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La consulta interparrocchiale socio-politica di Palo del Colle
organizza
Scuola di formazione all’impegno sociale e politico
Impariamo a partecipare
Partecipare nel globale
III anno di formazione all’impegno sociale e politico
Tutti
gli incontri terranno dalle ore 16,00 alle ore 19,00 presso il
Centro
Parrocchiale della Parrocchia Spirito Santo
viale
Europa, 1 – Palo del Colle (Ba).
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Per Informazioni ed iscrizioni
Segreteria della Scuola di formazione all’impegno
socio-politico
(presso la Parrocchia Santa Maria Assunta in Via XX
Settembre a Palo del Colle) o rivolgersi a:
· Giuseppe Cell.
338 3888704 · Orazio (tel./Fax 080/628452)
· Luigi Cell.
393 2809867 · Ottavia Cell. 338 1489391
e-mail:
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RIASSUMENDO: 11a LEZIONE
“La politica e l’ambiente”
relatore: Prof. Maria Panza
Le problematiche
ambientali sono state al centro dell’ultima lezione con una
particolare attenzione al tema dell’impronta ecologica.
Con questa espressione s’intende la superficie necessaria
per produrre un bene, per il suo utilizzo e per il suo
smaltimento.
Una scellerata
produzione di beni di consumo che ha come unico punto focale
il profitto, comporta che nazioni come quell’Italia a causa
dei propri beni di consumo necessiti di un territorio grande
circa due volte di quello reale. È necessario che per la
produzione dei beni di consumo si tenga in primo piano la
preservazione dell’ecosistema in quanto ogni bene che
produciamo ha bisogno di materie prime che provengono
troviamo in natura.
Gli interessi politici negli ultimi cinquant’anni hanno
coinciso con gli interessi economici, seguendo la logica del
libero mercato e mettendo a serio repentaglio l’intero
ecosistema sfruttando al massimo le risorse ambientali. Si
assiste oggi al paradosso che in Paesi del Terzo Mondo dove
manca l’acqua si venda la Coca Cola che per al 90% ha come
ingrediente l’acqua.
Gli ambienti naturali vengono distrutti ad un ritmo
crescente e ciò riduce la loro capacità di sostenere la vita
di tutte le specie viventi, uomo compreso. L’uomo dipende
dagli ecosistemi e la conservazione della biodiversità non
può essere oggi considerata come una scelta opzionale nei
piani di sviluppo, ma deve rappresentarne una
imprescindibile esigenza. Promuovere una effettiva
conservazione della diversità biologica è una priorità che
richiede una nuova sinergia tra la pianificazione su vasta
area e l’azione locale. La conservazione Ecoregionale
rappresenta uno strumento indispensabile per ottenere
risultati significativi creando un legame tra le opportunità
di sviluppo per l’uomo e la tutela della diversità
biologica. Le strategie di conservazione della natura
pianificate e realizzate in un contesto Ecoregionale devono
permettere di raggiungere grandi obiettivi, quali:
- tutelare tutte le distinte e caratteristiche comunità
naturali nell’Ecoregione;
- tutelare i processi di natura ecologica ed evolutiva
responsabili di dare origine e di sostenere la biodiversità;
- garantire la vitalità delle popolazioni di specie più
importanti dell’Ecoregione
- conservare gli habitat naturali abbastanza estesi da
resistere ai cambiamenti locali e globali anche nel lungo
periodo.
Una simile politica è possibile attraverso una valutazione
scientifica dello status della biodiversità dell’ecoregione
sulla base delle migliori conoscenze disponibili, definendo
i livelli di tutela già esistenti, le minacce che incombono
e soprattutto condividendo una strategia comune con gli
“attori” sociali che operano sul territorio.
Sono già 52 le ecoregioni dove è avviato attivamente un
processo di conservazione ecoregionale, sotto il patrocinio
del WWF e di varie organizzazioni non governative. In
Italia le due Ecoregioni in cui è avviato il processo di
conservazione sono le Alpi e il Mediterraneo Centrale, la
prima è costituita dalla catena montuosa alpina che si
estende in ben otto paesi: Italia, Francia, Principato di
Monaco, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria e
Slovenia. L’altra comprende buona parte dell’Italia
peninsulare, la Sardegna, la Sicilia, le isole minori, la
Corsica e Malta ed è una parte dell’intera e più vasta
Ecoregione del Bacino Mediterraneo.
Assolutamente vitale per
l’uomo è preservare l’ambiente in cui vive, ed una corretta
gestione politica è possibile solo se ha come scopo quello
di preservare l’ecosistema. Tutte le attività umane hanno
una ripercussione su di esso, ciò non preclude all’uomo la
possibilità di produrre beni di consumo o sviluppare
un’economia di mercato, ma ha la valenza di un limite che
l’umanità ha enormemente valicato trascurandone gli effetti.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)
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RIASSUMENDO: 10a LEZIONE
“La pace come clima politico”
relatore: don Mimmo Giannuzzi
Il concetto di pace
contestualizzato nella sfera sociale presenta un senso
negativo che definisce la pace come assenza di guerra ma
anche un senso positivo che identifica la pace come una
dimensione dell’ordine naturale.
La pace come assenza di
guerra implica che i termini pace e guerra
siano di pari livello ma opposti. Nella riflessione
occidentale, a partire dal pensiero greco, in epoca
pre-cristiana, la guerra era qualcosa di naturale e
necessario per l’uomo come se appartenesse all’ordine
naturale delle cose. Con Aristotele si ha già una
riflessione più distaccata, volta a definire la guerra come
una pratica umana che necessita di giuste cause per essere
intrapresa (ovvero per difendersi da un attacco, o per
affermare un’egemonia per il bene degli assoggettati, o per
rendere schiavo che merita di esserlo). Per Cicerone la
guerra è un mezzo di cui l’uomo può servirsi qualora non sia
in grado di poter ricorrere alla forza della ragione al solo
scopo di garantire la pace. Da ciò si deduce che
intraprendere una guerra giusta, secondo determinate
condizioni, è quanto di più naturale e doveroso per l’uomo.
Il messaggio evangelico
cristiano complica la questione, poiché non solo condanna
apertamente la guerra ma anche qualsiasi genere di violenza
entrando a sua volta in contrasto con quanto si narra nei
testi dell’Antico Testamento. I testi della tradizione
ebraica sembrano descrivere un Dio degli eserciti che cerca
di donare una terra al suo popolo. In realtà nell’Antico
Testamento sono numerosi i passi che narrano di un Dio della
pace che cerca, per mezzo della legge, di redimere una
umanità che tende alla guerra a causa del peccato. La pace
quindi diviene un dono che proviene dall’alto, che nel Nuovo
Testamento è identificato con la figura del Cristo, al quale
l’uomo deve tendere. S. Agostino definisce la pace come
volontà e la guerra come necessità da cui Dio deve liberarne
l’uomo ma alla quale può far ricorso solo se è ispirato
dalla pace.
