruzione etica e di solidarietà umana.
Eppure i testi biblici sono più complessi di quanto l’enciclica lasci intendere.
Prima di esaminare l’uso che l’enciclica fa della Bibbia, vale tuttavia la pena ricordare che Magnifica Humanitas non è un’opera di esegesi biblica. Come un’omelia, essa attinge selettivamente alla Scrittura, mettendo in luce alcuni temi particolari piuttosto che catalogare ogni interpretazione storica o ogni dibattito accademico. Nessuna enciclica potrebbe rendere giustizia a tutte le complessità di Genesi 11 o del Libro di Neemia.
La questione non è se le letture proposte da Papa Leone siano esaustive — non intendono esserlo — ma se gli aspetti di questi racconti che egli sceglie di sottolineare siano davvero quelli più pertinenti alle sfide politiche e morali poste dall’intelligenza artificiale.
Il problema inizia con Babele.
L’enciclica interpreta Genesi 11 come la storia di un’umanità che dimentica la vera fonte del proprio potere. Ma nel testo biblico il pericolo non consiste nel fatto che gli esseri umani credano erroneamente di essere potenti. Il pericolo è che lo siano davvero.
«Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una sola lingua; questo è solo l’inizio di ciò che faranno; ora nulla impedirà loro di compiere quanto avranno deciso di fare» (Gen 11,6), dice Dio.
Nel più ampio arco narrativo della Genesi, questo episodio appartiene a uno schema ricorrente nel quale le capacità umane vengono progressivamente limitate. Così come l’immortalità in Genesi 3 (il racconto di Adamo ed Eva) è riservata alla sfera divina, anche la lingua unica di Genesi 11 appare come una forma di potere che Dio non desidera affidare all’umanità. Dio disperde gli uomini e confonde le loro lingue non semplicemente per punire la superbia, ma per impedire che essi concentrino troppo potere nelle proprie mani.
Questa intuizione potrebbe essere ancora più rilevante per l’intelligenza artificiale di quanto l’enciclica suggerisca.
Il vero pericolo dell’uniformità non è soltanto che la comunicazione si interrompa. È che la comunicazione diventi totalizzante. Un mondo ridotto a una sola lingua non è semplicemente un mondo unificato; è un mondo governabile. Gli esseri umani diventano più facili da coordinare, sorvegliare, prevedere, manipolare e controllare quando tutte le informazioni scorrono attraverso gli stessi sistemi e le stesse strutture.
In questo senso, Babele assomiglia meno a un ammonimento sul fallimento della comunicazione — ciò che Leone descrive come un mondo in cui «le lingue si confondono e gli uomini non si comprendono più» — e più a un avvertimento contro la concentrazione del potere umano in un unico ordine tecnologico. È proprio questa la promessa più insidiosa dell’intelligenza artificiale che l’enciclica riconosce correttamente: «la pretesa che un unico linguaggio — persino digitale — possa tradurre tutto, compreso il mistero della persona, in dati e prestazioni».
Il secondo paradigma biblico dell’enciclica, la figura di Neemia, solleva una serie diversa ma altrettanto complessa di interrogativi. Leone presenta Neemia come esempio di ricostruzione comunitaria e di leadership morale: «Non impose soluzioni dall’alto. Convocò le famiglie, assegnò a ciascuna una sezione delle mura da ricostruire, ascoltò le loro preoccupazioni, coordinò i loro sforzi e affrontò ogni opposizione».
Certamente il testo biblico presenta Neemia come colui che ricostruisce Gerusalemme dopo una catastrofe. Tuttavia il Libro di Neemia propone anche una visione della restaurazione inseparabile da questioni di confine, purezza e controllo sociale.
In Neemia 13, Neemia si vanta di aver affrontato con violenza alcuni Giudei che avevano sposato donne non giudaiche: «Ne percossi alcuni e strappai loro i capelli». Le sue riforme sono inseparabili da progetti di esclusione e da una politica della purezza. Nonostante l’enciclica lo descriva come un profeta della solidarietà, il testo biblico lo presenta anche come un amministratore che gestisce risorse imperiali, organizza il lavoro, impone l’osservanza delle norme e consolida la propria autorità.
