Alzare la voce (insieme), Carlo Verdelli

Già adesso è il Capo di Stato più longevo della nostra Repubblica, eletto la prima volta nel 2015, confermato nel 2022, fine mandato nel 2029. Una personalità politica che ha conquistato credibilità internazionale anche in ragione della coerenza rispetto ai valori cardine dell’Occidente e del modo fermo ma pacato in cui si è sempre speso per difenderli. Non parla tanto, il Presidente Mattarella, specie in questo 2025 così cupo e minaccioso, e comunque senza mai rinunciare alla cautela che è un suo tratto distintivo. Qualche giorno fa, da Lubiana, ha però dismesso i toni prudenti e ha speso parole nettissime contro chi ci sta mettendo in pericolo. Droni russi avevano appena violato lo spazio aereo della Polonia (succederà di lì a poco anche sulla Romania) e Israele si era spinta a bombardare il Qatar, 1.800 chilometri di distanza, per colpire dei leader di Hamas. Condannando con esplicita durezza entrambe le azioni, Mattarella le collega e le trasforma in un allarme rosso: «Ci si muove ormai su un crinale. Il mondo rischia di scivolare nel baratro come nel 1914. Nessuno allora voleva far scoppiare la Guerra mondiale ma l’imprudenza dei comportamenti provoca prospettive gravi». E ancora, mirando con maggiore precisione, denuncia come inaccettabile il massacro di Gaza e l’intenzione di annettere parte della Cisgiordania («rendendo impossibile una soluzione politica in quella regione, a vantaggio anche della sicurezza di Israele»).
Il Presidente poi affonda il colpo sulle «reiterate minacce del Cremlino ai Paesi europei» che possono portare «a un conflitto di dimensioni inimmaginabili e incontrollato». 
Reazioni italiane a quel mondo sull’orlo del baratro, all’avviso perentorio di Mattarella? Nei fatti, nessuna. E per due ragioni, entrambe legate a una colpevole incoscienza del momento. La prima ragione è la spaccatura su entrambi i fronti, russo e mediorientale, che attraversa sia il governo sia l’opposizione. Il Parlamento europeo approva, per la prima volta dopo due anni dalla strage terrorista di Hamas del 7 ottobre e la radicale reazione di Israele, una risoluzione «non vincolante» sulla Palestina, che contempla l’ormai consunta ipotesi dei due Stati, la lotta alla carestia e la liberazione degli ostaggi, evitando di includere nel testo la parola «genocidio» per scongiurare ulteriori divisioni. Votano a favore Pd e Forza Italia, contro i 5 Stelle perché troppo debole e per ragioni diverse la Lega, mentre si astiene Fratelli d’Italia. Stessa disunità sulla mozione che stava per proporre il governo alla Camera per aumentare le spese militari come stabilito in sede Nato: Salvini apertamente ostile, l’opposizione che presenta cinque testi differenti, finisce che per adesso non se ne fa niente, con buona pace, si fa per dire, del ministro della Difesa Guido Crosetto che inascoltato avvisa: «Siamo già in guerra, anche se in un modo che non si vede, una guerra ibrida, fatta di attacchi hacker, disinformazione, spionaggio tecnologico». Pretende finanziamenti per difendersi, quindi armarsi, argomento che tra gli altri trova molto tiepido il suo collega all’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti.
La seconda ragione della percepita assenza di attenzione della nostra classe politica di fronte al precipitare della situazione internazionale è in qualche modo legata alla prima: ognuno pensa agli interessi di partito, a sedurre o a non contrariare il proprio potenziale elettorato, specie ora che ci sono le Regionali nella Marche alle viste (28-29 settembre), in ottobre in Toscana e a fine novembre in Puglia, Campania, Veneto. Ogni presa di posizione forte sulle questioni che agitano il mondo rischia di costare voti oppure di mettere in crisi rapporti più o meno sotterranei con qualcuna della Grandi Potenze in campo (Usa, Cina, Russia, Israele). Così si procede in ordine sparso, con una certa e voluta vaghezza. Dove sta l’Italia? Per la pace, certo, questo tutti. Ma come? Attraverso quali scelte?
Intanto la discesa verso il baratro non si arresta, anzi aumenta il passo. L ’Assemblea generale dell’Onu vota a favore di uno Stato palestinese «ma senza Hamas», condannando la catastrofe umanitaria nella Striscia e gli attacchi di Israele contro i civili. Netanyahu risponde che «non ci sarà mai uno Stato palestinese», firma il progetto che spezzerà in due la Cisgiordania in vista di una completa annessione e continua a spingere, bombardando, l’esodo da Gaza. Quanto al raid israeliano anti Hamas in Qatar, ha prodotto un vertice proprio a Doha dei leader dei Paesi arabi e islamici durante il quale il presidente egiziano Al Sisi intende proporre la costituzione di una specie di Nato della Mezzaluna, con 20 mila soldati da mettere sul campo ogni volta che venga colpita la capitale di uno degli Stati membri. A corredo, un facsimile dell’articolo 4 dell’Alleanza Atlantica, che prevede una consultazione tra i partner per stabilire se un Alleato è da considerare sotto attacco e quindi da proteggere. La Nato originale, nel frattempo, ha varato la «sentinella dell’Est» (jet, truppe, contraerea) per irrobustire il confine orientale dalle minacce di Putin. E la Ue sta progettando «L’occhio di Odino» per tutelare i cieli dalle incursioni russe con missili e droni. Costo: circa 100 miliardi. Indicativa la scelta del nome dell’operazione: Odino, re della sapienza ma anche della guerra e della vittoria. 
Si moltiplicano i venti che spingono in direzione del baratro. Persino l’assassinio di Charlie Kirk, una delle voci più risolute del trumpismo, diventa benzina sul fuoco di divisioni, scontri, lo sparatore era di destra o di sinistra, invece di trasformarsi in un pensiero opposto, cioè leggerlo come un altro segno che si sta passando ogni segno. Avvertiva Einstein che, dopo la terza guerra mondiale, la quarta si combatterà con pietre e bastoni. Ma tutto continua come se la minaccia che torna a incombere su ciascuno di noi fosse lontanissima, anzi irreale, con la preoccupazione angosciata di Mattarella ridotta a un richiamo al buon senso. Servirebbe altro, un soprassalto di consapevolezza in un’ora che torna ad essere buia. Magari una riunione d’emergenza tra i nostri leader politici, da Meloni a Schlein, con un solo punto all’ordine del giorno: trovare un accordo perché l’Italia alzi la voce come nazione strategica e dica il suo no al peggio, al baratro. Ma pare che il risultato elettorale di Ancona sia al momento questione assai più rilevante.

corriere.it/opinioni/25_settembre_14/alzare-la-voce-insieme-1c4c23f5-b6ae-43dd-b5ee-3b3a335d6xlk.shtml

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