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Senso di appartenenza, di Pietro Urcioli

creato da direttore ultima modifica 14/09/2015 17:42 Cercasi un fine
Quello che viene comunemente definito senso di appartenenza è sicuramente un sentimento di fondamentale importanza nella nostra vita quotidiana, un legame che si instaura tra individui coscienti di avere in comune una medesima matrice culturale, intellettuale, sociale, professionale, religiosa.
Senso di appartenenza,  di Pietro Urcioli

appartenere o scappare?


Quello che viene comunemente definito senso di appartenenza è sicuramente un sentimento di fondamentale importanza nella nostra vita quotidiana, un legame che si instaura tra individui coscienti di avere in comune una medesima matrice culturale, intellettuale, sociale, professionale, religiosa. Frequentemente esso porta alla costituzione di organismi di vario genere – fondazioni, istituzioni, società, enti, associazioni, corporazioni, ordini e quant’altro – i cui principali obiettivi sono ad extra la tutela degli interessi degli aderenti e ad intra la promozione della loro coscienza identitaria.

Tuttavia è anche vero che un senso di appartenenza troppo marcato può comportare effetti deleteri. In questi casi l’organismo si chiude in se stesso separandosi dal suo naturale contesto; finisce col prendere piede una logica di divisione di tipo “dentro/fuori” per la quale gli estranei vengono visti come diversi. È appena il caso di rilevare che questa è la stessa logica che ispira i settarismi, i fondamentalismi, i nazionalismi; in questi casi, evidentemente patologici, la rivendicazione identitaria è talmente esasperata che gli estranei da diversi finiscono col diventare nemici. Il singolo, inoltre, rischia di vedere compromessa la propria individualità. Frequenti sono i casi di organismi che richiedono ai propri membri un’adesione totale e incondizionata e utilizzano ogni mezzo per stimolare e accrescere in essi lo spirito di gruppo; l’individuo in questo ambiente così fortemente caratterizzato può trovarsi nella condizione di dover delegare ad altri, più o meno consapevolmente, le proprie scelte.

Come va dunque vissuto un senso di appartenenza che, per quanto intenso e gratificante, sappia tenersi lontano da questi eccessi? Come si può appartenere a un organismo senza esserne assorbiti, senza rinchiudere in esso i propri orizzonti intellettuali ed emotivi?

Personalmente ritengo che collocarsi in una posizione di frontiera, di bordo - con i piedi dentro e con la testa fuori, se così si può dire - possa costituire un sistema efficace: sufficientemente dentro, così da contribuire e attingere a un comune sentire, ma anche sufficientemente fuori, così da esercitare liberamente il proprio giudizio critico. Una posizione un po’ decentrata, eccentrica, così da resistere ai richiami centripeti e non cedere a tentazioni centrifughe. Credo che questa sia la sola collocazione che consenta di non lasciarsi condizionare eccessivamente dall’organismo di appartenenza: rimanere terzi rispetto ad esso quel tanto che basta per conservare la propria indipendenza di azione e di pensiero, per mantenere integra la propria obiettività di giudizio. Conseguentemente, il senso di appartenenza che deriva da questa collocazione marginale non è mai totalizzante, senza se e senza ma; al contrario, è sempre parziale, limitato, anche quando la propria adesione è suggellata da un atto ufficiale, solenne, se non addirittura sacro, come può esserlo un sacramento o una professione religiosa. Si appartiene, certo, ma solo fino a un certo punto; c’è sempre una riserva mentale che lascia aperta una via di fuga intellettuale, è sempre alta la soglia di attenzione critica che consente di operare tutti quei distinguo resi opportuni o necessari dalle circostanze contingenti.

È una collocazione intellettualmente scomoda, impegnativa, faticosa da sostenere e da difendere: chi decide di farla propria corre il rischio di essere considerato come uno che ha l’arroganza di preferire la propria opinione a quella dei più, che col proprio comportamento mette a rischio l’unità del gruppo, che rifiuta l’ortodossia dell’organismo stesso del quale fa parte; una posizione scomoda, quindi, anche dal punto di vista emotivo poiché non risparmia sensi di colpa e conflitti interiori. Tuttavia, per quanto scomoda, ritengo che questa collocazione sia anche l’unica che possa essere di una qualche utilità per se stessi e in fin dei conti anche per gli altri. È l’eresia, non certo l’ortodossia, il vero motore del rinnovamento; eretico è colui che ha il coraggio di scegliere e utilizza ciò che sceglie per aprire nuove strade, per esplorare nuovi territori. Per rinnovarsi e rinnovare bisogna essere eretici. Per essere eretici bisogna essere liberi. E per essere liberi bisogna restare ai margini.

[l'autore è ingegnere, socio di Cercasi un fine, Avellino]

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