Questi aspetti non invalidano l’uso che Papa Leone fa di Neemia. Tuttavia lo rendono più problematico. In un’epoca in cui molti temono che l’intelligenza artificiale possa rafforzare sistemi di sorveglianza, gestione burocratica e controllo centralizzato, le dimensioni trascurate della storia di Neemia potrebbero essere importanti quanto quelle che l’enciclica mette in evidenza.
L’immagine della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, ad esempio, comporta rischi politici che l’enciclica non affronta pienamente. Leone interpreta quelle mura in senso metaforico, come salvaguardie morali e limiti etici al potere tecnologico. Ma le mura non soltanto proteggono: dividono. La stessa struttura che garantisce la sicurezza di una comunità stabilisce anche chi ne resta fuori. Nella vita politica contemporanea, l’immagine delle mura è già carica del linguaggio dell’esclusione, della securizzazione e del nazionalismo difensivo.
Questo vale anche per il racconto biblico di Neemia. La visione di restaurazione proposta dal libro è inseparabile dall’enfasi posta sul controllo dei confini. Assumere Neemia come paradigma semplice e lineare rischia di evocare senza volerlo proprio quel tipo di controllo centralizzato contro cui l’enciclica mette in guardia. Una scelta che si accorda con difficoltà alla visione di una prosperità umana condivisa che Leone desidera promuovere.
La questione più profonda è che l’enciclica presenta Babele e Neemia come opposti morali: da una parte l’unità tecnologica arrogante, dall’altra la virtuosa restaurazione comunitaria. Leone conclude invitando i cristiani a essere «costruttori di comunione, piuttosto che architetti di Babele».
Eppure le stesse tradizioni bibliche resistono a contrapposizioni così nette. Babele è anche una storia di straordinaria cooperazione umana e dei pericoli del potere concentrato. Neemia è una storia di ricostruzione, ma anche di definizione dei confini, coercizione e controllo amministrativo.
Riconoscere queste tensioni non indebolisce le preoccupazioni di Leone riguardo all’intelligenza artificiale. Al contrario, può approfondirle.
Il monito più attuale di Babele potrebbe infatti non riguardare la superbia, bensì la tentazione di concentrare il potere in un unico sistema. Se cerchiamo modelli biblici per governare le nuove tecnologie, dovremmo essere cauti nel celebrare figure la cui visione dell’ordine sociale dipende dall’esclusione e dall’autorità centralizzata.
La Scrittura offre risorse politiche ed etiche ricche, sebbene spesso ambivalenti, per riflettere sull’intelligenza artificiale. Recuperare queste dimensioni trascurate potrebbe aiutarci ad affrontare non solo i pericoli morali dell’IA, ma anche le forme di potere politico che essa rende possibili.
*Cathleen Chopra-McGowan è professoressa associata di Hebrew Bible presso la Santa Clara University.
settimananews.it/bibbia/cio-che-mh-non-coglie-su-babele-neemia-e-la-ia/
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What ‘Magnifica Humanitas’ misunderstood about The Tower of Babel, Nehemiah and A.I., by Cathleen Chopra-McGowan
“Magnifica Humanitas,” Pope Leo XIV’s new encyclical on artificial intelligence, turns to two biblical stories in its opening lines: one about the Tower of Babel, the other about the rebuilding of Jerusalem under Nehemiah. The Babel story becomes a warning against technological arrogance; the Nehemiah story is a model of ethical reconstruction and human solidarity. Yet the biblical texts themselves are more complicated than what the encyclical presents.
Before turning to the encyclical’s use of the Bible, however, it is worth pointing out that “Magnifica Humanitas” is not a work of biblical scholarship. Like a sermon, it draws selectively from Scripture, highlighting particular themes rather than cataloging every historical interpretation or scholarly debate. No encyclical could do justice to all the complexities of Genesis 11 or the Book of Nehemiah. The question is not whether Pope Leo’s readings are exhaustive—they are not meant to be—but whether the dimensions of these stories that he chooses to emphasize are the ones most relevant to the political and moral challenges posed by artificial intelligence.
The problem begins with Babel.
The encyclical treats Genesis 11 as a story about humanity forgetting the true source of its power. But in the biblical text, the danger is not that human beings mistakenly think they are powerful. The danger is that they actually are.
