Quando ci si accosta allo spirito di un Paese spesso non si può che rimanere confusi dalle sue incessanti vibrazioni, da una certa vitalità esondante che precede e segue ogni schema concettuale in cui si tenta di ingabbiarlo. Ciò che risulta è sempre un tentativo tardivo di comprendere dinamiche già in atto, un’implorazione quasi, al Potere di cui è informato, che riveli qualcosa, qualsiasi cosa. In questo senso il maggior pericolo è l’auto-inganno, sia a causa di varie euristiche di giudizio sia perché il medesimo potere è anche, sopratutto nel secolo odierno, manipolazione della percezione: lasciare tracce verso sentieri inesistenti. Questo è tanto più vero quando si analizza ciò che sembra massimamente familiare, come gli Stati Uniti d’America.
Invero mai nella loro storia una singola amministrazione, come la seconda di Donald Trump, è sembrata ad occhi europei tanto incoerente, schizofrenica, irrazionale: uno scoppio violento di vita che non sembra avere alcun obbiettivo e indirizzo preciso. Per questo però essa è tanto preziosa per carpire almeno un sussurro dello spirito del Paese, poiché non si nasconde, non permette di essere ricoperta con schizzi di varie grand strategy in cui far rientrare forzosamente ogni singolo avvenimento internazionale e che in ogni caso sempre presuppongono una immagine dell’uomo e della politica internazionale assolutamente disincarnata, ovvero come corsa verso l’accumulazione indefinita di potenza. Ogni azione è ricondotta razionalmente a suddetto obiettivo minimo e massimo che però, nella storia dell’umanità, sempre si nega come tale. La corsa non può avere le energie storiche e umane che la facciano accadere senza contemporaneamente una idea di “traguardo” che facilmente si derubrica a fattore esterno e marginale (indicato quasi dispregiativamente sotto il termine di “ideologia”) a ciò che è il centro dello studio delle relazioni internazionali. L’idea invero è consustanziale alla corsa delle potenze terrene, il traguardo è in essa, non alla fine (e dunque in verità neanche ad un origine che sia metafisica e fuori dalla storia), non può essere fino alla fine slegata dalla contingenza che l’ha prodotta, non è meno concreta di questa pur avendo come ambito la trascendenza. Lo schiacciamento, nel lessico e nell’immaginario, su di un concetto di potenza materiale, dunque misurabile, di contro evidenzia un certo nichilismo, proprio di chi la politica ha smesso di viverla e pensarla come ambito fondamentale della vita umana, condannandosi così all’impossibilità di fondare ultimamente alcun ordine.
Di fronte a ciò la traiettoria degli Stati Uniti non sembra trovare facili appigli logici, perlomeno per gli analisti che descrivono o prescrivono ciò che fanno o ciò che dovrebbero fare gli Stati guidati razionalmente. Eppure ci si dimentica spesso che gli Stati Uniti non sono (o meglio non sanno ancora di esserlo) un semplice Stato. A questo proposito un giovane Marx osservava che «tanto nelle repubbliche quanto nelle monarchie del secolo XIX è la proprietà privata borghese a determinare la vera costituzione e lo Stato. In seguito alla separazione tra Stato e società e tra politica ed economia, il contenuto materiale dello Stato politico viene a porsi fuori della politica e della costituzione».
L’osservazione è essenziale per catturare l’essenza americana quale incarnazione storica delle idee liberali. L’idea di libertà individuale, centrata nella proprietà privata e nell’auto-proprietà di sé, sussiste solo in questa separazione, come «porsi fuori» (che è un porre prima, tramite il contratto, la genesi di libertà e proprietà alla creazione dello Stato) da una situazione politica ad una pre-politica che non era solo metafisica stando alla realtà del continente americano ma che, perlomeno ad occhi europei, appariva realmente come vuoto e pienamente disponibile, tanto che Hobbes nel Leviatano guardava all’America quando scriveva dello stato di natura.
