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La consulta interparrocchiale socio-politica di Palo del Colle

 

organizza

 

Scuola di formazione all’impegno sociale e politico

 

 

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III anno di formazione all’impegno sociale e politico

Tutti gli incontri terranno dalle ore 16,00 alle ore 19,00 presso il

Centro Parrocchiale della Parrocchia Spirito Santo

viale Europa, 1 – Palo del Colle (Ba).

 

 

Per Informazioni ed iscrizioni

 

Segreteria della Scuola di formazione all’impegno socio-politico

(presso la Parrocchia Santa Maria Assunta in Via XX Settembre a Palo del Colle) o rivolgersi a:

 

· Giuseppe Cell. 338 3888704 · Orazio (tel./Fax 080/628452)

· Luigi Cell. 393 2809867 · Ottavia Cell. 338 1489391

 

e-mail: scuolapolpalo@cercasiunfine.it

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RIASSUMENDO: 11a LEZIONE

“La politica e l’ambiente”

relatore: Prof. Maria Panza

 

Le problematiche ambientali sono state al centro dell’ultima lezione con una particolare attenzione al tema dell’impronta ecologica. Con questa espressione s’intende la superficie necessaria per produrre un bene, per il suo utilizzo e per il suo smaltimento.

Una scellerata produzione di beni di consumo che ha come unico punto focale il profitto, comporta che nazioni come quell’Italia a causa dei propri beni di consumo necessiti di un territorio grande circa due volte di quello reale. È necessario che per la produzione dei beni di consumo si tenga in primo piano la preservazione dell’ecosistema in quanto ogni bene che produciamo ha bisogno di materie prime che provengono troviamo in natura.

Gli interessi politici negli ultimi cinquant’anni hanno coinciso con gli interessi economici, seguendo la logica del libero mercato e mettendo a serio repentaglio l’intero ecosistema sfruttando al massimo le risorse ambientali. Si assiste oggi al paradosso che in Paesi del Terzo Mondo dove manca l’acqua si venda la Coca Cola che per al 90% ha come ingrediente l’acqua.

Gli ambienti naturali vengono distrutti ad un ritmo crescente e ciò riduce la loro capacità di sostenere la vita di tutte le specie viventi, uomo compreso. L’uomo dipende dagli ecosistemi e la conservazione della biodiversità non può essere oggi considerata come una scelta opzionale nei piani di sviluppo, ma deve rappresentarne una imprescindibile esigenza. Promuovere una effettiva conservazione della diversità biologica è una priorità che richiede una nuova sinergia tra la pianificazione su vasta area e l’azione locale. La conservazione Ecoregionale rappresenta uno strumento indispensabile per ottenere risultati significativi creando un legame tra le opportunità di sviluppo per l’uomo e la tutela della diversità biologica. Le strategie di conservazione della natura pianificate e realizzate in un contesto Ecoregionale devono permettere di raggiungere grandi obiettivi, quali:

- tutelare tutte le distinte e caratteristiche comunità naturali nell’Ecoregione;

- tutelare i processi di natura ecologica ed evolutiva responsabili di dare origine e di sostenere la biodiversità;

- garantire la vitalità delle popolazioni di specie più importanti dell’Ecoregione

- conservare gli habitat naturali abbastanza estesi da resistere ai cambiamenti locali e globali anche nel lungo periodo.

Una simile politica è possibile attraverso una valutazione scientifica dello status della biodiversità dell’ecoregione sulla base delle migliori conoscenze disponibili, definendo i livelli di tutela già esistenti, le minacce che incombono e soprattutto condividendo una strategia comune con gli “attori” sociali che operano sul territorio.

Sono già 52 le ecoregioni dove è avviato attivamente un processo di conservazione ecoregionale, sotto il patrocinio del WWF  e di varie organizzazioni non governative. In Italia le due Ecoregioni in cui è avviato il processo di conservazione sono le Alpi e il Mediterraneo Centrale, la prima è costituita dalla catena montuosa alpina che si estende in ben otto paesi: Italia, Francia, Principato di Monaco, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria e Slovenia. L’altra comprende buona parte dell’Italia peninsulare, la Sardegna, la Sicilia, le isole minori, la Corsica e Malta ed è una parte dell’intera e più vasta Ecoregione del Bacino Mediterraneo.

Assolutamente vitale per l’uomo è preservare l’ambiente in cui vive, ed una corretta gestione politica è possibile solo se ha come scopo quello di preservare l’ecosistema. Tutte le attività umane hanno una ripercussione su di esso, ciò non preclude all’uomo la possibilità di produrre beni di consumo o sviluppare un’economia di mercato, ma ha la valenza di un limite che l’umanità ha enormemente valicato trascurandone gli effetti.

 

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

 

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RIASSUMENDO: 10a LEZIONE

“La pace come clima politico”

relatore: don Mimmo Giannuzzi

 

Il concetto di pace contestualizzato nella sfera sociale presenta un senso negativo che definisce la pace come assenza di guerra ma anche un senso positivo che identifica la pace come una dimensione dell’ordine naturale.