Con la riflessione
cristiana si crea un’antinomia che vari pensatori hanno
cercato di risolvere, uno fra tutti S. Tommaso d’Aquino, per
comprendere se sia possibile definire guerra giusta
una guerra che abbia come fine ultimo la pace. Nel corso dei
secoli la riflessione unita agli eventi storici hanno
portato a focalizzare la questione da varie angolazioni.
Francisco de Vitoria pose per primo la possibilità che la
guerra giusta potesse essere intrapresa anche da coloro che
vengono identificati come nemici, mettendo in crisi la
teoria della guerra giusta che contempla che solo una
delle due parti in un conflitto abbia ragione. Tale
riflessione apre anche una nuova questione, totalmente
moderna, che è quella del diritto internazionale per la
regolamentazione dei rapporti fra i vari Stati. La guerra
giusta in tal caso diviene relativa ad un particolare
contesto che al suo mutare permetterebbe di valutare la
stessa guerra in maniera opposta.
Solo nel XX secolo, con
l’avvento dell’era atomica, prende corpo l’idea che la
guerra possa essere definita come male assoluto. Il pericolo
di un conflitto con armi termonucleari, spinge i pontefici,
a partire da Giovanni XXIII, a prendere una posizione di
condanna per qualsiasi forma di guerra, definendola nella
Gaudium et Spes : delitto contro Dio e contro la
stessa umanità.
La guerra spesso è il
risultato di una violazione della giustizia che porta ad una
tensione e che a sua volta può richiedere l’uso della forza
mediante il conflitto armato. L’errore sarebbe quello di
identificare la pace con il rispetto della giustizia che
porterebbe nuovamente a considerare la pace come assenza di
una tensione o di un conflitto. In realtà la pace può essere
la soluzione di un conflitto, non mediante l’uso della forza
ma mediante la riconciliazione affinché la violazione non si
muti in una tensione. Si tratta della riflessione di
Giovanni Paolo II sintetizzata nell’espressione non c’è
pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono,
che fissa la Pace non come l’alternativa a qualcosa, ma come
un ordine o una legge che è in grado di potersi affermare,
rigettando in pieno la guerra finanche la teoria della
guerra giusta, mediante l’uso del perdono come strumento che
deve essere al di sopra della stessa giustizia per porre
rimedio alle ingiustizie.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO: 9a LEZIONE
“La giustizia come cardine della politica”
relatore: Dott. Michele Parisi
La
giustizia come cardine della politica sottintende che in
ambito politico esiste una natura pedagogica alla legalità.
La politica è l’ambito dove prende corpo qualsiasi genere di
norma in vista della cura degli interessi dell’intera
comunità. Pertanto la giustizia non è un qualcosa che sta
oltre la politica ma ne è l’elemento fondante o meglio il
fulcro attorno al quale la politica agisce. Quest’ultima
tende alla giustizia, e le leggi da essa emanate si ispirano
al concetto di giustizia anche se nessuna legge è in grado
di esaurirlo a pieno.
Tale
impossibilità la si deve al fatto che le società sono sempre
in evoluzione ed esistono valori che acquistano importanza a
seconda dei mutamenti culturali, ad esempio la parità tra
uomo e donna ha permesso di rendere norma indiscutibile il
suffragio universale, che può essere definito una conquista
della società italiana del XX secolo.
Il
compito della politica è quello di produrre norme e in ogni
campagna elettorale i programmi politici presentano progetti
di nuove norme o leggi; i magistrati invece svolgono un
ruolo tecnico, atto all’applicazione di tali norme. Il tutto
avviene in vista di un concetto di giustizia positiva
che non è quella naturale. In uno Stato, come
quello italiano, esiste una giustizia positiva ossia
posta e scritta, che permette di raccordare tutte quelle
forme di giustizia sentita che appartengono alla
gente comune. Tale giustizia scritta è la Costituzione, che
è la norma che fonda l’intero impianto dello Stato,
elencando i diritti e i doveri di ogni cittadino,
descrivendo come sono organizzati i vari poteri dello Stato
e come essi devono funzionare.
La
Costituzione è il termine di paragone per ogni norma; se un
giudice sospetta che una legge sia incostituzionale, questi
può sollevare la questione di costituzionalità, che qualora
fosse confermata, la suddetta legge viene cassata. La
Costituzione quindi è precettiva e vincolante, cioè comanda
al di sopra di qualsiasi norma o legge emanata dallo Stato,
ma allo stesso tempo è programmatica. Ovvero la Costituzione
non solo definisce il presente ma indica la rotta da seguire
per il futuro dello Stato; essa funge da bagaglio culturale
affinché i cittadini siano coscienti, consapevoli e in grado
di poter ritrovare nel testo costituzionale le giuste
indicazioni alle sempre nuove problematiche che una società
è costretta ad affrontare. In un famoso discorso di Pietro
Calamandrei: Discorso sulla costituzione Milano 26
gennaio 1955, è possibile comprendere il carattere
programmatico del testo costituzionale. In vari punti del
discorso, Calamandrei parla di una Repubblica che dovrà
avere il suo pieno compimento mettendo in atto quegli
articoli della Costituzione che descrivono la Repubblica
Italiana:
nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica
fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino
a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e
di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i
mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non
si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà
chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui
non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia
soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia
puramente formale [...] .
Il
frammento letto durante la lezione, è un esempio di
programmaticità, dove vengono segnate le linee guida
affinché in un futuro prossimo vi possa essere la piena
attuazione del concetto di Repubblica democratica descritto
nella nostra Costituzione.
La Carta
Costituzionale è possibile definirla la norma per
antonomasia, attorno alla quale si sviluppa e si snoda lo
Stato. Essa è la norma attorno alla quale si sviluppa
l’azione politica finalizzata a produrre nuove norme nel
rispetto di quella giustizia scritta, fissata e
programmatica che è la Costituzione.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO: 8a LEZIONE
“Il bene comune fine della politica”
relatore: prof. don Luigi Renna
“Qual
è il fine della politica? La domanda può sembrare oziosa –
esordisce il relatore, don Luigi Renna – ma per ritrovare
l’orientamento conviene volare alto e lasciarsi stimolare
dalle fonti del pensiero politico.”
Parte
dunque così l’ottava lezione, con una carrellata che
dall’antichità arriva ad oggi e via via chiama in causa
Aristotele (IV sec. a.C), Cicerone (I sec. a.C), S. Agostino
(IV sec.), S. Tommaso, (sec.