Il sogno americano, ribaltato lo stato di natura hobbesiano in uno rousseauniano, si cristallizza in suddetto principio quand’anche a livello storico-concreto la libera conquista interna dei territori indiani, la corsa materiale che rivela la spirituale, si concluse alla fine del XIX secolo. Da quel momento la frontiera può perpetuarsi all’interno solo artificialmente o mentalmente (a questo proposito non è un caso che per quanto riguarda il cinema ci sia sempre stato un filone che scavi nel significato, sempre più esperito tragicamente, della frontiera e del frontier che la rappresenta, come nelle opere di Taylor Sheridan) giacché la fisionomia dello spazio-asilo della libertà illimitata va mutandosi e mischiandosi fin dalla seconda metà dell’Ottocento con una postura sempre più, si direbbe oggi, di state building: ne sono un esempio le prime leggi limitanti l’immigrazione e introducenti discriminazioni di tipo razziale ed economico.
L’ordine politico e quello economico sono sin dalla fondazione posti in un rapporto dialettico dove la costruzione di un ordine politico interno omogeneo e razionale può darsi paradossalmente solo nello spazio polemico della sua originaria limitazione e decostruzione, o perlomeno sulla sua costante possibilità (incarnata nella fuga verso la frontiera e nella Costituzione). Il politico in questo stato di cose non può auto-porsi come legittimo se non attingendo a categorie che gli sono esterne, come quelle etico-economiche tipiche del liberalismo, e allo stesso tempo queste ultime non possono sussistere, in quanto principi, se non in un orizzonte universale che è il luogo indefinito del loro compimento, la fonte metafisica attraverso cui giunge lo stesso contenuto della politica americana. Ciò è evidente nella dichiarazione di Thomas Jefferson del 2 gennaio 1812: «Se la nostra forza ci permetterà di imporre una legge al nostro emisfero, questa dovrebbe consistere nel fatto che il meridiano che passa in mezzo all’Oceano Atlantico formerà una linea di demarcazione tra la guerra e la pace, al di qua della quale non si dovrà intraprendere alcuna ostilità e il leone e l’agnello vivranno in pace l’uno accanto all’altro».
Dunque è un duplice “porre fuori” che si realizza in un unico movimento: il porsi fuori da una situazione politica-artificiale in favore di una naturale pone fuori, nel senso anche geografico del termine, la legittimità di ogni ordine politico interno, come si vede già nella dottrina Wilson del 1913 che sanciva indirettamente il costituzionalismo democratico come standard di diritto internazionale. Così l’ordine internazionale ed i suoi principi non sono lo specchio di una vera e propria comunità ma dello stesso ordine interno americano (tanto è vero che gli Stati Uniti si sono sempre sentiti liberi di non ratificare o anche solo firmare molti trattati e convenzioni) e sovietico, come perfetto rovesciamento e negazione di quello (l’economia come ordine politico).
Dalla dottrina Stimson (1932) fino alla Guerra al Terrore in ogni azione riverbera la duplicità dello spirito americano che da una parte fa del mondo lo specchio del Nuovo Mondo, ovvero uno spazio verginale e “vuoto” in cui far fiorire la libertà (sempre connessa alla libertà dei mercati, basti pensare alla celebre visita del Commodoro Perry in Giappone) mentre dall’altra ne realizza il capovolgimento negativo in uno spazio, sempre vuoto, caotico e di guerra da cui distanziarsi tramite un cordone sanitario.