La pace come assenza di guerra implica che i termini pace e guerra siano di pari livello ma opposti. Nella riflessione occidentale, a partire dal pensiero greco, in epoca pre-cristiana, la guerra era qualcosa di naturale e necessario per l’uomo come se appartenesse all’ordine naturale delle cose. Con Aristotele si ha già una riflessione più distaccata, volta a definire la guerra come una pratica umana che necessita di giuste cause per essere intrapresa (ovvero per difendersi da un attacco, o per affermare un’egemonia per il bene degli assoggettati, o per rendere schiavo che merita di esserlo). Per Cicerone la guerra è un mezzo di cui l’uomo può servirsi qualora non sia in grado di poter ricorrere alla forza della ragione al solo scopo di garantire la pace. Da ciò si deduce che intraprendere una guerra giusta, secondo determinate condizioni, è quanto di più naturale e doveroso per l’uomo.

Il messaggio evangelico cristiano complica la questione, poiché non solo condanna apertamente la guerra ma anche qualsiasi genere di violenza entrando a sua volta in contrasto con quanto si narra nei testi dell’Antico Testamento. I testi della tradizione ebraica sembrano descrivere un Dio degli eserciti che cerca di donare una terra al suo popolo. In realtà nell’Antico Testamento sono numerosi i passi che narrano di un Dio della pace che cerca, per mezzo della legge, di redimere una umanità che tende alla guerra a causa del peccato. La pace quindi diviene un dono che proviene dall’alto, che nel Nuovo Testamento è identificato con la figura del Cristo, al quale l’uomo deve tendere. S. Agostino definisce la pace come volontà e la guerra come necessità da cui Dio deve liberarne l’uomo ma alla quale può far ricorso solo se è ispirato dalla pace.

Con la riflessione cristiana si crea un’antinomia che vari pensatori hanno cercato di risolvere, uno fra tutti S. Tommaso d’Aquino, per comprendere se sia possibile definire guerra giusta  una guerra che abbia come fine ultimo la pace. Nel corso dei secoli la riflessione unita agli eventi storici hanno portato a focalizzare la questione da varie angolazioni. Francisco de Vitoria pose per primo la possibilità che la guerra giusta potesse essere intrapresa anche da coloro che vengono identificati come nemici, mettendo in crisi la teoria della guerra giusta che contempla che solo una delle due parti in un conflitto abbia ragione. Tale riflessione apre anche una nuova questione, totalmente moderna, che è quella del diritto internazionale per la regolamentazione dei rapporti fra i vari Stati. La guerra giusta in tal caso diviene relativa ad un particolare contesto che al suo mutare permetterebbe di valutare la stessa guerra in maniera opposta.

Solo nel XX secolo, con l’avvento dell’era atomica, prende corpo l’idea che la guerra possa essere definita come male assoluto. Il pericolo di un conflitto con armi termonucleari, spinge i pontefici, a partire da Giovanni XXIII, a prendere una posizione di condanna per qualsiasi forma di guerra, definendola nella Gaudium et Spes : delitto contro Dio e contro la stessa umanità.

La guerra spesso è il risultato di una violazione della giustizia che porta ad una tensione e che a sua volta può richiedere l’uso della forza mediante il conflitto armato. L’errore sarebbe quello di identificare la pace con il rispetto della giustizia che porterebbe nuovamente a considerare la pace come assenza di una tensione o di un conflitto. In realtà la pace può essere la soluzione di un conflitto, non mediante l’uso della forza ma mediante la riconciliazione affinché la violazione non si muti in una tensione. Si tratta della riflessione di Giovanni Paolo II sintetizzata nell’espressione non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono, che fissa la Pace non come l’alternativa a qualcosa, ma come un ordine o una legge che è in grado di potersi affermare, rigettando in pieno la guerra finanche la teoria della guerra giusta, mediante l’uso del perdono come strumento che deve essere al di sopra della stessa giustizia per porre rimedio alle ingiustizie.

 

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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RIASSUMENDO: 9a LEZIONE

“La giustizia come cardine della politica”

relatore: Dott. Michele Parisi

 

La giustizia come cardine della politica sottintende che in ambito politico esiste una natura pedagogica alla legalità. La politica è l’ambito dove prende corpo qualsiasi genere di norma in vista della cura degli interessi dell’intera comunità. Pertanto la giustizia non è un qualcosa che sta oltre la politica ma ne è l’elemento fondante o meglio il fulcro attorno al quale la politica agisce. Quest’ultima tende alla giustizia, e le leggi da essa emanate si ispirano al concetto di giustizia anche se nessuna legge è in grado di esaurirlo a pieno.

Tale impossibilità la si deve al fatto che le società sono sempre in evoluzione ed esistono valori che acquistano importanza a seconda dei mutamenti culturali, ad esempio la parità tra uomo e donna ha permesso di rendere norma indiscutibile il suffragio universale, che può essere definito una conquista della società italiana del XX secolo.