XIII), Tommaso Moro (sec. XVI), Hobbes (sec. XVII), Rousseau
(sec.
XVIII), Mills (sec. XIX), la Carta del lavoro del Fascio e
alcune recenti Encicliche.
Si
scopre così che sia il pensiero laico che quello cristiano
hanno identificato il fine della politica nel bene comune.
Ma mentre secondo alcuni, il bene comune è il risultato di
individui che solidarizzano tra loro per una naturale
inclinazione umana e sulla base di ciò creano una comunità
politica, per altri il bene comune non è che la somma degli
interessi soggettivi di uomini che si aggregano e
sottoscrivono un contratto sociale mossi solo dal desiderio
di raggiungere il proprio bene individuale.
Dall’excursus
emerge un altro fattore importante: spesso in passato lo
Stato si è arrogato il diritto di decidere quale
fosse il bene del singolo individuo, e addirittura il bene
della comunità/Stato è stato considerato coincidente con
quello del singolo. Amaro frutto di questa visione
statalistica sono stati i vari totalitarismi del XX secolo,
che volevano l’individuo pericolosamente subordinato alla
nazione, e il bene individuale disciolto - come il sale-
nel bene comune dello Stato.
Gli
orientamenti contemporanei tornano invece – prosegue don
Renna - ad orientare il bene comune all’idea di persona
che Aristotele e S. Tommaso avevano già sostenuto, e a
conferma di ciò cita la Gaudium et Spes: “Il bene
comune è l’insieme di quelle condizioni della vita sociale
che permettono sia alla collettività, sia ai singoli membri,
di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più
celermente”. E rincara la dose con la Pacem in
Terris , che fa del bene comune l’antidoto alla
strumentalizzazione dell’uomo.
Si
delinea così l’idea di un bene comune centrato sulla persona
umana nella sua integrità, e che si sviluppa solo a patto
che quella persona viva immersa in una realtà di mutua e
ordinata collaborazione, una realtà cioè, in cui ciascun
uomo sviluppa “la capacità e la ricerca costante del bene
altrui come se fosse il proprio”.
Il
bene comune appare dunque, non come il frutto di un’azione
individuale, ma di una collaborazione collettiva e
solidaristica.
Da qui
a dire che il bene comune è il “retto ordine della società,
il suo corretto funzionamento” il passo è breve e dunque il
cerchio si chiude intorno all’idea che il bene individuale,
quando collima o coincide con quello degli altri, diventa
bene comune.
Ma
come si fa a sapere se la politica si sta prendendo cura del
bene comune? Come facciamo a sapere se i nostri politici
invece, con le loro scelte, non stanno provvedendo solo al
bene individuale di qualcuno? Basta guardare i bona
communitatis (beni della comunità, beni pubblici) ossia
i mezzi indispensabili per ottenere il bene comune:
se vengono meno il buon funzionamento delle istituzioni e
dei servizi di pubblica utilità e interesse (scuola, sanità,
trasporti, ambiente etc) , qualcuno sta trascurando il bene
comune e i cittadini devono farsi sentire per chiedere il
rispetto dei propri diritti.
A
questo punto don Renna sollecita nel gruppo una riflessione
sui beni della comunità palese di più stringente necessità e
si avvia una riflessione articolata e ampiamente
partecipata. Vien fuori che: protezione dell’ambiente,
luoghi di scambio e produzione culturale ambiente, servizi
agli anziani e ai bambini, aree verdi, sportelli informativi
sono quello che i cittadini chiedono da tempo a gran voce e
che ogni politico promette in campagna elettorale e assai
raramente mantiene. Cattivi politici o cattiva politica? Ad
ogni buon conto don Renna fornisce una sorta di “decalogo”
per il politico al servizio del bene comune, tratto dalle
pagine di don Sturzo. Nel 1919 il fondatore del Partito
Popolare raccomandava al politico del suo partito di essere
franco e fuggire gli infingimenti, di promettere poco e
mantenere le promesse, di avere cura delle piccole oneste
esigenze del cittadino, di non circondarsi di adulatori, di
rigettare ogni proposta tesa alla inosservanza della legge,
di fare dei propri collaboratori degli amici e non dei
favoriti, di tenere lontano i parenti dalla sfera degli
affari statali, di fare ogni sera l’esame di coscienza.
Che ne
dite, non sarebbe bello avere politici così?
(scheda a cura di Maria Teresa Capozza) |
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RIASSUMENDO: 7a LEZIONE
“La politica: cosa dice la Costituzione”
relatore: prof. Vincenzo Caricati
Un
percorso di formazione politica che non prendesse in
considerazione la madre di tutte le leggi, “la stella
polare” di governanti e governati, non starebbe in piedi, ed
era pertanto prevedibile che la nostra Costituzione, in
vigore dal 1948, fosse oggetto di studio del corso. Alla
nostra Carta è stato quindi dedicato il settimo incontro,
aperto dal relatore, prof. Vincenzo Caricati, con una
domanda provocatoria: “Quanti di voi conoscono la
Costituzione?”.
Certo
l’Atto non è tra i libriccini più consultati e questo – ha
replicato il relatore – non può lasciarci quieti, poiché se
non si conoscono quelle pagine, non solo non se ne potranno
osservare i dettami, ma non se ne potrà neanche esigere il
rispetto. Si è partiti così per una carrellata di alcuni
articoli, sia per conoscere lo spirito – oltre e prima che
la lettera – che nel 1946 la generò con il suo specifico
DNA, sia per capire se la Costituzione è stata fino ad oggi
tradotta in realtà. Il primo articolo ad essere osservato,
il n. 3, è quello che sancisce la pari dignità sociale di
tutti i cittadini e la loro uguaglianza davanti alla legge.
Esso però non si ferma ad un mero riconoscimento
dell’uguaglianza, ma “riversa” dritto sulla Repubblica il
compito di rimuovere concretamente gli ostacoli
socioeconomici che impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e la partecipazione di tutti
all’organizzazione del paese. Un impegno non da poco,
quello della Repubblica, che però, fa notare il relatore, è
affossato assai spesso dalla diffusa corruzione dei singoli
- fatta di raccomandazioni, gare truccate, spartizioni del
potere – che rende praticamente i cittadini disuguali.