È così comprensibile inquadrare l’interventismo esasperato e apparentemente senza logica che spesso ha segnato la storia americana dal Vietnam fino all’Iraq. In ogni azione o disimpegno in gioco non c’è mai solo la potenza americana in quanto tale, o un presunto interesse nazionale (di fatto l’interesse nazionale americano è, o era, un interesse globale verso ogni mutamento violento, implicito nella dottrina Wilson ed esplicito con Stimson) ma la stessa possibilità della potenza come duplice presupporsi di economia e politica in cui si mostrano le costanti oscillazioni tra interventismo globale e isolamento. Essi non sono due stati «solidi» ed opposti ma riverberano uno nell’altro, sono possibili ancora una volta solo reciprocamente poiché in verità nella realtà americana il binomio classico del razionalismo politico tra artificio e natura è annullato, tramite il «porre fuori», in favore di una loro sovrapposizione. Proprio l’indistinguibilità tra i due termini (essendo che come già scritto la costruzione dell’ordine politico si realizza nella sua decostruzione) permette al porre fuori di sussistere, ovvero esso è possibile politicamente perchè la visione del mondo che lo informa è comunque una visione razionalista, il mondo è in ogni caso concepito come indifferenziato e svuotato di ogni qualità. La natura nell’ideale americano non ha niente di naturale e tutto di artificiale (giacché ciò su cui gli ideali liberali si fondano è un impianto razionalista proprio dello Stato, così come Locke in fondo rimane all’interno dell’impostazione hobbesiana), anche se quest’ultimo termine rimane nascosto, invisibile ed esterno poiché sempre concepito ed esperito come derivato, mai originario, nella fondazione americana.
Gli Stati Uniti sono così, per la loro stessa struttura ontica, spinti fatalmente nell’avventura imperiale poiché il principio interno che vede nel Paese la vera e autentica Europa, uno stato di natura rousseaniano, è già criterio implicito per l’esterno, come principio di diritto internazionale.
Senonché la pax americana si mostra oggi in tutta la sua insostenibilità, per l’America stessa, poiché in fondo incontrollabile esternamente (basandosi su presupposti etico-economici universali e mai del tutto politici), mentre internamente ribalta le caotiche dinamiche globali di mercato in cui è immersa (la deindustrializzazione, l’allungamento e frammentazione delle catene di approvvigionamento ecc…).
La presa di coscienza che segna l’amministrazione attuale è emblematica nelle parole del segretario di Stato Marco Rubio nel discorso di apertura davanti alla commissione affari esteri del Senato: «the postwar global order is not just obsolete; it is now a weapon being used against us». L’ordine internazionale si mostra pienamente così come minaccia all’ordine politico americano poiché esso, per la sua stessa essenza, è alla mercé di potenze pienamente politiche come la Cina che lo sfruttano e lo piegano ai propri interessi dichiaratamente parziali. La stessa esistenza della Cina come soggetto statale dalla magnitudo imperiale mette di fronte agli Stati Uniti il difficile compito di confrontarsi con una potenza che svicola per sua natura da ogni confronto, ancorché materiale, ideale. Essa invero non dispone di nessuna vocazione e narrazione universale e perciò è tanto più pericolosa, tanto più difficile da comprendere rispetto all’Unione Sovietica.
Di fronte a questa crisi il comportamento dell’amministrazione Trump è permeato da una certa logica reattiva: l’ostilità verso il proprio sistema internazionale (cristallizzato nel discorso al vetriolo del presidente all’80esima Assemblea dell’ONU) è segno di un ribaltamento progressivo degli interessi in gioco e della dialettica sottostante. La chiusura di Usaid, la messa in questione dello ius soli, l’uscita dall’Unesco, la rivendicazione schietta della Groenlandia e del Canale di Panama, la militarizzazione della gestione dell’immigrazione e della lotta alla droga ogni cosa si mostra come tentativo di dare forma ad un vero e proprio interesse nazionale americano che abbia come unica priorità la costruzione e il rafforzamento dell’ordine interno, la sua auto-fondazione, il suo dotarsi di un senso che sia proprio e peculiare.
Ciò è evidente sopratutto nell’uso mercantilistico dei dazi distribuiti indiscriminatamente tra alleati e nemici da cui emerge la ricerca, interna al politico stesso, del suo «contenuto materiale», l’asservimento della matrice metafisica dell’economia al gioco “senza perché” della politica. Proprio in quanto “gioco” auto-giustificante però essa implica l’assunzione di una particolarità, una parzialità, specifica e negativa che riconosca allo stesso tempo altre simili in quanto informate dalla stessa matrice razionale.
