Il vescovo Cadiñanos sui migranti di Ceuta: «È un esercito di disperati, di vittime» di José Lorenzo

Il Vescovo responsabile delle Migrazioni della Conferenza Episcopale Spagnola denuncia in un’intervista con RD che «la dignità della persona non conta nulla», mette in guardia dalle conseguenze «di una cultura del rifiuto e della paura con gravi ripercussioni per la convivenza» e ribadisce che «dalla Chiesa ci offriamo per aiutare, accompagnare e generare fraternità».

Presidente della Sottocommissione Episcopale per le Migrazioni e la Mobilità Umana della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), Fernando García Cadiñanos ha vissuto con «molta pena e rabbia» la recente crisi migratoria a Ceuta e – seguendo la massima di papa Francesco sul sistema economico vigente – ritiene anch’egli che «questa politica uccide», poiché «ciò che sta dietro è l’utilizzo e la strumentalizzazione della sofferenza di molte persone per oscuri interessi particolari, strategici e politici».

«Le vittime vengono utilizzate e lanciate in una guerra tra poveri», afferma in una conversazione con Religión Digital l’vescovo di Mondoñedo-Ferrol, il quale, d’altra parte, invita a seguire l’esempio della società di Ceuta – «adulta, integrata e integratrice» – di fronte a «quella tentazione che alimenta ideologii, discorsi, interessi…», perché «le conseguenze di ciò che è accaduto possono essere molto gravi per l’insieme della società nel generare una cultura del rifiuto e della paura con gravi ripercussioni per la convivenza».

D. Ha visto le immagini dell’arrivo massiccio di persone a Ceuta, molte a nuoto, con neonati sui salvagenti… Cosa ha pensato di fronte a quella visione?

R. Mi ha fatto molta pena e rabbia per diverse cose. Per la disperazione che significa per molte persone dover rischiare la propria vita per ottenere un futuro migliore. Diventa evidente che il «diritto a non migrare» non viene rispettato e che, come diceva papa Francesco, «questa economia uccide». Forse in questo caso bisognerebbe dire anche: «questa politica uccide». Perché ciò che c’è dietro è l’utilizzo e la strumentalizzazione della sofferenza di molte persone per oscuri interessi particolari, strategici e politici.

La dignità della persona non conta nulla, ma sono mezzi, meri espedienti per un fine particolare. È deprecabile! Mi sono venute in mente quelle dure parole di papa Leone nel suo recente viaggio alle Canarie, che diventano qui una provocazione etica e politica:

«…a coloro che si approfittano della disperazione; a coloro che organizzano rotte di morte, trafficano con persone, trattengono documenti, sfruttano lavoratori, minacciano donne, ingannano famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un business. Fermatevi. Convertitevi. Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze arrivano fino a Lui. Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro».

D. Alcune forze politiche attribuiscono parte della colpa di questa ondata di persone alla recente regolarizzazione dei migranti, sostenuta anche dalla Chiesa. Crede che ci sia stato un effetto chiamata?

R. L’effetto chiamata non dipende da leggi puntuali: è presente tutti i giorni dell’anno quando c’è una frontiera sud in cui il divario economico e sociale che la separa è un abisso. Basta mettere a confronto due dati: il reddito pro capite in Spagna è di 34.210 euro, mentre in Marocco, dall’altra parte di una barriera, è di circa 3.972 euro. Questo presuppone un potere di attrazione e di chiamata permanente e costante, al di là di leggi ed elementi congiunturali. Se a questo si uniscono gli oscuri interessi politici e le circostanze sociali legate alle rotte migratorie, le vittime vengono utilizzate e lanciate in una guerra tra poveri.

D. Alcuni esponenti politici hanno incoraggiato a difendere le proprie famiglie «con tutto ciò che si ha a disposizione». Le suona come un altro effetto chiamata?