Purtroppo l’articolo 3 non è il solo ad essere stato
disatteso. Si pensi a quell’articolo, il 9 per l’esattezza,
con cui la Repubblica, principale responsabile dello
sviluppo e della ricerca, tutela il paesaggio ed il
patrimonio storico e artistico dell’Italia. Una malintesa
cultura dello sviluppo e del progresso – rammenta Caricati –
ha prodotto la continua rapina dei nostri beni
paesaggistici; lo sfruttamento impietoso ed egoistico del
territorio ha intasato città e campagne, ha inquinato suoli,
aria e acqua, ha prodotto l’abbandono dei centri storici. La
bella Italia si deturpa giorno dopo giorno e anche le
campagne sono state saccheggiate per sradicare i secolari
ulivi di Puglia che ora, a centinaia di chilometri di
distanza, vengono ostentati nei giardini con villa di
incivili arricchiti
E cosa
si legge nella Costituzione alla voce “economia”? I padri
costituenti - che furono socialisti, cattolici e liberali –
la hanno voluta “privata” e “libera”, ma non per questo
aggressiva e selvaggia: essa, si legge infatti all’art. 41,
“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in
modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla
dignità umana”. E su questa strada sappiamo quanto c’è da
fare: basti pensare alle morti sul lavoro dovute alle
speculazioni e alle norme di sicurezza ignorate per
moltiplicare i profitti.
Ma non è
purtroppo questo l’unico caso in cui gli interessi privati
beffano tragicamente l’utilità sociale e la Costituzione:
non è forse una beffa anche quella che si consuma ai danni
dell’articolo 53, dedicato al dovere di tutti noi di pagare
le tasse per “concorrere alle spese pubbliche”?
L’evasione fiscale, una piaga diffusa del nostro Bel paese,
è quella che impedisce di finanziare a dovere le spese
pubbliche sicchè i nostri diritti – pensiamo alla sanità, ai
trasporti, all’istruzione - diventano sempre più
rarefatti e sempre più negati.
A
conferma della lungimiranza dei padri costituenti si può
richiamare – prosegue il relatore – l’articolo 49, quello
che riconosce ai cittadini il diritto di “associarsi
liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico
a determinare la politica nazionale”. Appare evidente che
essi non pensavano certo ai partiti attuali, dove i pochi, a
mo’ di feudatari circondati da opportunisti clientes,
tessono le trame dei propri affari e decidono le sorti di
molti. Anche in questa deturpazione della politica si coglie
– continua Caricati - il tradimento della Costituzione
e la misura della crisi in cui siamo caduti. Un altro
tradimento è quello connesso all’articolo 7, che recita “Lo
Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio
ordine, indipendenti e sovrani”. Vi è tradimento – chiarisce
Caricati – quando si dimentica che il cattolicesimo non è
religione di Stato, che il nostro Stato non si riconosce
come uno stato confessionale e che la sua laicità è
indiscutibile. Vi è dunque, una plateale ed indebita
interferenza quando Santa Romana Chiesa pretende che lo
Stato si trasformi in stato confessionale e quando,
vincolando il voto dei parlamentari cattolici, determina di
fatto l’azione legislativa del parlamento. La Chiesa può
orientare – spiega - ma non può condizionare le
decisioni dei rappresentanti del popolo. In conclusione
cosa pensare della nostra Costituzione? Cosa rispondere a
chi chiede che dopo 60 anni è necessario cambiarla? Che
alcune modifiche siano necessarie è indubbio, afferma
Caricati: è sotto gli occhi di tutti che l’iter legislativo
è abnormemente lungo in quanto Camera e Senato replicano
inutilmente gli stessi lavori, mentre le loro competenze
legislative potrebbero essere facilmente separate, con
generale beneficio. Ma alle esagitate e pretestuose
richieste di riforma della Costituzione bisogna rispondere
che essa – con il suo equilibrio, la sua democrazia, la sua
attenzione alle fasce più deboli - non di modifiche ha
bisogno ma dell’attuazione fino ad ora disattesa da un ceto
politico che l’ha troppo e troppo a lungo persa di vista..
(scheda a cura di Maria Teresa Capozza) |
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RIASSUMENDO: 6a LEZIONE
“La politica: cosa dice la fede cristiana”
relatore: don Mimmo Natale
Le
numerose riflessioni a proposito della politica e
della fede cristiana spingono cristiani e non, a
porsi la medesima domanda: che c’entra la Chiesa con la
politica? Ebbene, se la Chiesa si occupa dell’uomo e se
l’uomo vive in relazione, è naturale che la Chiesa
possa occuparsi di qualsiasi genere di relazione a partire
da quelle più semplici, come la famiglia, fino a quelle più
complesse che portano l’uomo a occuparsi della politica.
Questa
risposta per un cristiano può apparire semplice e scontata
solo se ha riscoperto il proprio senso di appartenenza,
avendo come faro il testo biblico, e quindi la Parola di
Dio, per comprendere gli eventi storici di ogni giorno. Ciò
non implica che la Bibbia sia un libro magico o che possa
garantire una risposta scientifica per ogni situazione. La
lettura del testo biblico e conseguentemente l’ascolto della
Parola di Dio, consentirebbero al cristiano di riscoprire la
propria natura umana affinché possa agire di conseguenza.
Tale natura è descritta nella Bibbia fin dal racconto della
creazione, in Genesi 2,18: E il Signore Dio disse: «Non è
bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli
corrisponda». Si tratta del frammento che introduce la
creazione della donna, ossia di un altro essere, pari
all’uomo, posta a lui di fronte affinché entrambi possano
completarsi a vicenda solo ed esclusivamente mediante il
loro essere in relazione. In termini filosofici si
potrebbe definire la relazione come un bisogno
ontologico ossia un bisogno che caratterizza l’essere
dell’uomo. Senza la creazione della donna ossia del primo
essere con il quale Adamo è entrato in relazione, l’uomo
sarebbe stato menomato.
La
Chiesa, quindi, si occupa non solo della spiritualità
dell’uomo ma anche degli ambiti relazionali poiché l’uomo
non è solo spirituale ma vive anche in un contesto storico
relazionale. Lo stesso testo biblico presenta libri, come
quello dei Re, che descrivono le relazioni politiche
del popolo ebraico nel corso della sua storia. Anche nel
nuovo testamento in Marco 12,17 si legge: Gesù
disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e
quello che è di Dio, a Dio »; in questo episodio si è
soliti leggere il riconoscimento di una distinzione tra il
potere temporale e quello spirituale, ma se lo si analizza
in modo più analitico Gesù non solo riconosce l’esistenza
del potere temporale ma riconosce anche una storicità alla
realtà, di fronte alla quale il credente non può essere
passivo ma è necessario che sia cosciente di essere inserito
all’interno di una realtà storica di cui è responsabile, che
però allo stesso tempo non è il fine ultimo poiché il fine
ultimo è Dio. La salvezza a cui aspira il credente è il
motivo che lo spinge ad agire nel cotesto storico in cui
egli è inserito e allo stesso tempo è il nuovo punto di
vista dal quale è possibile vedere il mondo.