Ciò corrisponde ad un de-centramento dello spirito americano rispetto al suo “destino manifesto” senza precedenti, la sua relativizzazione rispetto alla pluralità degli Stati che porta la democrazia, come principio di diritto internazionale, a perdere così progressivamente la sua forza motrice. La frontiera che divideva il suo campo da ciò-che-non-è-ancora e la linea di esclusione che sussisteva da James Monroe vanno in frantumi segnando la fine dell’illusione liberale dello stesso principio cardine americano, della separazione tra politica ed economia, tra Stato e società.
Ciò che affiora così è l’appercezione che l’economia e i suoi valori metafisici, i valori fondanti dello spirito americano, siano sottomessi all’artificio politico, allo Stato messo in forma di democrazia. Essa non solo non è un valore universale ma è anche il veicolo interno di una espansione senza precedenti dello Stato federale (dunque in questo senso si possono analizzare le azioni dell’amministrazione Trump volte a snellire e smantellare pezzi dello Stato attraverso il DOGE).
In questa direzione si assiste ad uno spartiacque senza precedenti della storia americana: lo scollamento progressivo, fino ad arrivare ad una netta contrapposizione, tra il concetto di libertà e quello di democrazia all’interno della stesso spirito liberale e libertario. Ciò è evidente nel pensiero neo-reazionario di Nick Land e di Curtis Yarvin che molto ha influenzato l’attuale amministrazione. Il disilluso libertarismo nei due pensatori, non potendo più evitare il peso della sovranità, dunque non potendo più pensare una separazione dall’ordine economico e morale (poiché lo stesso si è mostrato come parziale), approda ad un’idea di Stato-azienda (in cui il Ceo, il presidente, è eletto dagli azionisti e solo da quelli, ovvero da coloro che dispongono delle leve economiche per incidere sulla conduzione complessiva dello Stato) dove il Politico si dota di un senso facendo proprie le logiche (e il lessico) capitalistiche. In suddetto caso la sua legittimità deriva dall’efficienza complessiva della macchina-Stato (a cui gli azionisti tendono per massimizzare il valore delle proprie ‘‘azioni statali’’), azienda particolare in concorrenza con altre.
Si tratta di una “formalizzazione” del potere politico, il suo riscatto dal cono d’ombra che rappresenta per gli autori la democrazia, il cui rifiuto corrisponde al rifiuto di una inefficienza diffusa e del suo universalismo (im-politico) che ha ribaltato le dinamiche caotiche del mondo all’interno dei confini americani. Di contro l’efficienza dello Stato-azienda è un criterio eticamente neutro necessario alla auto-fondazione di un ordine statale ed inoltre esso non è teleologicamente indirizzato a nessun fine preciso, se non quello di un continuo auto-superamento di sé, del porre continuo delle risorse di cui dispone. Invero questa è la natura filosofica della tecnica.
Ciò che permette il trapassamento dall’universalismo dei valori americani al particolarismo è così il fondamento di questi sulla tecnica non in quanto mezzo, ma, heideggerianamente, come essenza dell’essere. La libertà non discende dalla proprietà ma dalla possibilità di “uscire” (ovvero recedere da parte del singolo dalla relazione con un uno Stato, secondo il lessico neoreazionario, che richiama alla tradizione della migrazione verso la frontiera) di slegarsi dai vincoli delle decisioni della maggioranza grazie al movimento del capitalismo tecnologico portato al suo massimo efficientamento, alla sua massima libertà grazie allo Stato.
In questo senso si assiste alla mutazione di postura della Silicon Valley e del suo tradizionale “agnosticismo tecnologico” come definito da Alex Karp, il Ceo di Palantir, per criticare l’im-politicità e lo scarso senso di appartenenza nazionale che caratterizza le grandi aziende tecnologiche, spesso intente a fare affari con Paesi ostili e poco propense ad investire nella difesa. Proprio Palantir e il suo strumento di interfaccia, Ontology, si mostrano come perfette cartine tornasole di questa fondazione (che è presa di possesso) della politica sulla tecnica in quanto unendo «la dimensione virtuale del software e la realtà empirica della gestione amministrativa» permette «la notevole accelerazione della produzione di decisioni da parte dei funzionari pubblici».
