Tu sei qui: Home Meditando In articoli e commenti, scelti da noi Le leadership non bastano più. Il caso Macron e il valore dei «valori organizzati», di Vittorio E. Parsi

Le leadership non bastano più. Il caso Macron e il valore dei «valori organizzati», di Vittorio E. Parsi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 04/12/2018 10:15
Ecco perché non di nuovi leader abbiamo disperatamente bisogno, ma soprattutto di nuovi e coerenti sistemi di valori organizzati...

Che cosa resta della valanga di voti che portarono Emmanuel Macron all’Eliseo nel maggio del maggio 2017, quando conquisto il 66% dei consensi espressi dai francesi, battendo la candidata del Front National (ora Raggruppamento nazionale) Marine Le Pen? Poco, a guardare ai sondaggi (che da inizio d’anno lo vedono dibattersi tra il 20 e il 30%) e ancora meno se si pensa a come la rivolta dei 'gilet gialli' (in cui a Parigi ha però prevalso l’anima violenta) ne ha messo quasi alla berlina l’incapacità di cogliere e rappresentare gli umori della Francia profonda.

Certo, se si pensa che nella immaginazione di molti leader (o ex leader) italiani ed europei il presidente francese avrebbe dovuto rappresentare la testa d’ariete dello 'schieramento antisovranista', la sensazione è che Macron costituisca piuttosto l’avversario perfetto per i vari Salvini e Orbán sparsi per l’Europa. Una sorta di nemesi, peraltro, considerato che fu proprio la figura della sua avversaria nel ballottaggio all’Eliseo (madame Le Pen, appunto) a rendere così agevole quel trionfo macroniano, che appare ormai lontanissimo. Potremo discutere su come l’esile ma determinato Emmanuel sia colpevole soprattutto di avere goduto di un insperato colpo di fortuna (l’eliminazione per via giudiziaria del suo rivale di centroedestra François Fillon) e di averlo gettato al vento: non tanto per incapacità intellettuale, quanto piuttosto a causa della sua piattaforma politica, imbevuta di neoliberalismo fuori tempo massimo, di quel massimalismo di mercato, antipopolare e arrogante, che ha già devastato l’Europa e l’intero Occidente e spianato la strada ai partiti e movimenti cosiddetti populisti.

Il carattere, poi, ci ha messo del suo, oltre allo stile personalistico e non personale, isterico e non istrionico, autoritario e non autorevole: più da primadonna, piuttosto che da prima carica della Repubblica. Eppure è possibile guardare alla parabola malinconica dell’ex banchiere d’affari ed ex ministro dell’Economia del presidente socialista Hollande cercando di trarre qualche considerazione più generale. Soprattutto su come le leadership (o presunte tali) si consumino rapidamente nell’agone politico contemporaneo. Ascese rapide e altrettanto rapide cadute.

Si pensi a Matteo Renzi, fino alle sue dimissioni dipinto come l’uomo nuovo dell’Italia del futuro e oggi evitato da certi suoi ex ministri come una sorta di imbarazzante parente povero al pranzo di Natale. I media, vecchi e nuovi, hanno sicuramente un ruolo in tutto ciò. Così come lo ha l’innovazione tecnologica, la sua capacità di accelerare lo scorrere del tempo, che si rivela essere il fattore determinante nel consentire le ascese fulminee.

Ma è probabilmente il venir meno delle vecchie ideologie otto-novecentesche e la mancanza di nuovi e convincenti costrutti ideali a spiegare più convincentemente le rovinose cadute. Le due fasi della parabola, quella ascendente e quella discendente, sono infatti entrambe segnate e contraddistinte dalla contrazione del tempo. Da un lato, si emerge con una rapidità sorprendente e si conquista in un lampo una popolarità che una volta poteva essere costruita solo in lunghi anni di gavetta politica (si veda il caso di Donald Trump). Dall’altro, altrettanto velocemente si consumano fama e carisma di fronte all’evidente incapacità di tentare di vincere le sfide e risolvere i problemi che la politica è chiamata a dover se non altro affrontare.

Pensate al riscaldamento planetario, alle migrazioni, alla sicurezza cibernetica, alla diffusione dell’ineguaglianza, alla disoccupazione strutturale, alla crisi della democrazia rappresentativa e alla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercati: quale di queste gigantesche sfide richiederà meno di alcuni lustri per poter essere vinta (semmai lo sarà)? Ma quale leader politico può chiedere e sperare di ottenere un tempo così lungo ai suoi seguaci ed elettori? Ebbene, solo le ideologie consentivano questo continuo aggiustamento dei tempi, di allungare l’orizzonte attraverso un progetto e valori condivisi. Pensare che la leadership personale potesse sostituire la funzione svolta dalle ideologie è stato uno dei più giganteschi e pericolosi abbagli dell’ultimo scorcio del secolo scorso, malauguratamente traghettato in questo.

Ecco perché non di nuovi leader abbiamo disperatamente bisogno, ma soprattutto di nuovi e coerenti sistemi di valori organizzati (li chiamavamo partiti, un tempo), di visioni politiche aperte coraggiosamente sul futuro, se non vogliamo che lo scorrere accelerato del tempo travolga quanto di buono abbiamo conquistato e con fatica nel 'secolo breve'.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-leadership-non-bastano-pi

 

Leader e popolarità: sono passati sei mesi, il periodo di prova è finito, di Ferruccio de Bortoli

La popolarità e i sondaggi inebriano. Nessuno ne è immune. L’investitura popolare non dovrebbe far venir meno una necessaria dose di umiltà...