Il
cristiano è colui che in politica deve porre la relazione
al centro del proprio agire, poiché il fine non è quello di
prevaricare sulla fazione opposta o di individuare il giusto
schieramento, il vero fine è quello di giungere alla giusta
scelta mediante il dialogo, ossia privilegiare il confronto
in vista del bene di tutti. In politica il cristiano è colui
che sceglie in funzione di un beneficio comune e non
particolare. Egli deve essere animato dalla carità
politica di cui ne fa esperienza nell’eucaristia, dove
mediante la comunione entra in relazione con il
diverso. Nella messa domenicale si ha l’incontro di persone
di diversa estrazione sociale, culturale che nel momento
dell’eucaristia fanno comunione senza escluderne alcuno.
Gesù nell’ultima cena consente a Giuda d’intingere nel suo
piatto, ciò simboleggia che la proposta eucaristica va oltre
il tradimento e il traditore.
L’istituzione dell’eucaristia non è solo l’istituzione di
una pratica religiosa, al suo interno è possibile
rintracciare una serie di indicazioni per la vita
relazionale dell’uomo che trovano la loro massima
espressione nell’immagine della lavanda dei piedi che
l’evangelista Giovanni, a differenza degli altri tre,
sceglie di descrive al posto dell’istituzione del sacro
mistero, per sintetizzare che il mistero eucaristico non è
altro che il mistero del servizio. È l’indicazione cristiana
che invita a sostituire la logica del potere con quella
dell’essere servi, l’affermazione del se con il farsi dono.
Il
cristiano è chiamato a smorzare i toni, poiché deve
interessarsi del bene di tutti, ma ancor più è chiamato al
rispetto delle regole. Questa educazione può essere
impartita dalla Chiesa a partire fin dal catechismo, la
Arendt sostiene che: l’educazione è il punto in cui si
decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumerne la
responsabilità, anzi da salvarlo dalla rovina che sarebbe
inevitabile senza il rinnovamento costituito dai giovani e
dai nuovi arrivi. Da ciò consegue che il cristiano e la
Chiesa non possono sentirsi esclusi da un simile processo,
essi sono chiamati ad operare e a educare affinché la
politica sia fatta da persone che abbiano sviluppato una
competenza a saper amministrare ciò che appartiene a tutti
per il bene di tutti.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO: 5a LEZIONE
“La
politica è un rompicapo? Aspetti psicologici”
relatore: prof. Luigi de Pinto
Analizzare la politica secondo gli aspetti psicologici,
significa indagare sulle pre-comprensioni che ognuno ha
della politica stessa. Nella maggior parte dei casi è
definita come qualcosa che non ci appartiene o che necessita
di requisiti particolari, rendendola molto più simile a un
rompicapo. In realtà non esiste un unico modo di agire in
politica, poiché pur essendo tutti quanti esseri umani,
siamo diversissimi l’uno dall’altro e di conseguenza i modi
di agire rispetto alla politica e in politica sono
differenti. Il prof. de Pinto ha definito la politica come:
Arte nobile e difficile di porsi al servizio del
prossimo per costruire il bene comune. Il termine
cruciale di questa definizione è quello di “arte” che
richiama l’esistenza di una componente oggettiva che vale
per tutti, ma soprattutto una componente soggettiva che
rinvia all’abilità e al talento. La politica è una forma di
arte in quanto è necessario coniugare il talento, la
creatività, la capacità di saper analizzare e sintetizzare,
scomporre e ricomporre i vari dati del problema in una forma
che possa essere nuova e più rispondente ai bisogni del
momento e ai bisogni delle persone all’interno di una
relazione civica. Questa fa della politica non qualcosa che
appartiene solo ai politici, poiché trattandosi di un’arte
essa non è una questione di pochi. Infatti non solo può
essere praticata nelle sedi amministrative, ma anche in
semplici luoghi di ritrovo dove è possibile costruire nuove
identità politiche senza essere in balia delle decisioni
altrui.
Ognuno
ha una propria immagine di politica che fa riferimento a un
pregiudizio che non è possibile eliminare. Il
pregiudizio è negativo se esso vincola la nostra
comprensione alla staticità del momento, mentre svolge una
funzione positiva se ha il ruolo di essere pre-conoscenza
per arrivare ad una seconda conoscenza. Le nostre immagini
di politica solitamente si fondano su convinzioni come: la
politica sinonimo di potere, ossia mediante l’incarico
politico si acquisisce la capacità di poter operare. Oppure
la politica è solo una questione per uomini furbi o dove a
tutti i costi bisogna trovare un compromesso morale. Queste
convinzioni nella maggior parte dei casi svolgono un azione
limitativa, che non permettono di evidenziare che in realtà
l’agire politico è insito in ogni individuo ogni volta che
si rapporta con gli altri. La psicologia, a seconda delle
modalità di comportamento, ha decifrato tre grandi forme di
personalità politiche che fungono da indicazioni generali:
1) il compiacente, colui che ricerca il consenso altrui e
cerca di mettere in scena il personaggio che gli altri si
aspettano; 2) l’aggressivo, che guarda il simile chiedendosi
se sia più forte o possa essere utile, solitamente possiede
una spiccata tendenza a pianificare e a realizzare con
efficienza e durezza; 3) il distaccato, è lo spettatore che
osserva la vita senza parteciparvi con impegno, mostrando
una certa indifferenza per le cariche, la popolarità e il
prestigio. Queste non sono le uniche tre forme di
personalità e soprattutto non sono statiche poiché partendo
dagli aspetti positivi di ognuna delle singole forme di
personalità è possibile modificare in meglio il modo di
rapportarsi agli altri.
Un
altro aspetto della politica che riguarda la psicologia è il
tema della leadership, ossia l’influenza che una persona è
in grado di esercitare sulle altre. Non si tratta di
qualcosa che è presente nei leader e né tanto meno nei loro
seguaci. In realtà la leadership è il frutto di un incontro
tra le caratteristiche personali dell’uno con le
attese degli altri in una particolare situazione.
Quindi anche i seguaci contribuiscono alla formazione del
leader per mezzo delle loro aspettative e se tale leader è
furbo, è in grado di adattare le sue capacità a quello che
la maggior parte delle persone si aspetta in quel momento a
prescindere se condivide o meno la soluzione
. Il
leader deve convincere le persone di possedere le
caratteristiche desiderate, fornendo tratti sommari
facilmente interpretabili, che consentano alla gente di
giungere rapidamente a un’idea che l’induca a prendere delle
decisioni, tutto ciò va sotto il nome di “euristica
disposizionale”. La leadership è possibile costruirla
fornendo un’immagine attraente che necessita
di consenso. Tale consenso richiede che la gente
compia una scelta valutando se l’immagine del leader
percepita soddisfi alcuni fattori chiave che portano a
propendere per colui che mostra maggiore energia, e
quindi risulta essere più determinato; maggiore amicalità,
ovvero che ispira maggiore fiducia; coscienziosità,
stabilità emotiva che è in grado di controllare i
propri impulsi e infine che abbia apertura mentale.