Il compito della politica è quello di produrre norme e in ogni campagna elettorale i programmi politici presentano progetti di nuove norme o leggi; i magistrati invece svolgono un ruolo tecnico, atto all’applicazione di tali norme. Il tutto avviene in vista di un concetto di giustizia  positiva che non è quella naturale. In uno Stato, come quello italiano, esiste una giustizia positiva ossia posta e scritta, che permette di raccordare tutte quelle forme di giustizia sentita che appartengono alla gente comune. Tale giustizia scritta è la Costituzione, che è la norma che fonda l’intero impianto dello Stato, elencando i diritti e i doveri di ogni cittadino, descrivendo come sono organizzati i vari poteri dello Stato e come essi devono funzionare.

La Costituzione è il termine di paragone per ogni norma; se un giudice sospetta che una legge sia incostituzionale, questi può sollevare la questione di costituzionalità, che qualora fosse confermata, la suddetta legge viene cassata. La Costituzione quindi è precettiva e vincolante, cioè comanda al di sopra di qualsiasi norma o legge emanata dallo Stato, ma allo stesso tempo è programmatica. Ovvero la Costituzione non solo definisce il presente ma indica la rotta da seguire per il futuro dello Stato; essa funge da bagaglio culturale affinché i cittadini siano coscienti, consapevoli e in grado di poter ritrovare nel testo costituzionale le giuste indicazioni alle sempre nuove problematiche che una società è costretta ad affrontare. In un famoso discorso di Pietro Calamandrei: Discorso sulla costituzione Milano 26 gennaio 1955, è possibile comprendere il carattere programmatico del testo costituzionale. In vari punti del discorso, Calamandrei parla di una Repubblica che dovrà avere il suo pieno compimento mettendo in atto quegli articoli della Costituzione che descrivono la Repubblica Italiana:

 

nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale [...] .

 

Il frammento letto durante la lezione, è un esempio di programmaticità, dove vengono segnate le linee guida affinché in un futuro prossimo vi possa essere la piena attuazione del concetto di Repubblica democratica descritto nella nostra Costituzione.

La Carta Costituzionale è possibile definirla la norma per antonomasia, attorno alla quale si sviluppa e si snoda lo Stato. Essa è la norma attorno alla quale si sviluppa l’azione politica finalizzata a produrre nuove norme nel rispetto di quella giustizia scritta, fissata e programmatica che è la Costituzione.

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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RIASSUMENDO: 8a LEZIONE

“Il bene comune fine della politica”

relatore:  prof. don Luigi Renna

 

“Qual è il fine della politica? La domanda può sembrare oziosa – esordisce il relatore, don Luigi Renna – ma per ritrovare l’orientamento conviene volare alto e lasciarsi stimolare dalle fonti del pensiero politico.”

Parte dunque così l’ottava lezione, con una carrellata che dall’antichità arriva ad oggi e via via chiama in causa Aristotele (IV sec. a.C), Cicerone (I sec. a.C), S. Agostino (IV sec.), S. Tommaso, (sec. XIII), Tommaso Moro (sec. XVI), Hobbes (sec. XVII), Rousseau (sec. XVIII), Mills (sec. XIX), la Carta del lavoro del Fascio e alcune recenti Encicliche.

Si scopre così che sia il pensiero laico che quello cristiano hanno identificato il fine della politica nel bene comune. Ma mentre secondo alcuni, il bene comune è il risultato di individui che solidarizzano tra loro per una naturale inclinazione umana e sulla base di ciò creano una comunità politica, per altri il bene comune non è che la somma degli interessi soggettivi di uomini che si aggregano e sottoscrivono un contratto sociale mossi solo dal desiderio di raggiungere il proprio bene individuale.

Dall’excursus emerge un altro fattore importante: spesso in passato lo Stato si è arrogato il diritto di decidere quale fosse il bene del singolo individuo, e addirittura il bene della comunità/Stato è stato considerato coincidente con quello del singolo. Amaro frutto di questa visione statalistica sono stati i vari totalitarismi del XX secolo, che volevano l’individuo pericolosamente subordinato alla nazione, e il bene individuale disciolto - come il sale-  nel bene comune dello Stato.

Gli orientamenti contemporanei tornano invece – prosegue don Renna - ad orientare il bene comune all’idea di persona che Aristotele e S. Tommaso avevano già sostenuto, e a conferma di ciò cita la Gaudium et Spes: “Il bene comune è l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività, sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. E rincara la dose con la Pacem in Terris , che fa del bene comune l’antidoto alla strumentalizzazione dell’uomo.

Si delinea così l’idea di un bene comune centrato sulla persona umana nella sua integrità, e che si sviluppa solo a patto che quella persona viva immersa in una realtà di mutua e ordinata collaborazione, una realtà cioè, in cui ciascun uomo sviluppa “la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse il proprio”.

