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Una carezza per chi soffre, di Rocco D'Ambrosio

creato da direttore ultima modifica 08/09/2018 11:52
Come può comprendere la tenerezza e la sollecitudine verso gli altri chi riempie testa e cuore (e web) di frasi razziste e cattive?

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»
(Mc 7, 31-37).

9 settembre 2018. Anche se non volessimo, basterebbe il dramma dei migranti di questi giorni per poter aprire gli occhi su quanta sofferenza, e di quanti tipi, alberga nel mondo; senza dimenticare le malattie gravi che colpiscono amici e parenti. Nel Vangelo esiste una specie di movimento continuo, sia personale che di gruppo: portare al Signore Gesù chi soffre. Di questi movimenti comprendiamo tante cose: la ricerca classica di chi sta male e anela a star meglio, la fama di guaritore di cui godeva Gesù, la fede, insieme a tanti aspetti umani e semplici, di chi è nel bisogno o di chi lo accompagna. Il tutto è sintetizzato in quella espressione frequente: "gli portarono ... e lo pregarono di...".

Questo movimento, questo "portare" sé o gli altri al Signore, lungo la storia, non si è mai interrotto. È così nelle chiese sconosciute o nei santuari noti, negli angoli più nascosti del villaggio globale, dove c'è dolore o disagio, solitudine o persecuzione. Portare al Signore, non allontanare. Non vorrei ricadere in una sterile critica dei nostri tempi o della cultura oggi dominante, ma forse il verbo che oggi ci connota non è portare, ma forse allontanare, risolvere politicamente, se non proprio ignorare o dimenticare o mentire o attaccare. Del resto come può comprendere la tenerezza e la sollecitudine verso gli altri chi riempie testa e cuore (e web) di frasi razziste e cattive?

Per portare qualcuno al Signore bisogna farsene carico, prendersene cura - I care, diceva Lorenzo Milani. Si porta al Signore perché si crede che senza di Lui non ci può essere bene o salvezza, guarigione o serenità. Si porta al Signore perché solo Lui "fa bene ogni cosa". Per chiedere e ottenere miracoli ci vuole fede, tanta fede. Ma ci vuole anche tanta umiltà. La persona propone e Dio dispone, si dice.

Certo il portare al Signore non ci esclude dal rimboccarci le maniche per fare qualcosa per chi sta male. Aiutati che Dio ti aiuta, si suol dire. Quindi dobbiamo portare  al Signore e, al tempo stesso, aver cura di chi portiamo e ricordiamo al buon Dio. Nella stessa misura.

Riferendosi alla sua figlia ammalata Francoise Emanuel Mounier ha scritto alla moglie: “Dal mattino alla sera, non pensiamo a questa sofferenza come a qualcosa che ci viene tolto, ma come a qualcosa che doniamo, per non essere da meno di questo piccolo lustro che è fra noi; per non lasciarla sola, lei che deve attrarci, per non lasciarla sola a soffrire con Cristo”.

Rocco D'Ambrosio


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