Governando si impara, forse. Romano Prodi confidò di aver provato, nei primi mesi della sua esperienza a palazzo Chigi, un senso di disagio o persino di inadeguatezza e di averlo superato «con tanto lavoro alla scrivania e chiedendo consiglio alle persone sagge». Si può e si deve far tesoro dei propri errori. Ne fece Prodi. Ne fecero anche altri suoi successori. È un modo di dire questo — far tesoro dei propri errori — assai calzante e attuale. Specie quando si parla dei necessari aggiustamenti alla manovra per scongiurare una procedura d’infrazione europea lunga e costosa.

Anche il premier e ministri del «governo del cambiamento» si sottopongono a una sorta di apprendistato amministrativo. Come accade a chiunque di noi. Nelle piccole e nelle grandi cose. L’importante è che ne abbiano la consapevolezza. L’arroganza non aiuta mai. Quando si accompagna all’incompetenza il risultato è esplosivo. Il discorso vale, a maggior ragione, per chi aveva in odio il palazzo con tutti i suoi riti e ambiva ad aprire il Parlamento come fosse una scatoletta di tonno. Sono passati però sei mesi, il periodo di prova è finito da un pezzo. E non si può sempre dare la colpa a chi è venuto prima, pur essendo i predecessori non privi di responsabilità soprattutto nella gestione del debito pubblico. L’investitura popolare non dovrebbe far venire meno una necessaria dose di umiltà. Prezioso viatico per chi decide presente e futuro dei propri cittadini.

Nel caso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che guida una coalizione divisa quasi su tutto, il voto non c’è nemmeno stato. E forse è meglio così: dovrebbe essere immune dalla ricerca spasmodica del consenso. Misurarsi con la propria coscienza più che con i suoi azionisti di riferimento. Immaginiamo poi che apprezzi, da uomo di fede, la prudenza (una delle virtù cardinali) come pilastro anche della saggezza di un esecutivo. E siamo convinti — o almeno ci sforziamo di esserlo — che sia un valore condiviso anche da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. I capi politici sono loro. Insieme hanno ricevuto la fiducia della maggioranza dei votanti il quattro marzo. Ma non una delega in bianco. Non una procura per azioni temerarie. Non il nulla osta ad esporre famiglie e imprese a rischi non previsti né ponderati.

La popolarità e i sondaggi inebriano. Nessuno ne è immune. La presunzione di avere il vento della storia alle spalle o addirittura di essere prescelti dal destino mette chi governa, ma soprattutto il proprio Paese, su una china pericolosa. È un rischio capitale. Questa consapevolezza, a giudicare da troppe dichiarazioni avventate e presuntuose, è drammaticamente assente. Speriamo in un «ravvedimento operoso».

La grande popolarità raggiunta dai leader in Rete, con la complicità di macchine di propaganda oliate e spregiudicate, conferisce loro la certezza di essere nel giusto. Avvolti da un grande abbraccio popolare. Baciati dalla sorte. Le critiche dei media tradizionali vengono respinte come espressioni di un establishment impaurito e reazionario. Chi non faceva, tra i giornalisti, sconti ai precedenti governi era persino considerato, esagerando, un paladino del pluralismo. Chi oggi, allo stesso modo, non perdona nulla all’attuale esecutivo è in malafede o prezzolato da fantomatici poteri forti che vorrebbero ribaltare l’esito del voto. È una condizione di «onnipotenza digitale» che spinge i leader del governo legastellato a un esercizio solipsistico e vanitoso. Non li trattiene dall’uscire fuori dalle righe, certi della comprensione generale. Li disabitua a un reale contraddittorio (quando c’è), così fastidioso nei mezzi di comunicazione tradizionali.

I social network sono una irrinunciabile arena di discussione e confronto ma anche un terreno infido di violenze verbali, non immune a una nuova e pericolosa forma di anonimo squadrismo digitale. La Rete promuove, esalta, castiga, aggredisce. Non andrebbe giornalmente «armata» da chi ha ruoli di governo, anche per difendersi da accuse ingiuste. La popolarità in Rete si acquista facilmente, ma si può perdere in poco tempo. Anche il voto è più volatile. Una caratteristica che accomuna molte democrazie liberali in quello che appare, a diversi osservatori, come l’autunno della democrazia rappresentativa. Il declino improvviso della popolarità di Macron ne è uno degli esempi. A volte bastano piccoli incidenti d’immagine a provocare slavine di consensi perduti. Anche i nostri «eroi di governo» della Rete, abituati a scambiarla come un balcone affacciato sull’umanità, così sprezzanti nei confronti della libertà di stampa, senza la quale non sarebbero mai esistiti, dovrebbero riflettere su come sia facile acquisire e perdere consensi in questa fase convulsa e tormentata. Buon senso e moderazione fanno pochi like. Ma sono, mai come in questo momento, così necessari al Paese e distinguono i governanti veri dagli arruffapopoli irresponsabili.

 

https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_03/sono-passati-sei-mesi-periodo-prova-finito-ef3e1292-f72d-11e8-a0e5-db54dd349ca5.shtml

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