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Cattolici in politica oggi, di Magatti e di Panebianco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/02/2019 16:49
Oggi come 100 anni fa, l’impegno non è rivolto al passato ma riguarda la capacità di immaginare una via d’uscita dalla crisi delle società avanzate...

articolo di Mauro Magatti:

Nelle ultime settimane, in occasione dei cento anni dell’Appello ai liberi e forti di Sturzo, si è riacceso il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica (Galli della Loggia e Panebianco sul Corriere). Comunque la si pensi, il tema è oggi rilevante per almeno due ragioni. In primo luogo perché nell’Italia a pezzi di oggi il variegato mondo cattolico, nonostante la secolarizzazione incalzante, continua a essere — seppur tra mille difficoltà — una delle poche presenze rilevanti. E in secondo luogo perché, nel cambio d’epoca che stiamo attraversando, il rapporto tra politica e religione è tornato centrale. Nel post-2008, in un mondo diventato multipolare, la ricerca di un nuovo equilibrio tra identità cultuali e sviluppo tecno-economico spinge le diverse aree del pianeta a posizionarsi secondo una logica che ricorda da vicino le tesi dello Scontro delle civiltà di Samuel Huntington. Dove la dimensione religiosa è necessariamente tirata in ballo.
Non a caso, in Occidente, le varie forme della nuova destra (da Trump a Orbán a Bolsonaro) sono sostenute dall’ala più conservatrice del mondo cristiano. Un’alleanza teorizzata da Bannon e costruita contro due «nemici»: la cultura progressista (che ha il torto di combinare la fede nella innovazione tecnoscientifica con i diritti individuali); e il mondo islamico, storico avversario oggi accusato di minacciare la cristianità attraverso l’immigrazione e il terrorismo. La «democrazia illiberale» di cui parla Orbán è il prodotto di una nuova «santa alleanza» tra politica e religione — da realizzare su base nazionale — per sconfiggere i due avversari sopra richiamati. La capacità di mobilitare i fermenti identitari di parte del mondo religioso costituisce un elemento importante nella spiegazione dell’avanzata dei nuovi partiti sovranisti. In Italia la presenza di Papa Francesco — con i conseguenti orientamenti della Cei — ha finora limitato l’uso da parte di Salvini dei simboli religiosi. Ma sotto la cenere, la brace brucia.
Cento anni fa, col suo appello, Sturzo tentò di radunare le forze cattoliche per evitare la dissoluzione della democrazia, stretta tra le destre emergenti e le sterili convulsioni della sinistra. Oggi in Italia, in Europa, in Occidente, quel bisogno si ripropone: come allora, il disordine mondiale sta risucchiando gli strati popolari su posizioni estremiste. Col consenso di quella parte del mondo religioso che spera in una rivincita nei confronti della secolarizzazione.
Rispetto a 100 anni fa, si possono notare una somiglianza e una differenza. Sturzo fu il prodotto più maturo della lettura che l’Enciclica Rerum Novarum aveva offerto dei grandi cambiamenti prodotti dall’industrializzazione. Come allora, anche oggi il mondo cattolico ha a disposizione un testo (Laudato si’) che per ampiezza e ricchezza è in grado di fornire la cornice di riferimento per l’azione negli ambiti economico, sociale e politico. La differenza è che l’Appello ai liberi e forti arrivò dopo più di 20 anni spesi ad animare la presenza civile dei cattolici. Vero e proprio tirocinio nella carne delle società, che permise a Sturzo di maturare una concezione politica realista e vicina ai problemi reali delle persone.
Per quanto nel Paese ci sia molto di più di quello che emerge nella comunicazione pubblica, e per quanto molto di questo nuovo venga proprio della radice cattolica, c’è da domandarsi se sia già il tempo di serrare le fila o se non sia invece il momento di lavorare con più determinazione a innovare i processi dell’economia, della società, dei territori in modo da maturare i termini di una proposta adeguata ai tempi che viviamo.