Il passaggio da economia a tecnica è epocale poiché, pur evidenziando l’installazione dello spirito americano nello spazio di una nuova frontiera essa non si pone in antitesi con la politica giacché l’essenza della tecnica è, sempre secondo Heidegger, il porre dei “pezzi di riserva” delle risorse sussistenti nell’ambito di un ordinare. In questa fondazione della politica sulla tecnica l’ambito dell’ordinabile arriva ad essere la techne politiké per eccellenza, lo Stato. Si potrebbe anzi dire che la sovranità stessa sia l’essenza della tecnica (che Heidegger identificava come «l’impianto») nel senso che essa «non sbocca in nulla giacché l’ordinare non produce nulla che possa e a cui sia lecito avere una presenza per sé al di fuori del porre. Ciò che è ordinato è sempre già e sempre solo posto allo scopo di porre un altro nel risultato come sua conseguenza. La catena dell’ordinare non sbocca in nulla, anzi, essa entra soltanto nel suo corso circolare. Solo al suo interno l’ordinabile ha la sua sussistenza». La sovranità è l’ordinare che ha in sé il suo senso, ovvero la sua continua ordinabilità, la sua continua auto-fondazione.
È chiaro dunque come in gioco non possa più esserci una scelta tra interventismo globale e isolazionismo. Ciò che è in gioco è l’essenza dello spirito universale americano per come lo si è descritto. Se la libertà, la frontiera, si fonda sulla tecnica essa in realtà si fonda sulla politica, in una sovranità specifica che ne è ambito. Certamente la sovranità mantiene l’universalità che è propria dell’essenza della tecnica ma essa è irrimediabilmente legata in quanto potere particolare alle risorse di cui dispone, al suo territorio. Il «porre fuori» si tramuta in un disporre interno. Così in verità viene a cadere sia la possibilità dell’isolamento, giacché è caduta la dialettica tra lo stato di natura rousseaniano e le sue libertà pre-statali con il mondo esterno, sia il senso di ogni proiezione imperiale esterna (in quanto legata agli ideali americani) se non nella misura in cui essa è subordinata in un’ottica di accumulazione di risorse, dunque non pregna dell’universalismo proprio di un Impero. Invero l’Europa, e il mondo intero, appaiono già come deposito di risorse da cui estrarre soldi, materiali e dati in vista del proprio ordinare, il proprio continuo fondamento dell’ordine politico interno. Non sembra un caso a tal proposito che la riunione organizzata dalla presidenza di tutti i generali dell’esercito a Quantico si sia focalizzata su temi di politica interna, in un ribaltarsi della stessa funzione dell’esercito americano il cui esito si deciderà a seconda di come si evolverà lo scontro, già in atto, tra i massimi vertici militari americani e la strategia del Pentagono di Hegseth che, come riportato da Politico, riduce l’enfasi sul “contenimento” cinese a favore della difesa nazionale (dalla lotta all’immigrazione al contrasto delle attività terroristiche, presunte o tali, Antifa, e della cultura woke) e l’emisfero americano (vedasi la pressione sul Venezuela).
In ogni caso ciò che si può carpire dello spirito americano in questi tumultuosi anni è di un suo cambiamento epocale, di una sua migrazione senza precedenti verso un mondo che in un certo senso l’Europa ha dimenticato. Il Nuovo Mondo trapassa infine in uno Vecchio, in un Nuovo Vecchio, percorrendo al contrario la genesi dello Stato in Europa esso è giunto dove le illusioni finiscono, la struttura di senso metafisica perde la sua forza rivelando la potenza auto-giustificante del Politico.
Se l’esito di tutto questo sarà forse mostrato compiutamente solo con una nuova e diversa “guerra di religione” ciò che infine offre l’America è, come da sua tradizione, uno specchio attraverso cui memorie perdute, coi loro incubi e i loro sogni, tornano ad interrogare le notti agitate d’Europa.
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