Il bene comune appare dunque, non come il frutto di un’azione individuale, ma di una collaborazione collettiva e solidaristica.

Da qui a dire che il bene comune è il “retto ordine della società, il suo corretto funzionamento” il passo è breve e dunque il cerchio si chiude intorno all’idea che il bene individuale, quando collima o coincide con quello degli altri, diventa bene comune.

Ma come si fa a sapere se la politica si sta prendendo cura del bene comune? Come facciamo a sapere se i nostri politici invece, con le loro scelte, non stanno provvedendo solo al bene individuale di qualcuno? Basta guardare i bona communitatis (beni della comunità, beni pubblici) ossia i mezzi indispensabili per ottenere il bene comune: se vengono meno il buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi di pubblica utilità e interesse (scuola, sanità, trasporti, ambiente etc) , qualcuno sta trascurando il bene comune e i cittadini devono farsi sentire per chiedere il rispetto dei propri diritti.

A questo punto don Renna sollecita nel gruppo una riflessione sui beni della comunità palese di più stringente necessità e si avvia una riflessione articolata e ampiamente partecipata. Vien fuori che: protezione dell’ambiente, luoghi di scambio e produzione culturale ambiente, servizi agli anziani e ai bambini, aree verdi, sportelli informativi sono quello che i cittadini chiedono da tempo a gran voce e che ogni politico promette in campagna elettorale e assai raramente mantiene. Cattivi politici o cattiva politica? Ad ogni buon conto don Renna fornisce una sorta di “decalogo” per il politico al servizio del bene comune, tratto dalle pagine di don Sturzo. Nel 1919 il fondatore del Partito Popolare raccomandava al politico del suo partito di essere franco e fuggire gli infingimenti, di promettere poco e mantenere le promesse, di avere cura delle piccole oneste esigenze del cittadino, di non circondarsi di adulatori, di rigettare ogni proposta tesa alla inosservanza della legge, di fare dei propri collaboratori degli amici e non dei favoriti, di tenere lontano i parenti dalla sfera degli affari statali, di fare ogni sera l’esame di coscienza.

Che ne dite, non sarebbe bello avere politici così?

 

(scheda a cura di Maria Teresa Capozza)

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RIASSUMENDO: 7a LEZIONE

“La politica: cosa dice la Costituzione”

relatore:  prof. Vincenzo Caricati

 

Un percorso di formazione politica che non prendesse in considerazione la madre di tutte le leggi, “la stella polare” di governanti e governati, non starebbe in piedi, ed era pertanto prevedibile che la nostra Costituzione, in vigore dal 1948, fosse oggetto di studio del corso. Alla nostra Carta è stato quindi dedicato il settimo incontro, aperto dal relatore, prof. Vincenzo Caricati, con una domanda provocatoria: “Quanti di voi conoscono la Costituzione?”.

Certo l’Atto non è tra i libriccini più consultati e questo – ha replicato il relatore – non può lasciarci quieti, poiché se non si conoscono quelle pagine, non solo non se ne potranno osservare i dettami, ma non se ne potrà neanche esigere il rispetto. Si è partiti così per una carrellata di alcuni articoli, sia per conoscere lo spirito – oltre e prima che la lettera – che nel 1946 la generò con il suo specifico DNA, sia per capire se la Costituzione è stata fino ad oggi tradotta in realtà.  Il primo articolo ad essere osservato, il n. 3, è quello che sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la loro uguaglianza davanti alla legge. Esso però non si ferma ad un mero riconoscimento dell’uguaglianza, ma “riversa” dritto sulla Repubblica il  compito di rimuovere concretamente gli ostacoli socioeconomici che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti all’organizzazione del paese.  Un impegno non da poco, quello della Repubblica, che però, fa notare il relatore, è affossato assai spesso dalla diffusa corruzione dei singoli - fatta di raccomandazioni, gare truccate, spartizioni del potere – che rende praticamente i cittadini disuguali.

Purtroppo l’articolo 3 non è il solo ad essere stato disatteso. Si pensi a quell’articolo, il 9 per l’esattezza, con cui la Repubblica, principale responsabile dello sviluppo e della ricerca, tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico dell’Italia.  Una malintesa cultura dello sviluppo e del progresso – rammenta Caricati – ha prodotto la continua rapina dei nostri beni paesaggistici; lo sfruttamento impietoso ed egoistico del territorio ha intasato città e campagne, ha inquinato suoli, aria e acqua, ha prodotto l’abbandono dei centri storici. La bella Italia si deturpa giorno dopo giorno e anche le campagne sono state saccheggiate per sradicare i secolari ulivi di Puglia che ora, a centinaia di chilometri di distanza, vengono ostentati nei giardini con villa di incivili arricchiti

E cosa si legge nella Costituzione alla voce “economia”? I padri costituenti - che furono socialisti, cattolici e liberali – la hanno voluta “privata” e “libera”, ma non per questo aggressiva e selvaggia: essa, si legge infatti all’art. 41, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. E su questa strada sappiamo quanto c’è da fare: basti pensare alle morti sul lavoro dovute alle speculazioni e alle norme di sicurezza ignorate per moltiplicare i profitti.