Inutile cercare si rispondere in astratto a questa domanda. Quello che occorre fare è partire subito e comunque dalla società: ascoltando i bisogni e i sogni del «popolo» (termine caro a Papa Francesco) e orientandoli nella direzione indicata dalla Laudato si’. E cercando poi di capire, strada facendo, quale siamo i modi e le forme più adatte per contribuire al rilancio del Paese. Quel che deve essere chiaro è che un impegno dei cattolici in politica, oggi come 100 anni fa, non riguarda la difesa di un’identità o di interessi di parte. Riguarda invece la capacità di questo sguardo sul mondo di immaginare una via d’uscita dalla crisi nella quale le società avanzate si trovano oggi. Nella convinzione che la radice cristiana abbia qualcosa da dire sul futuro e non solo sul passato.
Fu questa la grande sfida di Sturzo, che, nonostante le sue personali traversie politiche, alla fine portò frutti importanti. Il suo lavoro sul campo e la sua ispirazione politica furono infatti decisive per la nascita dei partiti di ispirazione cristiana che, nel dopoguerra, ebbero un ruolo importante a livello internazionale. Circa un eventuale ritorno dell’impegno dei cattolici in politica, sarà dunque di questo che si dovrà parlare: lo sguardo cristiano è capace di dire una parola nuova sulla crisi del mondo contemporaneo? Di costruire un consenso, ben al di là dei propri confini identitari, attorno alle linee tracciate dalla Laudato si’? Di essere voce di quei radicamenti concreti (nel mondo dell’impresa, della ricerca, delle professioni, del sociale e così via) da cui trarre anche quella classe dirigente di cui tutti sentono la mancanza?
https://www.corriere.it/opinioni/19_febbraio_05/i-cattolici-politica-costruire-futuro-a4c40008-2961-11e9-950e-d545297d98ec.shtml
Articolo di Angelo Panebianco

Le democrazie liberali seguono (finché non cessano di essere tali) una strada intermedia che consenta loro di evitare sia il panpoliticismo delle democrazie illiberali che il pangiuridicismo delle democrazie giudiziarie...
La richiesta di autorizzazione a procedere contro il ministro dell’Interno in relazione alla vicenda della nave Diciotti ma anche il braccio di ferro in corso fra la Procura di Catania e Salvini sul caso della Sea Watch, ci ributta addosso uno dei nostri problemi irrisolti. Esso riguarda i margini di libertà che spettano alla decisione politica in uno Stato che, come il nostro, si atteggia, non sempre in modo credibile, a «Stato di diritto».
I regimi ibridi, che mischiano democrazia e autoritarismo, possono assumere differenti fisionomie. Due tipi possibili (fra i tanti) sono la «democrazia illiberale» e la «democrazia giudiziaria». Nella prima vige il panpoliticismo: il governo controlla, almeno in linea di principio, tutto e tutti. Anche i giudici dipendono dal governo. Qui la politica non deve sottostare a vincoli giuridici. Come sappiamo da esempi contemporanei il governo non rischia nulla nemmeno se fa ammazzare, in patria o all’estero, i propri oppositori.
La «democrazia giudiziaria» è diversa, è un’altra varietà di regime ibrido (democrazia più autoritarismo). Per molti versi, è l’opposto della democrazia illiberale. Qui il governo è solo formalmente al posto di comando. Nei fatti, la discrezionalità politica di cui esso gode è quasi nulla. Non c’è decisione politica possibile se essa non ottiene il placet, quanto meno tacito, delle magistrature. Se il panpoliticismo impazza nella democrazia illiberale è il pangiuridicismo a celebrare i propri trionfi nella democrazia giudiziaria. Concretamente, se nella democrazia illiberale è un delitto di lesa maestà contrapporsi al governo, nella democrazia giudiziaria lo è contestare le decisioni dei magistrati.
Dal punto di vista che qui ci interessa la differenza riguarda l’ampiezza della discrezionalità che i due regimi lasciano alla decisione politica (dilatatissima, priva di limiti giuridici, nella democrazia illiberale; nulla o quasi nulla nella democrazia giudiziaria). Nella democrazia illiberale il governo può impunemente commettere qualunque crimine. In una democrazia giudiziaria, per contro, gli ideologi del pangiuridicismo, negando l’autonomia della politica, non hanno da eccepire se un procuratore incrimina per strage o per tentata strage il capo del governo del proprio Paese il quale abbia ordinato azioni militari contro uno Stato nemico.