“This is one people, with one language for all of them,” God says in Genesis 11:6, “and this is only the beginning of what they will do. Nothing that they propose will now be impossible for them.”
Within the larger arc of Genesis, the story belongs to a recurring pattern in which human capacities are progressively diminished. Just as immortality in Genesis 3 (the story of Adam and Eve) is reserved for the divine realm, so too unified language in Genesis 11 appears as a form of power God does not wish humanity to possess. God scatters humanity and confuses its language not simply to punish pride, but to prevent humans from consolidating too much power.
That insight may be even more relevant to artificial intelligence than the encyclical suggests.
The real danger of uniformity is not merely that communication breaks down. It is that communication becomes totalizing. A world reduced to one language is not simply unified; it is governable. Human beings become easier to coordinate, monitor, predict, manipulate and control when all information flows through the same systems and structures. In this sense, Babel reads less like a warning about the breakdown of communication—what Leo describes as a world in which “languages are confused and people no longer understand each other”—and more of a warning against the concentration of human power into a single technological order. This is indeed the more insidious promise of A.I. that the encyclical rightly recognizes: “the pretense that a single language—even a digital one—can translate everything, including the mystery of the person, into data and performance.”
The encyclical’s second biblical paradigm, the story of Nehemiah, raises a different but equally difficult set of questions. Leo presents Nehemiah as a figure of communal rebuilding and moral leadership: “He did not impose solutions from above. He convened the families, assigned each of them a section of the wall to rebuild, listened to their concerns, coordinated their efforts and addressed any opposition.” Certainly, the biblical text portrays Nehemiah as a rebuilder of Jerusalem after a catastrophe. Yet the Book of Nehemiah also presents a vision of restoration inseparable from concerns about boundaries, purity and social control.
In Nehemiah 13, Nehemiah boasts of violently confronting Judeans who had married non-Judeans: “I beat some of them and pulled out their hair.” His reforms are inseparable from projects of exclusion and purity politics. Despite the encyclical’s characterization of Nehemiah as a prophet of solidarity, the biblical text presents him as an administrator who manages imperial resources, organizes labor, enforces compliance and consolidates authority.
These features do not invalidate Pope Leo’s use of Nehemiah. They do, however, complicate it. In an age when many worry that artificial intelligence will intensify systems of surveillance, bureaucratic management and centralized control, the neglected dimensions of Nehemiah’s story may be as important as the ones the encyclical highlights.
The imagery of rebuilding Jerusalem’s walls, for example, carries political dangers the encyclical does not fully confront. Leo interprets those walls metaphorically as moral safeguards and ethical limits on technological power. But walls divide as well as protect. The same structure that secures a community also determines who belongs outside it. In contemporary political life, images of walls are already saturated with the language of exclusion, securitization and defensive nationalism.
This is no less true of Nehemiah’s story in the Bible. The book’s vision of restoration is inseparable from its emphasis on enforcing borders. Choosing Nehemiah as an uncomplicated paradigm to look to unintentionally evokes the very kind of centralized control the encyclical otherwise warns against. This choice sits uneasily with the vision of shared human flourishing that Leo’s encyclical wishes to promote.
The deeper issue is that the encyclical presents Babel and Nehemiah as moral opposites: arrogant technological unity versus virtuous communal restoration. Leo concludes by calling on Christians to be “builders of communion, rather than architects of Babel.” Yet the biblical traditions themselves resist such neat binaries. Babel is also a story about extraordinary human cooperation and the dangers of concentrated power. Nehemiah is a story of rebuilding, but also of boundary-making, coercion and administrative control.
Recognizing these tensions does not undermine Leo’s concerns about artificial intelligence. On the contrary, it may deepen them. Indeed, the most relevant warning of Babel may not be against pride, but against the fantasy of concentration of human power into a single system. If we seek biblical models for governing new technologies, we should be cautious about celebrating figures whose visions of order depend upon exclusion and centralized authority.
Scripture offers politically and ethically rich, if often ambivalent, resources for thinking about A.I. Recovering those neglected dimensions may help us confront not only the moral dangers of artificial intelligence but also the political forms of power it makes possible.
*Cathleen Chopra-McGowan is an assistant professor of Hebrew Bible at Santa Clara University.
americamagazine.org/short-take/2026/06/15/magnifica-humanitas-scripture-babel-ai/