Ma non è purtroppo questo l’unico caso in cui gli interessi privati beffano tragicamente l’utilità sociale e la Costituzione: non è forse una beffa anche quella che si consuma ai danni dell’articolo 53, dedicato al dovere di tutti noi di pagare le tasse  per “concorrere alle spese pubbliche”? L’evasione fiscale, una piaga diffusa del nostro Bel paese, è quella che impedisce di finanziare a dovere le spese pubbliche sicchè i nostri diritti – pensiamo alla sanità, ai trasporti, all’istruzione -  diventano sempre più rarefatti e sempre più negati.

A conferma della lungimiranza dei padri costituenti si può richiamare – prosegue il relatore – l’articolo 49, quello che riconosce ai cittadini il diritto di  “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.  Appare evidente che essi non pensavano certo ai partiti attuali, dove i pochi, a mo’ di feudatari circondati da opportunisti clientes, tessono le trame dei propri affari e decidono le sorti di molti. Anche in questa deturpazione della politica si coglie – continua Caricati -  il tradimento della Costituzione e la misura della crisi in cui siamo caduti.  Un altro tradimento è quello connesso all’articolo 7, che recita “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Vi è tradimento – chiarisce Caricati – quando si dimentica che il cattolicesimo non è religione di Stato, che il nostro Stato non si riconosce come uno stato confessionale e che la sua laicità è indiscutibile. Vi è dunque, una plateale ed indebita interferenza quando Santa Romana Chiesa pretende che lo Stato si trasformi in stato confessionale e quando, vincolando il voto dei parlamentari cattolici, determina di fatto l’azione legislativa del parlamento. La Chiesa può orientare – spiega -  ma non può condizionare le decisioni dei rappresentanti del popolo.  In conclusione cosa pensare della nostra Costituzione? Cosa rispondere a chi chiede che dopo 60 anni è necessario cambiarla? Che alcune modifiche siano necessarie è indubbio, afferma Caricati: è sotto gli occhi di tutti che l’iter legislativo è abnormemente lungo in quanto Camera e Senato replicano inutilmente gli stessi lavori, mentre le loro competenze legislative potrebbero essere facilmente separate, con generale beneficio.  Ma alle esagitate e pretestuose richieste di riforma della Costituzione bisogna rispondere che essa – con il suo equilibrio, la sua democrazia, la sua attenzione alle fasce più deboli -  non di modifiche ha bisogno ma dell’attuazione fino ad ora disattesa da un ceto politico che l’ha troppo e troppo a lungo persa di vista..

 

(scheda a cura di Maria Teresa Capozza)

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RIASSUMENDO: 6a LEZIONE

“La politica: cosa dice la fede cristiana”

relatore:  don Mimmo Natale

 

Le numerose riflessioni a proposito della politica e della fede cristiana spingono cristiani e non, a porsi la medesima domanda: che c’entra la Chiesa con la politica? Ebbene, se la Chiesa si occupa dell’uomo e se l’uomo vive in relazione, è naturale che la Chiesa possa occuparsi di qualsiasi genere di relazione a partire da quelle più semplici, come la famiglia, fino a quelle più complesse che portano l’uomo a occuparsi della politica.

Questa risposta per un cristiano può apparire semplice e scontata solo se ha riscoperto il proprio senso di appartenenza, avendo come faro il testo biblico, e quindi la Parola di Dio, per comprendere gli eventi storici di ogni giorno. Ciò non implica che la Bibbia sia un libro magico o che possa garantire una risposta scientifica per ogni situazione. La lettura del testo biblico e conseguentemente l’ascolto della Parola di Dio, consentirebbero al cristiano di riscoprire la propria natura umana affinché possa agire di conseguenza. Tale natura è descritta nella Bibbia fin dal racconto della creazione, in Genesi 2,18: E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Si tratta del frammento che introduce la creazione della donna, ossia di un altro essere, pari all’uomo, posta a lui di fronte affinché entrambi possano completarsi a vicenda solo ed esclusivamente mediante il loro essere in relazione. In termini filosofici si potrebbe definire la relazione come un bisogno ontologico ossia un bisogno che caratterizza l’essere dell’uomo. Senza la creazione della donna ossia del primo essere con il quale Adamo è entrato in relazione, l’uomo sarebbe stato menomato.