In sintesi al cospetto di una scelta politica, la griglia
mentale orienta il giudizio fondendo i cinque fattori
principalmente su due assi di giudizio 1)
sincerità/affidabilità, 2) energia/innovatività. Gli stessi
assi servono ai leader per fornire un’immagine, per lo più
sommaria ma quando più in linea alle aspettative della
gente.
In
termini psicologici, la politica è percepita attraverso
immagini figlie di pre-concetti o pre-giudizi che ognuno di
noi ha. Lo stesso agire politico è determinato da forme di
personalità e le stesse scelte avvengono nel rispetto
di fattori guida. Ciò che si sottovaluta è che tutte queste
condizioni non sono stabili ma sono predisposte anche al
cambiamento. Il pre-giudizio non può limitare la nostra
immagine di politica, per lo più negativa, e
conseguentemente condizionare le nostre scelte, focalizzando
solo ed esclusivamente la situazione presente; esso ha anche
la funzione di giungere a una nuova conoscenza che
permetterebbe di poter agire e scegliere in vista di una
politica nuova e migliore.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO: 4a LEZIONE
“La
politica è solo interessi? Aspetti economici”
relatore: prof. Arturo Casieri
In questa
quarta lezione abbiamo trattato il problema fondamentale
della relazione fra economia e politica, o meglio, come
detto dal prof. Casieri, l’eterno duello “Economia vs
Politica”. Dunque il nostro incontro si è basato sulla
domanda “è possibile coniugare mercato e democrazia?”.
Abbiamo
visto innanzi tutto cos’è l’economia? Essa studia le scelte,
compiute attraverso il mercato, che gli individui fanno per
soddisfare i propri bisogni (beni e servizi). Il mercato è
un processo tramite il quale acquirenti e venditori,
utilizzando individualismo metodologico, quindi non
facendosi influenzare da altri soggetti, interagiscono per
determinare prezzo e quantità. Attraverso la contrattazione
si giungerà all’equilibro tra domanda e offerta e quindi
all’equilibrio di mercato.
Capito
cos’è l’economia abbiamo parlato della politica che studia
le scelte, fatte secondo il principio democratico, che gli
uomini compiono per soddisfare i bisogni collettivi (beni
pubblici).
Dunque
abbiamo analizzato questi due mondi intrecciati.
Come il
singolo individuo da solo non ha potere, così l’individuo
politico e quello economico. La soluzione del conflitto
avviene mediando tra i vari bisogni (economici e collettivi)
in modo da massimizzare utilità (mercato) e libertà
(democrazia) dei singoli individui.
Ma quali
sono i limiti di mercato e democrazia?
Innanzitutto i cittadini per condizioni iniziali non sono
uguali, quindi non hanno le stesse abilità di scelta (anche
se democrazia e mercato tendono a nasconderlo). Poi la non
reversibilità delle scelte economiche e politiche che
l’individuo compie lasciandosi influenzare dai movimenti dei
gruppi, movimenti che spesso favoriscono particolari
interessi.
I rapporti
fra mercato e democrazia si sono evoluti per interazione,
ovvero: il mercato nasce (in realtà) per l’acquisizione del
massimo potere economico da parte dei singoli. Allo stesso
tempo i cittadini si associano in partiti per accrescere e
stabilizzare il potere politico che riescono ad acquisire.
Dunque, attraverso un’attività di lobby, il sistema politico
regola i processi che erano affidati al mercato, mentre il
mercato influenza l’attività dello stato al di fuori delle
regole democratiche.
È giusto a
questo punto chiedersi perché l’individuo non sceglie in
autonomia. Ciò avviene perché il governo prende decisioni
economiche complementari alle decisioni prese dagli
operatori del mercato e allo stesso tempo il mercato
oligopolistico è consapevole dell’incremento che il potere
politico può dare a quello economico.
Siamo così
giunti a concludere che la democrazia rischia di scomparire
nell’intreccio di questi due complicati mondi a causa della
non risolvibilità nel campo del mercato e della democrazia
stessa di antagonismi economici e politici e della mancanza
di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dei partiti.
Unica soluzione, trovata da alcuni, la formazione di
movimenti extra-partitici.
(scheda
a cura di Roberta Ruggiero) |
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RIASSUMENDO: 3a LEZIONE
“Partecipare alla vita politica: quando, dove, come”
relatore: prof. Saverio Di Liso
Il prof.
Saverio Di Liso ha spiegato che la parola “partecipare”, che
in generale vuol dire “uscire dal particulare”,
significa sia adoperarsi per qualcosa che trascende i propri
diretti e immediati interessi, che andare oltre
l’individualità attraverso l’aggregazione. Con la
medesima l’espressione si inserisce anche l’uguagliamento
che si ottiene mediante il superamento della distanza tra
individui e la distribuzione del potere. La partecipazione
sociale può avere diverse finalità, che vanno dall’influenza
sul piano delle decisioni che riguardano l’attività
collettiva, fino alla realizzazione di un’azione
partecipativa mirata a ridurre le disuguaglianze. Ma non va
confusa con la partecipazione politica, poiché se la prima è
rivolta alle organizzazioni e alle associazioni della
società civile, la seconda invece riguarda prettamente lo
Stato, le istituzioni e le organizzazioni politiche.
La
partecipazione politica risulta essere un concetto più ampio
e polivalente, che va dal semplice esercizio di voto fino
all’azione indiretta mediante l’appartenenza ad associazioni
ricreative, religiose o sindacali. Attualmente si registra
una crisi di tale partecipazione a causa sia di una crisi
dei partiti, in relazione alla loro funzione di
mobilitazione e partecipazione, che ad una crisi degli stati
nazionali e delle istituzioni rappresentative sempre più
vincolati dalle istituzioni sovranazionali. Ogni singolo
Stato, concedendo all’Unione Europea una parte della propria
sovranità in cambio di diritti internazionali, mette allo
stesso tempo in crisi gli assetti politici interni.
