Ogni epoca storica, guardandosi allo specchio nei momenti di transizione più delicati, ha saputo dare un volto e un nome alle proprie inquietudini più profonde, proiettando sulle pagine della storia le ombre che ne agitavano il cammino. Se proviamo a sfogliare i capitoli di questo lungo percorso, ci accorgiamo che l’essere umano ha sempre avvertito il bisogno primordiale di oggettivare i propri incubi per poterli, in qualche modo, abitare e comprendere: così la figura di Frankenstein ha dato corpo al terrore di una scienza prometeica e priva di etica, mentre il mito di Dracula ha tradotto in narrazione l’angoscia per una leadership corrotta e depravata che succhia la linfa vitale del popolo. Persino le vicende del dottor Jekyll e del rispettivo signor Hyde, proprio all’inizio dei primi studi scientifici sulla criminologia, svelavano l’horror indicibile che può nascondersi sotto la vernice della rassicurante normalità borghese. Ovviamente sappiamo bene come tutti questi orrori, individuati e cristallizzati attraverso la formazioni dei miti antichi e moderni, sono stati riconosciuti e, purtroppo, continuano drammaticamente ad esserci nella nostra quotidianità.
Oggi, tuttavia, il tempo presente sta partorendo un immaginario inedito, una forma di sgomento che non sorge più dalle profondità dell’inconscio o dai mostri della letteratura classica, ma emerge proprio dalle crepe luminescenti del web, dalle sue stanze infinite e apparentemente asettiche. Questo filone ha radici profonde che affondano nelle origini dei cosiddetti creepypasta, quei racconti dell’orrore nati in modo anonimo nei primi forum della rete, frammenti di narrazioni digitali che si propagavano di bacheca in bacheca, fino ad arrivare a YouTube, modificati e arricchiti dagli utenti fino a diventare leggende metropolitane globali. Quello che era nato come un fenomeno sotterraneo e di nicchia ha vissuto un’esplosione travolgente sul web, colonizzando l’immaginario collettivo fino a generare mitologie strutturate. Il fenomeno delle cosiddette Backrooms, che trova in questo periodo una sua potente cassa di risonanza nel film attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche, rappresenta l’esempio più puro e disturbante di questa mutazione.
L’estetica di questi spazi si nutre di elementi tragicamente familiari: la ripetizione ipnotica di corridoi gialli e spogli che rievocano i corridoi deserti dei centri commerciali, la geometrica freddezza delle strutture prefabbricate e l’anonimato disarmante degli hotel in franchising. Come ha acutamente osservato il filosofo Byung-Chul Han nelle sue analisi sulla società contemporanea, viviamo in un’epoca di profonda profanazione dello spazio, dove i luoghi perdono la loro sacralità e la loro capacità di generare legami per diventare semplici aree di transito, asettiche e prive di memoria.
Di fronte a questo scenario la risposta non è immediata, eppure in questo bizzarro fenomeno culturale si nasconde un seme profondamente positivo. Questa narrazione collettiva rappresenta infatti una provvidenziale oggettivazione del nostro malessere, una presa di coscienza necessaria sull’orrore della virtualizzazione relazionale, sulla spersonalizzazione e sul deserto di solitudine che si sperimenta stando immersi in una folla sterminata di connessioni. Dare un nome al labirinto, tracciarne i contorni attraverso un mito moderno, significa compiere il primo passo per non lasciarsene interiormente divorare, trasformando l’angoscia informe in consapevolezza condivisa.
In filigrana si scorge la materializzazione di una paura che l’uomo avverte come sempre più vicina, un terrore esistenziale che tocca le corde più prpfonde. È il timore di essere inghiottiti da una virtualità totalizzante che, giorno dopo giorno, consuma i frammenti più autentici della vita di relazione, offrendo in cambio simulacri impersonali. Le Backrooms sono il labirinto delle false promesse, un luogo in cui si rischia di perdere ogni speranza, anche se i protagonisti, paradossalmente, continuano a lottare con tutte le loro forze per vivere. L’illusione più feroce di questo labirinto è proprio quella di far credere che non ci sia alcuna alternativa, che il mondo sia irrimediabilmente vuoto, spingendo l’individuo all’idea che l’unica soluzione sia quella di distrarsi, di non pensarci, riempiendo quel vuoto esistenziale con i miraggi del consumismo. Quelle geometrie ripetitive, illuminate dal ronzio persistente e freddo di neon industriali, spazi senza uscita e privi di una finalità apparente, divengono la metafora perfetta dello smarrimento che si prova nel navigare l’oceano di una realtà sfregiata dall’appiattimento culturale, privata di bellezza e stupore.
Entriamo spesso in questa rete infinita cercando qualcosa che possa appagare l’intima sete: una risposta, un volto, un momento di ascolto profondo che possa spezzare il silenzio del quotidiano. Eppure, il rischio reale è quello di perdersi in un labirinto sterile che non conduce ad alcun compimento, una realtà parallela e chiusa in se stessa che replica all’infinito la delusione di un incontro mancato. In questo vagare solitario, ci si illude frequentemente di aver trovato una via d’uscita o una connessione profonda, proprio mentre si scivola ulteriormente nel vuoto delle relazioni disincarnate. Il medium stesso, infatti, tende a trasformarsi da strumento di comunione in un ambiente pervasivo che tutto avvolge e tutto maschera, un luogo dove l’inganno può indossare la veste dell’empatia con precisione chirurgica, sfruttando il bisogno primario di vicinanza e solidarietà per trasformarlo in una trappola. Viene in mente la celebre riflessione di Jean Baudrillard sulla «preminenza del simulacro», in cui il segno non rappresenta più la realtà, ma ne prende drammaticamente il posto, privando l’uomo della possibilità stessa del contatto autentico.
Le grandi narrazioni profetiche del secolo scorso, da Aldous Huxley a George Orwell, avevano ampiamente paventato il pericolo di un mondo in cui la tecnologia avrebbe anestetizzato l’anima, ma forse l’umanità odierna non era pienamente preparata a sperimentare la vertigine di vivere dentro quell’incubo. Oggi il vero timore non risiede nella distruzione fisica, quanto piuttosto nella perdita dei confini tra la nostra interiorità e il digitale, nella paura di diventare entità fluttuanti in corridoi senza fine, incapaci di distinguere la verità dell’esistenza dal riflesso freddo dello schermo. Quando il virtuale pretende di sostituirsi all’incontro, la promessa di una vicinanza totale si rovescia nel suo opposto, consegnando all’individuo soltanto l’eco dei propri passi solitari in una prateria di pixel.
Eppure, proprio nel bisogno collettivo di raccontare questo orrore risiede l’atto più autentico del riscatto umano, la ferma volontà di far valere la nostra natura più profonda di fronte alla minaccia della dissoluzione. Riconoscere il deserto relazionale in cui rischiamo di naufragare significa, prima di tutto, reimparare a guardarsi negli occhi fuori dal circuito della virtualità, rivendicando la densità dell’esperienza vissuta e il valore insostituibile della presenza. La vera sfida del nostro tempo ci impone di abitare questi corridoi artificiali senza lasciarci espropriare del pensiero, della parola e del calore, poiché solo l’ostinata affermazione della nostra umanità può spezzare la maledizione del vuoto. Attraversare la modernità richiede allora un impegno lucido: quello di far valere il sentimento genuino, della solidarietà e della vicinanza, riconducendo ogni strumento tecnico al suo ruolo originario e trasformando il deserto dell’isolamento in un terreno fertile per un reale e fecondo incontro.