La Chiesa, quindi, si occupa non solo della spiritualità dell’uomo ma anche degli ambiti relazionali poiché l’uomo non è solo spirituale ma vive anche in un contesto storico relazionale. Lo stesso testo biblico presenta libri, come quello dei Re, che descrivono le relazioni politiche del popolo ebraico nel corso della sua storia. Anche nel nuovo testamento in Marco 12,17 si legge: Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio »; in questo episodio si è soliti leggere il riconoscimento di una distinzione tra il potere temporale e quello spirituale, ma se lo si analizza in modo più analitico Gesù non solo riconosce l’esistenza del potere temporale ma riconosce anche una storicità alla realtà, di fronte alla quale il credente non può essere passivo ma è necessario che sia cosciente di essere inserito all’interno di una realtà storica di cui è responsabile, che però allo stesso tempo non è il fine ultimo poiché il fine ultimo è Dio. La salvezza a cui aspira il credente è il motivo che lo spinge ad agire nel cotesto storico in cui egli è inserito e allo stesso tempo è il nuovo punto di vista dal quale è possibile vedere il mondo.

Il cristiano è colui che in politica deve porre la relazione al centro del proprio agire, poiché il fine non è quello di prevaricare sulla fazione opposta o di individuare il giusto schieramento, il vero fine è quello di giungere alla giusta scelta mediante il dialogo, ossia privilegiare il confronto in vista del bene di tutti. In politica il cristiano è colui che sceglie in funzione di un beneficio comune e non particolare. Egli deve essere animato dalla carità politica di cui ne fa esperienza nell’eucaristia, dove mediante la comunione entra in relazione con il diverso. Nella messa domenicale si ha l’incontro di persone di diversa estrazione sociale, culturale che nel momento dell’eucaristia fanno comunione senza escluderne alcuno. Gesù nell’ultima cena consente a Giuda d’intingere nel suo piatto, ciò simboleggia che la proposta eucaristica va oltre il tradimento e il traditore.

L’istituzione dell’eucaristia non è solo l’istituzione di una pratica religiosa, al suo interno è possibile rintracciare una serie di indicazioni per la vita relazionale dell’uomo che trovano la loro massima espressione nell’immagine della lavanda dei piedi che l’evangelista Giovanni, a differenza degli altri tre, sceglie di descrive al posto dell’istituzione del sacro mistero, per sintetizzare che il mistero eucaristico non è altro che il mistero del servizio. È l’indicazione cristiana che invita a sostituire la logica del potere con quella dell’essere servi, l’affermazione del se con il farsi dono.

Il cristiano è chiamato a smorzare i toni, poiché deve interessarsi del bene di tutti, ma ancor più è chiamato al rispetto delle regole. Questa educazione può essere impartita dalla Chiesa a partire fin dal catechismo, la Arendt sostiene che: l’educazione è il punto in cui si decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumerne la responsabilità, anzi da salvarlo dalla rovina che sarebbe inevitabile senza il rinnovamento costituito dai giovani e dai nuovi arrivi. Da ciò consegue che il cristiano e la Chiesa non possono sentirsi esclusi da un simile processo, essi sono chiamati ad operare e a educare affinché la politica sia fatta da persone che abbiano sviluppato una competenza a saper amministrare ciò che appartiene a tutti per il bene di tutti.

 

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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RIASSUMENDO: 5a LEZIONE

“La politica è un rompicapo? Aspetti psicologici”

relatore:  prof. Luigi de Pinto

 

Analizzare la politica secondo gli aspetti psicologici, significa indagare sulle pre-comprensioni che ognuno ha della politica stessa. Nella maggior parte dei casi è definita come qualcosa che non ci appartiene o che necessita di requisiti particolari, rendendola molto più simile a un rompicapo. In realtà non esiste un unico modo di agire in politica, poiché pur essendo tutti quanti esseri umani, siamo diversissimi l’uno dall’altro e di conseguenza i modi di agire rispetto alla politica e in politica sono differenti. Il prof. de Pinto ha definito la politica come: Arte nobile e difficile di porsi al servizio del prossimo per costruire il bene comune. Il termine cruciale di questa definizione è quello di “arte” che richiama l’esistenza di una componente oggettiva che vale per tutti, ma soprattutto una componente soggettiva che rinvia all’abilità e al talento. La politica è una forma di arte in quanto è necessario coniugare il talento, la creatività, la capacità di saper analizzare e sintetizzare, scomporre e ricomporre i vari dati del problema in una forma che possa essere nuova e più rispondente ai bisogni del momento e ai bisogni delle persone all’interno di una relazione civica. Questa fa della politica non qualcosa che appartiene solo ai politici, poiché trattandosi di un’arte essa non è una questione di pochi. Infatti non solo può essere praticata nelle sedi amministrative, ma anche in semplici luoghi di ritrovo dove è possibile costruire nuove identità politiche senza essere in balia delle decisioni altrui.