Indipendentemente dagli eventi storici che caratterizzano la
nostra epoca, è ancora possibile riflettere su quando,
come e dove partecipare proprio attraverso la
politica, i partiti e i movimenti politici. Per il prof. Di
Liso, il quando partecipare ha diversi connotati se
si analizzano le forme tradizionali di partecipazione
politica. Ad es. la tradizione liberale privilegiava la
“sfera privata” nel rispetto del libero mercato, opponendosi
alla tradizione marxista che considerava in positivo la
sfera pubblica. Invece la tradizione cattolica vede la
politica come una forma d’impegno cristiano che non solo si
esplica nel pubblico ma anche nel privato. In realtà il
professore ha specificato che stabilire il quando
non è così semplice, poiché esistono varie forme di
partecipazione a partire da quelle visibili, come recarsi a
votare, raccogliere firme ecc., quelle invisibili come il
coinvolgimento psicologico che riguarda il modo in cui si è
informarti o si valutano le dichiarazioni dei leader
politici. Inoltre vi sono forme istituzionalizzate, ossia i
partiti, e quelle non istituzionalizzate come i movimenti;
ed in fine le forme pacifiche come le proteste, e quelle non
pacifiche che comprendono anche gli eventi di cronaca simili
a spedizioni punitive e che comunque indicano
un’appartenenza ideologica.
Ovviamente i partiti sono le organizzazioni dove
ordinariamente si partecipa alla vita politica in quanto
presentano al loro interno un’organizzazione ed un
orientamento ideologico comune. Maurice Duverger, in Les
partis politiques del 1951, classificò i partiti secondo
una struttura organizzativa di base: 1) cellule (l’unità di
base dei partiti comunisti es. i consigli di fabbrica), 2)
comitati (tipico di partiti liberali ed americani con una
composizione ristretta), 3) sezione (presente nei partiti
socialisti e popolari attraverso un’organizzazione
territoriale), 4) milizie (solitamente di carattere privato,
spesso finalizzate a scopo eversivo). Anche i movimenti sono
un altro luogo della partecipazione politica,
pur presentando una struttura più leggera che tal volta fa
capo a figure carismatiche.
Il
come riguarda la modalità e l’intensità di
partecipare, che nei regimi democratici variano dal contesto
sociale o dallo sviluppo economico. Secondo alcune teorie
l’intensità spesso è dovuta dal livello d’istruzione di ogni
singolo individuo, dal reddito ma anche dall’orientamento
culturale, ad es. in ambito cattolico per alcuni la politica
è vista come una cosa sporca.
A
partire dagli anni Novanta si assiste al tentativo di
aumentare e migliorare la partecipazione dei cittadini
attraverso leggi sulla trasparenza degli atti amministrativi
(L. 241/1990), perfezionata dalla Legge Bassanini L. 59/1997
e L. 127/1997 sulla riforma della pubblica amministrazione e
la semplificazione amministrativa. Il cittadino
tradizionalmente non è altro che un soggetto passivo a causa
di un’amministrazione organizzata in modo verticale e
gerarchico. Il nuovo modello a cui bisognerebbe tendere
sarebbe quello di un’amministrazione condivisa
fondata sul rispetto e sulla collaborazione che attivi il
singolo cittadino per valorizzare i beni comuni: l’ambiente,
la sicurezza, la vivibilità urbana, la legalità, la
promozione dei diritti, l’integrazione sociale, ecc.
è importante
che i soggetti pubblici favoriscano la cittadinanza attiva
mediante comunicazioni, informazioni e creazioni di
organismi per i rapporti con i cittadini. Tutto ciò è
sottolineato dal principio di sussidiarietà esaltato
dalla nuova formulazione (Riforma del 2001) dell’art. 118 c.
4° della Costituzione: “Stato, Regioni, Città metropolitane,
province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei
cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di
attività di interesse generale, sulla base del principio di
sussidiarietà”. La piena applicazione di tale articolo
conferirebbe una connotazione orizzontale o circolare con un
dislocamento di potere che fluirebbe dai soggetti pubblici
ai cittadini e dai cittadini ai soggetti pubblici.
(scheda
a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO: 2a LEZIONE
“Politica, potere e tradizioni”
relatore: prof. Vincenzo Robles
La
seconda lezione dal titolo: Politica, potere e tradizioni
ha avuto come relatore il prof. Vincenzo Robles che ha
spiegato quanto siano concatenati tra loro i tre termini del
titolo.
Partendo da alcune definizioni popolari di politica,
ad esempio “fare politica”, o “entrare in politica”, emerge
una concezione popolare lontana da una definizione che
intende la politica come un’attività umana che si
esplica all’interno di una collettività e che dovrebbe
permettere la gestione del bene di tutti all’interno
di un territorio ben preciso. La visione popolare è
manageriale e tende a raffigurare la politica come uno
spazio chiuso e riservato a pochi
Una
simile distorsione è dovuta a sua volta ad una distorta
concezione della seconda parola chiave della lezione: il
potere. Alcune definizioni pongono il potere come
fine della politica stessa ossia: mantenerlo,
gestirlo ed accrescerlo affinché sia possibile attuare un
preciso programma. Lo stesso relatore ha spiegato che il
potere comporta la possibilità di comandare,
sottomettere, distruggere, costringere, ma anche di
costruire, coordinare, aiutare. Queste ultime tre
possibilità sono quelle che meglio si accostano ad una
politica intesa come attività esplicata all’interno di una
collettività. Partecipare alla vita politica significa anche
partecipare alla gestione del potere. Questo è quello che si
dovrebbe verificare in democrazia focalizzando l’attenzione
sulla gestione del bene di tutti. Ma in realtà vi è la
tendenza a sorreggere un potere che a sua volta comporta
privarsi del potere proprio e di riporlo in un’altra
persona; i peones, ad esempio, sono coloro che non
hanno un’idea politica ma sono bravi a sorreggere l’idea del
capo.
La
parola idea rinvia ad un’altra parola ossia ideale
che è a fondamento di ciò che si definisce anche con
Tradizione, terzo termine chiave dalla lezione. Si è
soliti intendere con la parola tradizione una
ripetizione nel presente di idee e di gesti del passato,
ovvero quello che fa il tradizionalista apponendo soluzioni
ed idee create da altri ma che non sempre soddisfano le
necessità a cui si trova di fronte. Secondo un’accezione
positiva, con tradizione, si può indicare la fedeltà
ad un ideale con l’impegno di renderlo attuale. Il presente
invita a riflettere e a costruire, ma ciò risulta più facile
se si ha un ideale che tenda verso qualcosa mantenendo
sempre un atteggiamento di apertura alla dinamicità delle
situazioni nuove che la realtà costantemente propone.
Durante la lezione il professore ha sottolineato che è bene
non confondere la parola ideale con
ideologia, quest’ultima a differenza della prima, è
statica, totalizzante, insomma è un’idea già confezionata.
Ma nonostante la sua accezione negativa le ideologie hanno
svolto un ruolo importante nel corso della storia che viene
ancor più sottolineato dopo la caduta del muro di Berlino
nel 1989 che ha segnato la fine di tutte le ideologie in
ambito politico. A partire da tale evento storico sono
venute meno quelle identità politiche nelle quali ognuno
poteva trovare la propria identità. Le ideologie assieme
agli ideali hanno generato in Italia ad esempio varie
tradizioni politiche come quella cristiana, quella
socialista o quella liberale, nate o in conformità a delle
ideologie o in risposta ad un’ideologia.
