Abbiamo finito – come da manuale dei tempi correnti – per concentrarci su un unico punto arroventato: se il Documento di sintesi del Cammino sinodale promuovesse o no la partecipazione dei cattolici al Gay Pride. «Un equivoco», secondo alcuni, soprattutto a destra. «Un fatto», secondo altri, evidentemente a sinistra. Cerchiamo di chiarirlo, questo passaggio critico e controverso (a tanti osservatori sono risuonate le prime parole di papa Francesco sugli omosessuali e la Chiesa, nel 2013: «Chi sono io per giudicare?»; ad altrettanti quelle successive, del 2024, sulla «troppa frociaggine» nei seminari), per non perdere di vista il resto.
Il Documento contiene 124 proposte: elaborate dopo una vasta esplorazione – tra parrocchie, associazioni, gruppi, movimenti – e infine affidate allo scrutinio dell’Assemblea sinodale, cioè agli oltre 800 delegati (tra laici e consacrati) delle 226 diocesi italiane.
I paragrafi sono stati votati uno per uno, dopo aver accolto alcuni emendamenti, e sigillati da un plebiscito sul testo complessivo (781 sì su 809, il 95 per cento).
Che cosa «propone» il punto da cui siamo partiti? La Cei, cioè la Conferenze episcopale italiana, viene spronata «a sostenere con la preghiera e la riflessione le giornate suggerite dalla comunità civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità a chi è ferito e discriminato». Segue elenco delle Giornate: «Contro la violenza e la discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, omofobia e transfobia, eccetera». I sì sono stati 637.
Il 77,5% del mondo cattolico interpellato ha quindi espresso «prossimità» a chi soffre perché non accettato e rispettato. Ancora più forte il sostegno (81,3% di sì) al proposito di «superare l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società» e all’impegno «a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender».
Siamo così approdati a una conclusione: è vero, non c’è alcun invito a unirsi ai cortei del Pride, ma allo stesso tempo non c’è traccia di ostilità o anche solo di fatica. Anzi. La Chiesa fa la Chiesa, si specchia e rispecchia nella sofferenza, senza titubare si mette accanto a chi viene spinto (o trattenuto) ai margini. Riecheggia il Discorso della Montagna, una pagina tra le più potenti ed emozionanti dei Vangeli, con il sovversivo abbraccio delle Beatitudini esteso agli afflitti, ai miti, ai poveri in spirito, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, ai puri di cuore.
Proviamo adesso a concentrarci sul «viaggio» che è stato compiuto, prima e oltre i risultati. Un percorso senza precedenti e senza filtri tra quanti si definiscono «cattolici praticanti».
Tutto comincia nel 2021, quando Francesco lancia un appello «ad andare e ascoltare». Per i due anni successivi vengono ascoltate davvero, e in modo sistematico, 500 mila persone in tutta Italia, appartenenti a circa 50mila gruppi cattolici. Solo nel 2023 le idee, riflessioni ed aspirazioni raccolte entrano nel laboratorio di vescovi, teologi, esperti, anche laici: a loro, uomini e donne, il compito di stilare – e ci vorranno altri due anni – quello che viene descritto come «un inventario di esuberante complessità». Complesso, certo, e tuttavia capace di raccogliere consensi a maggioranza larghissima. Esuberante, appunto. La terza fase vedrà la Cei, da qui al maggio 2026, tradurre quanto è stato liberamente manifestato (e liberamente approvato, a scrutinio segreto) in «orientamenti pastorali». Sarà allora che «il viaggio» potrà e dovrà ricominciare, perché dalla base è salita la voce di una Chiesa aperta, attenta alle persone così come sono, meno timorosa al cospetto dei cambiamenti di quanto venga spesso raccontato. Proiettata in avanti con fiducia e con curiosità, capace di spostarsi dalle previsioni e dai pregiudizi, vibrante.
Una comunità antica ma giovane nelle intenzioni ha interrogato e si è interrogata, cercando un filo comune nella spiritualità come nella corresponsabilità: a credenti e non credenti ha offerto un modello di azione che è già trama futura.
Quello che da tempo non fa «la politica», come si ripete senza quasi più distinguere, con i partiti che sembrano rassegnati a rubarsi il consenso a breve e a osservare di sfuggita la curva montante dell’astensione. Come se la non partecipazione alla vita democratica fosse un destino, senza colpe e senza soluzioni.
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