Ognuno ha una propria immagine di politica che fa riferimento a un pregiudizio che non è possibile eliminare. Il pregiudizio è negativo se esso vincola la nostra comprensione alla staticità del momento, mentre svolge una funzione positiva se ha il ruolo di essere pre-conoscenza per arrivare ad una seconda conoscenza. Le nostre immagini di politica solitamente si fondano su convinzioni come: la politica sinonimo di potere, ossia mediante l’incarico politico si acquisisce la capacità di poter operare. Oppure la politica è solo una questione per uomini furbi o dove a tutti i costi bisogna trovare un compromesso morale. Queste convinzioni nella maggior parte dei casi svolgono un azione limitativa, che non permettono di evidenziare che in realtà l’agire politico è insito in ogni individuo ogni volta che si rapporta con gli altri. La psicologia, a seconda delle modalità di comportamento, ha decifrato tre grandi forme di personalità politiche che fungono da indicazioni generali: 1) il compiacente, colui che ricerca il consenso altrui e cerca di mettere in scena il personaggio che gli altri si aspettano; 2) l’aggressivo, che guarda il simile chiedendosi se sia più forte o possa essere utile, solitamente possiede una spiccata tendenza a pianificare e a realizzare con efficienza e durezza; 3) il distaccato, è lo spettatore che osserva la vita senza parteciparvi con impegno, mostrando una certa indifferenza per le cariche, la popolarità e il prestigio. Queste non sono le uniche tre forme di personalità e soprattutto non sono statiche poiché partendo dagli aspetti positivi di ognuna delle singole forme di personalità è possibile modificare in meglio il modo di rapportarsi agli altri.

Un altro aspetto della politica che riguarda la psicologia è il tema della leadership, ossia l’influenza che una persona è in grado di esercitare sulle altre. Non si tratta di qualcosa che è presente nei leader e né tanto meno nei loro seguaci. In realtà la leadership è il frutto di un incontro tra le caratteristiche personali dell’uno con le attese degli altri in una particolare situazione. Quindi anche i seguaci contribuiscono alla formazione del leader per mezzo delle loro aspettative e se tale leader è furbo, è in grado di adattare le sue capacità a quello che la maggior parte delle persone si aspetta in quel momento a prescindere se condivide o meno la soluzione

. Il leader deve convincere le persone di possedere le caratteristiche desiderate, fornendo tratti sommari facilmente interpretabili, che consentano alla gente di giungere rapidamente a un’idea che l’induca a prendere delle decisioni, tutto ciò va sotto il nome di “euristica disposizionale”. La leadership è possibile costruirla fornendo un’immagine attraente che necessita di consenso. Tale consenso richiede che la gente compia una scelta valutando se l’immagine del leader percepita soddisfi alcuni fattori chiave che portano a propendere per colui che mostra maggiore energia, e quindi risulta essere più determinato; maggiore amicalità, ovvero che ispira maggiore fiducia; coscienziosità, stabilità emotiva che è in grado di controllare i propri impulsi e infine che abbia apertura mentale. In sintesi al cospetto di una scelta politica, la griglia mentale orienta il giudizio fondendo i cinque fattori principalmente su due assi di giudizio 1) sincerità/affidabilità, 2) energia/innovatività. Gli stessi assi servono ai leader per fornire un’immagine, per lo più sommaria ma quando più in linea alle aspettative della gente.

In termini psicologici, la politica è percepita attraverso immagini figlie di pre-concetti o pre-giudizi che ognuno di noi ha. Lo stesso agire politico è determinato da forme di personalità  e le stesse scelte avvengono nel rispetto di fattori guida. Ciò che si sottovaluta è che tutte queste condizioni non sono stabili ma sono predisposte anche al cambiamento. Il pre-giudizio non può limitare la nostra immagine di politica, per lo più negativa, e conseguentemente condizionare le nostre scelte, focalizzando solo ed esclusivamente la situazione presente; esso ha anche la funzione di giungere a una nuova conoscenza che permetterebbe di poter agire e scegliere in vista di una politica nuova e migliore.

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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RIASSUMENDO: 4a LEZIONE

“La politica è solo interessi? Aspetti economici”

relatore:  prof. Arturo Casieri

 

 

In questa quarta lezione abbiamo trattato il problema fondamentale della relazione fra economia e politica, o meglio, come detto dal prof. Casieri, l’eterno duello “Economia vs Politica”. Dunque il nostro incontro si è basato sulla domanda “è possibile coniugare mercato e democrazia?”.

Abbiamo visto innanzi tutto cos’è l’economia? Essa studia le scelte, compiute attraverso il mercato, che gli individui fanno per soddisfare i propri bisogni (beni e servizi). Il mercato è un processo tramite il quale acquirenti e venditori, utilizzando individualismo metodologico, quindi non facendosi influenzare da altri soggetti, interagiscono per determinare prezzo e quantità. Attraverso la contrattazione si giungerà all’equilibro tra domanda e offerta e quindi all’equilibrio di mercato.

Capito cos’è l’economia abbiamo parlato della politica che studia le scelte, fatte secondo il principio democratico, che gli uomini compiono per soddisfare i bisogni collettivi (beni pubblici).

Dunque abbiamo analizzato questi due mondi intrecciati.