La
fine dell’ultimo potere totalitario (il comunismo sovietico)
è segnato dal tentativo di Gorbačëv di rendere quello stesso
potere trasparente e democratico affinché si fosse potuta
dare continuità all’ideologia comunista. Ciò evidenzia come
il potere generi un vero e proprio circolo vizioso,
cioè per continuare ad esistere ha bisogno di ulteriore
potere mentre se lo si rende democratico tende a crollare.
Ed è il motivo per cui oggi assistiamo alle scalate in
borsa, all’accorpamento delle testate giornalistiche o delle
televisioni. La fine delle ideologie totalizzanti non ha
lasciato il posto a delle progettualità fondate su ideali,
ma ha fatto posto ad una politica che continua a consolidare
sempre più il potere politico con quello economico,
riprendendo una frase dell’ ‘800: “...prima si diceva: sei
potente? Allora sarai ricco; ora si dice sei ricco? Allora
sarai potente”.
Attualmente la politica non è più imperium, ossia il
comando riposto in un principe o in un capo di Stato, ma è
dominium cioè chi ha le risorse economiche ed è a
capo di multinazionali è allo stesso tempo colui che detiene
il potere. La particolarità è che nel dominium chi
detiene il potere è in grado con i prodotti di consumo di
entrare nelle case di ognuno per realizzare i programmi
politici, trasferendo la discussione politica, la
gestione del potere e del bene di tutti dall’agorà
(dalla piazza) al mercato.
(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico) |
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RIASSUMENDO:
1a LEZIONE
“La politica: alla ricerca di un significato”
relatore: don Rocco D’Ambrosio
“Il peggior analfabeta è
l’analfabeta politico” recita Brecht, e guidati dalla sua
poesia i 36 allievi affrontano la prima lezione che punta a
spiegare il significato della parola “politica”.
Alla radice del termine –
spiega don Rocco d’Ambrosio - c’è la pòlis greca,
ossia la città, intesa non solo come luogo fisico, ma anche
e soprattutto come l’insieme delle relazioni umane che vi si
svolgono.
Fu Aristotele (384-322
a.C.) a chiarire per primo che l’uomo è “un essere politico”
(politikon zòon), ossia stabilisce contatti con chi,
come lui, abita la città, ed è “politico” non per scelta, ma
per una insopprimibile spinta naturale, un istinto che non
può ignorare. Il termine “politica” dunque, sta ad indicare
una disposizione “alta”, e cioè l’attenzione e l’interesse
dei cittadini per la città, e non va assolutamente confuso –
raccomanda il relatore - con la simpatia attribuita ad uno
specifico schieramento partitico.
Nel seguire la sua inclinazione – sosteneva Aristotele – il
cittadino realizza il meglio di se stesso: chi invece nega
questa naturalità e non presta attenzione e interesse alla
politica - come l’analfabeta brechtiano, appunto - non solo
diventa responsabile delle ingiustizie praticate da uomini
corrotti ormai lasciati liberi di agire, ma amputa una parte
di sé.
A fondamento della
pòlis Aristotele individuava l’educazione, la
legge e l’amministrazione della comunità, e con questi tre
pilastri egli faceva i conti per capire e giudicare le
diverse società.
Tale criterio – evidenzia
don Rocco - regge al tempo e si rivela valido ancora oggi.
Alla luce di questa terna, infatti, bisogna leggere quelle
serie e documentate indagini che rivelano la stretta
dipendenza tra onestà e trasparenza di uno Stato e
formazione e partecipazione dei suoi cittadini. Più diffuse
sono educazione, formazione e partecipazione politica,
più basso è l’indice di corruzione di un Paese. E i
risultati dell’indagine 2007 di Transparency
(www.transparency.org) sono un pugno nello stomaco del
nostro bel Paese: in una classifica che ospita 120 Paesi,
l’Italia è agli ultimi posti, precedendo di poco la Somalia.
Cosa fa la differenza tra la nostra terra e la Danimarca,
che invece ha guadagnato il primo posto nella classifica
degli onesti? Non gli atteggiamenti umani di fondo, ad
esempio l’aggressività o l’avidità, ma la formazione, da cui
prendono naturalmente poi le mosse la partecipazione,
l’elaborazione delle regole-leggi e l’organizzazione
dell’amministrazione.
Il tema centrale diventa a
questo punto la formazione. Quali sono le agenzie educative
in Italia? Ve ne sono di molteplici: famiglia, scuola,
università, gruppi, istituzioni pubbliche e private, mondo
del lavoro, comunità religiose, mezzi di comunicazione.
Tutti gli ambiti, nessuno escluso, – sostiene il relatore -
sono carenti, poiché dappertutto si è ridotta di molto
l’abitudine a ragionare in termini di educazione. Si sono
insomma, persi di vista gli elementi fondamentali della
formazione e cioè i contenuti, la capacità di ricordare ciò
che è stato, la partecipazione alla realtà che è sotto i
nostri occhi, il senso di responsabilità che consegue al
processo di partecipazione.
Un ottimo sistema per
perdere di vista tutte queste coordinate è affidarsi alla
TV, vera e propria baby sitter capace di ninnare tutte le
generazioni con programmi che soltanto con molta generosità
possiamo definire di intrattenimento. Le fasce orarie più
seguite traboccano per lo più di tremendi cocktail a base di
calcio, cronaca nera, cronaca rosa, quiz demenziali,
inconcepibili reality, che solo uno spettatore italiano può
tracannare con disinvoltura. Ubriacandosi fino a perdere
coscienza della vita vera. Anche rispetto ai palinsesti
televisivi il confronto con i Paesi stranieri ci vede uscire
malconci, sicché alla fine gli Italiani - bloccati come sono
nei loro processi di formazione – rispetto alla TV e alla
scena politica hanno esattamente quello che si sono saputi
meritare.
(scheda a cura di Maria Teresa Capozza)
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L'analfabeta
politico di Bertolt Brecht | |
Il peggior analfabeta
è l'analfabeta politico.
Egli non ascolta, non parla,
ne partecipa
agli avvenimenti politici.
Non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce,
della farina,
dell'affitto,
delle scarpe e delle medicine
dipendono
dalle decisioni politiche.
|
Un analfabeta politico
è tanto animale
che si inorgoglisce
e gonfia il petto
nel dire che odia la politica.
Non sa l'imbecille che
dalla sua ignoranza politica
proviene la prostituta,
il minore abbandonato,
il rapinatore,
e il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico disonesto,
ingannatore e corrotto,
leccapiedi delle imprese
nazionali e multinazionali. |
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