Da quanto detto sopra è facile dedurre che in medio stat virtus: le democrazie liberali seguono (finché non cessano di essere tali) una strada intermedia che consenta loro di evitare sia il panpoliticismo delle democrazie illiberali che il pangiuridicismo delle democrazie giudiziarie. In concreto, una democrazia liberale resta tale fin quando funzionano i limiti che si sono auto-imposti tanto le classi politiche che le magistrature. Le prime non attentano all’indipendenza delle magistrature (dei giudici), le seconde rispettano la discrezionalità dell’azione politica, riconoscono l’esistenza di «domini riservati», di ambiti di decisione ove solo le scelte del potere rappresentativo devono avere l’ultima parola. Racconteremmo una favoletta moralistica se dicessimo che questa auto-autolimitazione sia solo il portato delle «virtù» civili di cui (qualche volta) sono dotati politici e magistrati. Ma no: se quei limiti ci sono e funzionano (quando funzionano) è solo perché le tradizioni costringono tutti ad accettarli. Quei limiti funzionano se la «guardiana dei luoghi comuni» (alimentati dalle tradizioni del Paese), ossia l’opinione pubblica, impone ai due gruppi suddetti di rispettarli.
Democrazia illiberale e democrazia giudiziaria sono casi estremi. Le varie democrazie esistenti possono di volta in volta avvicinarsi all’uno o all’altro. È almeno dai tempi di Mani Pulite che l’Italia bordeggia intorno alle coste della democrazia giudiziaria. Non è riuscita ancora ad attraccare ma ci prova di continuo. Spingono in quella direzione tante cose. Spinge il richiamo dell’antico detto «Piove governo ladro». Ora la chiamano «anti-politica» ma è sempre l’idea che i politici siano tutti, per definizione, ladri e corrotti, gente da mandare in galera a prescindere. Gioca, per conseguenza, la potenza politico-organizzativa accumulata da una corporazione, quella dei magistrati, che è l’unico «potere forte» ancora esistente nel Paese. Domina su tutto una tradizione nazionale più forcaiola che liberale, per la quale vige la presunzione di colpevolezza, i procuratori vengono confusi con i giudici (e, per conseguenza, gli avvisi di garanzia sono equiparati alle sentenze) e c’è sempre qualcuno pronto a protestare indignato se viene assolto qualche imputato eccellente mentre non se ne trova uno a pagarlo che protesti di fronte a una condanna.
C’è qualcosa di paradossale nelle azioni giudiziarie in corso contro il ministro dell’Interno e la sua politica in materia di immigrazione. Da un lato, si tratta di una tipica intrusione (da democrazia giudiziaria, appunto) tesa a negare la discrezionalità della politica in un ambito in cui quella discrezionalità non dovrebbe essere in discussione: nulla, infatti, è più politico, nulla è più di pertinenza della politica, nella sua autonomia, del diritto di chi governa in forza di un mandato popolare a decidere sui confini, su dove stabilirli, e su chi fare entrare e chi no nel territorio di propria competenza. In questa vicenda è la questione dei confini e di chi li controlla ad essere in discussione.
Dall’altro lato, però, è bizzarro che ad essere colpito sia il ministro dell’Interno, espressione di un movimento politico che, al pari dei suoi amici e sodali dei 5 Stelle, non ha mai brillato in passato per avere difeso autonomia e discrezionalità della politica quando sotto attacco giudiziario erano altri. È un aspetto poco commendevole della nostra tradizione. Si difende la discrezionalità della politica o ci si dimentica di farlo a seconda delle convenienze. Più in generale, vige il principio: le garanzie liberali per noi, la galera o, almeno, il linciaggio morale, per tutti loro.
https://www.corriere.it/opinioni/19_gennaio_27/politica-giustizia-ipocrisie-b998f5fe-2260-11e9-9349-c3c76bb921b8.shtml
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