Infreddolito e spaesato, il ragazzo africano ricorderà per sempre l’esperienza di una pianura innevata. Lo prende a schiaffi il freddo, lo prendono a ceffoni i superiori. Legato a un albero, tocca a lui fare da sacco per il pugilato del tenente russo. Un monito per gli altri neri che si rifiutano d’essere carne da cannone a basso costo.
All’inizio erano leggende nella steppa infarcita di ordigni inesplosi, cadaveri, trincee e foreste carbonizzate dalle esplosioni. Poi quando i primi mercenari di colore sono caduti in mani ucraine, a Kiev hanno capito che non si trattava della solita internazionale combattente, di quelle a cui si affidano sia i russi che gli ucraini. Il video del ragazzo picchiato perché in una lingua che non capisce gli ordinano di avanzare contro il fuoco nemico, circola nei social network della propaganda moscovita. Alcune volte gli africani sono derisi, in altri filmati fraternizzano con i commilitoni russi tra sorsi di vodka e fucili maneggiati con la destrezza di chi le armi non le frequenta da poco. «Mio figlio mi ha mandato messaggi dicendo che era in una base in Russia e poi in trincea nel Donbass», ha raccontato una madre kenyota ai media di Nairobi, temendo che al suo ragazzo possa capitare il peggio.
Le indagini della procura generale di Kiev riferiscono di almeno 1.400 mercenari africani identificati. Provengono da 36 Paesi. E non è facile stabilire quanti siano i soldati di ventura e quante le vittime di una moderna tratta delle vite a perdere. Le conferme più consistenti arrivano dal Sudafrica e proprio dal Kenya. A Pretoria una inchiesta è stata aperta per il reclutamento con l’inganno di 17 giovani. Il gruppo è riuscito a contattare le autorità sudafricane, chiedendo di potere essere esfiltrato dalle aree di combattimento. «Mi hanno detto che avrei fatto un lavoro ben pagato come guardia di sicurezza in Russia. Quando sono arrivato mi hanno mandato a combattere», ha raccontato uno di loro. «Pensavo fosse un contratto civile. Nessuno mi ha spiegato che saremmo finiti in una zona di guerra», è un’altra delle testimonianze raccolte.
Ricostruire l’intera filiera mettendo in ordine date e nomi è ancora proibitivo. A mano a mano che le storie affiorano gli investigatori aggiungono nuovi dettagli. Nel mirino è finita una giornalista sudafricana che ora è accusata di avere propagato via radio gli “annunci di lavoro” da Mosca. Ma la rete di reclutatori è arrivata più in alto. Secondo la polizia, nel luglio dello scorso anno la parlamentare Duduzile Zuma avrebbe convinto 18 giovani a trasferirsi in Russia. È la figlia di Jacob Zuma, presidente del Sudafica del dopo Mandela dal 2009 al 2018. Ad attendere il gruppo di “volontari”, un corso di formazione rivolto alle future guardie di sicurezza per il partito politico dell’ex presidente. Il gruppo ha firmato contratti scritti in russo che in realtà prevedevano, dopo un breve addestramento, il dislocamento sul fronte ucraino.


