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Innestando il Natale, di Rocco D'Ambrosio

creato da direttore ultima modifica 25/12/2018 09:58
Charles Peguy ha scritto che bisogna “innestare il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale”...

 

Il Vangelo odierno: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
(Lc 2, 1-14).

25 dicembre 2018.  Rifletto su un’espressione di Peguy: “innestare il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale”, come scrive l’autore francese nella riflessione che riporto alla fine. Il Natale è questo innesto: Dio entra nella storia e la storia in Dio. Ma storia, temporale, eterno sono parole un po’ altisonanti e ci possono distrarre e condurre su vie troppo cervellotiche. Il Natale è il Figlio di Dio che si fa carne. Nasce a Betlemme in circostanze sfavorevoli. L’innesto non ha niente di miracoloso o straordinario, ma, al tempo stesso, non è neanche ordinario, perché nessuno di noi (forse pochissimi al mondo) è nato in una stalla.

Nel celebrare, riflettere e commentare il Natale il brano di Luca, i suoi dettagli - un alloggio negato, un parto, le fasce che avvolgono un bimbo, una mangiatoia, Maria e Giuseppe, gli angeli, i pastori, i magi - devono essere l’unica guida. Dio innesta l’eterno nel temporale e il temporale nell’eterno così, con questi particolari, in queste circostanze. Tutto ciò non è assolutamente facile, perché l’Incarnazione di Cristo non è qualcosa di semplice, né da capire, né da vivere. E’ difficile e tale deve rimanere, altrimenti diventiamo parolai, curiali, come li chiama Peguy.

Sono giorni in cui stiamo dicendo diverse cose sui presepi, alcune interessanti, altre delle emerite sciocchezze. Il presepe non è un simbolo, non è una tradizione culturale dell’occidente (lo è diventata), non è un vessillo per stupidi crociati; è solo la rappresentazione scenica del mistero di quella notte. Francesco d’Assisi lo inventò per aiutare a riflettere sull’Incarnazione e tale deve rimanere: uno strumento visivo per riflettere meglio e sempre più sul momento in cui Dio si fece carne, cioè l’eterno s’innestò nel temporale.

Non si fa il presepe per tradizione vuota, magari per offendere chi crede in altro; non si fa il presepe per trovare surrogati al proprio ateismo o secolarismo; non si fa il presepe per denigrare chi viene da altre culture ed etnie e sa sulla propria pelle cosa significa nascere e crescere nel disagio, cioè conosce le stalle quanto le ha conosciute Gesù. Si fa il presepe semplicemente per dire che crediamo in Gesù che si è fatto carne. E’ il cuore della nostra fede. Non la imponiamo, la proponiamo, come faceva Gesù. Nel proporla sappiamo bene che c’è chi crede in altro, come chi non crede in niente. Nel proporla non facciamo una crociata, ma cerchiamo di annunciare e incarnare la misericordia che Gesù porta a tutti, indistintamente.

Se non crediamo nell’Incarnazione, è meglio non farlo, il presepe, perché sarebbe tutto ipocrita. E di ipocriti bastano gia i “curiali laici e quelli ecclesiastici”, ossia i vari affaristi, malati di potere, corruttori, razzisti, atei devoti, politicanti da strapazzo e via discorrendo. L’eterno si è innestato nel temporale e il temporale nell’eterno: è questo il Natale. Che bello! Non roviniamolo, né lasciamolo rovinare.

Le parole forti di Peguy ci potrebbero aiutare: ”Così noi navighiamo costantemente fra due curiali, noi manovriamo fra due bande di curiali: i curiali laici e i curiali ecclesiastici; i curiali laici che negano l'eterno del tempo, che vogliono disfare, smontare l'eterno del tempo, dal di dentro del temporale; e i curiali ecclesiastici che negano il temporale dell'eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dell'eterno, dal di dentro dell'eterno. Il cuore del cristianesimo, il centro, è esattamente questo. Questo innesto del temporale dentro l'eterno e dell'eterno dentro al temporale. Sciolto questo innesto non c'e' più nulla. Non c'e' più il mondo da salvare. Non c'e' più nessuna anima da salvare. Non c'e' più nessun cristianesimo” (Charles Peguy, “Clio”, 1917).

Buon Natale!

Rocco D’Ambrosio


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