R. La situazione che abbiamo vissuto non possiamo affrontarla unicamente col sentimento, ma dobbiamo ricordare la ragione che ci umanizza e, per noi cristiani, anche la fede. Sono due luci che ci aiutano a comprendere meglio la realtà e a posizionarci adeguatamente in essa. Entrambe sono complementari. Le conseguenze di ciò che è accaduto possono essere molto gravi nell’insieme della società nell’alimentare una cultura del rifiuto e della paura con gravi ripercussioni per la convivenza. Non possiamo cadere in quella tentazione che alimenta ideologie, discorsi, interessi… La società di Ceuta ci ha dimostrato di essere una società adulta, integrata e integratrice, con un’enorme capacità di affrontare sfide complesse. Dobbiamo saperla sostenere.

D. Si è parlato di «invasione»; tuttavia, Andrea Riccardi l’ha definita «esodo». Lei con quale termine rimarrebbe e perché?

R. Come direbbe un buon gallego, «dipende». Le parole a volte non sono capaci di cogliere tutta la realtà e, purtroppo, sono segnate da sfumature che possono essere utilizzate a beneficio degli uni contro gli altri. Certamente le frontiere non sono state rispettate, e il diritto di controllare i confini è un diritto di ogni Stato. Tuttavia, la parola ha una connotazione militare e politica in vista di un’usurpazione che, in questo caso, non si verifica esattamente cosi: è un esercito di disperati, di vittime.

Se questa parola mette il focus sulla popolazione di Ceuta, la parola esodo fa riferimento specialmente agli immigrati e alla loro situazione di vittime: è una lettura anch’essa reale, molto credente e provocatoria, che ci stimola verso altri atteggiamenti più umanizzanti. Inoltre, ci aiuta ad approfondire la realtà, a scoprire situazioni, cause, motivi.

D. La Spagna rimprovera a Bruxelles la mancanza di solidarietà di fronte a questa crisi che è costata la vita a circa un centinaio di persone, dopo la lettera di 22 leader comunitari che chiedono al nostro paese di controllare adeguatamente le proprie frontiere… Ha ragione la Spagna a sentirsi chiamata in causa?

R. Senza dubbio, sulla questione migratoria dobbiamo convincerci che non la può affrontare un Paese da solo. Non basta gestire gli arrivi, rafforzare le frontiere, garantire sicurezza. È un fenomeno globale che riguarda tutti noi e che dobbiamo essere capaci di gestire in modo integrale: servono vie legali e sicure, occorre lottare contro le mafie che gestiscono trafficano le tratte di persone, è necessario sedersi per pensare: cosa significa il «diritto a non migrare»? È urgente promuovere l’autentica integrazione e accoglienza, c’è dietro un modello economico e sociale che va trasformato. L’importante è cercare la comunione. Non dobbiamo scontrarci, è urgente camminare insieme di fronte alla sfida delle migrazioni e della mobilità umana. Purtroppo, la cattiva politica a cui siamo così abituati, lungi dall’orientarsi al bene comune, guarda a interessi particolari e a breve termine.

D. Ceuta calcola che dovrà assistere più di mille minori migranti, con strutture già saturate… Cosa può fare la Chiesa, attraverso le sue istituzioni, di fronte a questa situazione? La Chiesa solleciterà l’apertura di corridoi umanitari e offrirà i suoi spazi per aiutare a decongestionare non solo le strutture, ma anche gli animi di una società che ha già iniziato a fare ronde?

R. È qui che si colloca ora la vera sfida, dopo la tempesta. Non possiamo lasciare sola la società di Ceuta. Non possiamo cadere nell’indifferenza o nello scontro frontale. Il rispetto della dignità umana e il superiore interesse del minore, in conformità con il quadro giuridico, devono prevalere e devono essere rivendicati. Il «brand paese» e l’«unità territoriale» si rendono visibili anche in questa questione.

«E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre nel paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, vicino al mare, ogni vita che arriva ci chiede cosa resta della nostra umanità. Tardi o presto, si saprà se abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi».

La Chiesa, come sempre, si mette al servizio dell’autorità politica per aiutare con i propri mezzi ad affrontare questa nuova sfida. So che la Chiesa a Ceuta lo ha fatto ma, senza dubbio, sarà insufficiente. Aggiungo l’auspicio che non si apra qui un nuovo fronte di discussione e di polarizzazione. Come Chiesa ci offriamo per aiutare, accompagnare e generare fraternità: questa è la nostra missione.

Da Religión Digital del 8 agosto 2026

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