Come il singolo individuo da solo non ha potere, così l’individuo politico e quello economico. La soluzione del conflitto avviene mediando tra i vari bisogni (economici e collettivi) in modo da massimizzare utilità (mercato) e libertà (democrazia) dei singoli individui.

Ma quali sono i limiti di mercato e democrazia?

Innanzitutto i cittadini per condizioni iniziali non sono uguali, quindi non hanno le stesse abilità di scelta (anche se democrazia e mercato tendono a nasconderlo). Poi la non reversibilità delle scelte economiche e politiche che l’individuo compie lasciandosi influenzare dai movimenti dei gruppi, movimenti che spesso favoriscono particolari interessi.

I rapporti fra mercato e democrazia si sono evoluti per interazione, ovvero: il mercato nasce (in realtà) per l’acquisizione del massimo potere economico da parte dei singoli. Allo stesso tempo i cittadini si associano in partiti  per accrescere e stabilizzare il potere politico che riescono ad acquisire. Dunque, attraverso un’attività di lobby, il sistema politico regola i processi che erano affidati al mercato, mentre il mercato influenza l’attività dello stato al di fuori delle regole democratiche.

È giusto a questo punto chiedersi perché l’individuo non sceglie in autonomia. Ciò avviene perché il governo prende decisioni economiche complementari alle decisioni prese dagli operatori del mercato e allo stesso tempo il mercato oligopolistico è consapevole dell’incremento che il potere politico può dare a quello economico.

Siamo così giunti a concludere che la democrazia rischia di scomparire nell’intreccio di questi due complicati mondi a causa della non risolvibilità nel campo del mercato e della democrazia stessa di antagonismi economici e politici e della mancanza di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dei partiti. Unica soluzione, trovata da alcuni, la formazione di movimenti extra-partitici.

 

(scheda a cura di Roberta Ruggiero)

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RIASSUMENDO: 3a LEZIONE

“Partecipare alla vita politica: quando, dove, come”

relatore:  prof. Saverio Di Liso

 

Il prof. Saverio Di Liso ha spiegato che la parola “partecipare”, che in generale vuol dire “uscire dal particulare”, significa sia adoperarsi per qualcosa che trascende i propri diretti e immediati interessi, che andare oltre l’individualità attraverso l’aggregazione. Con la medesima l’espressione si inserisce anche l’uguagliamento che si ottiene mediante il superamento della distanza tra individui e la distribuzione del potere. La partecipazione sociale può avere diverse finalità, che vanno dall’influenza sul piano delle decisioni che riguardano l’attività collettiva, fino alla realizzazione di un’azione partecipativa mirata a ridurre le disuguaglianze. Ma non va confusa con la partecipazione politica, poiché se la prima è rivolta alle organizzazioni e alle associazioni della società civile, la seconda invece riguarda prettamente lo Stato, le istituzioni e le organizzazioni politiche.

La partecipazione politica risulta essere un concetto più ampio e polivalente, che va dal semplice esercizio di voto fino all’azione indiretta mediante l’appartenenza ad associazioni ricreative, religiose o sindacali. Attualmente si registra una crisi di tale partecipazione a causa sia di una crisi dei partiti, in relazione alla loro funzione di mobilitazione e partecipazione, che ad una crisi degli stati nazionali e delle istituzioni rappresentative sempre più vincolati dalle istituzioni sovranazionali. Ogni singolo Stato, concedendo all’Unione Europea una parte della propria sovranità in cambio di diritti internazionali, mette allo stesso tempo in crisi gli assetti politici interni.

Indipendentemente dagli eventi storici che caratterizzano la nostra epoca, è ancora possibile riflettere su quando, come e dove partecipare proprio attraverso la politica, i partiti e i movimenti politici. Per il prof. Di Liso, il quando partecipare ha diversi connotati se si analizzano le forme tradizionali di partecipazione politica. Ad es. la tradizione liberale privilegiava la “sfera privata” nel rispetto del libero mercato, opponendosi alla tradizione marxista che considerava in positivo la sfera pubblica. Invece la tradizione cattolica vede la politica come una forma d’impegno cristiano che non solo si esplica nel pubblico ma anche nel privato. In realtà il professore ha specificato che stabilire il quando non è così semplice, poiché esistono varie forme di partecipazione a partire da quelle visibili, come recarsi a votare, raccogliere firme ecc., quelle invisibili come il coinvolgimento psicologico che riguarda il modo in cui si è informarti o si valutano le dichiarazioni dei leader politici. Inoltre vi sono forme istituzionalizzate, ossia i partiti, e quelle non istituzionalizzate come i movimenti; ed in fine le forme pacifiche come le proteste, e quelle non pacifiche che comprendono anche gli eventi di cronaca simili a spedizioni punitive e che comunque indicano un’appartenenza ideologica.

Ovviamente i partiti sono le organizzazioni dove ordinariamente si partecipa alla vita politica in quanto presentano al loro interno un’organizzazione ed un orientamento ideologico comune. Maurice Duverger, in Les partis politiques del 1951, classificò i partiti secondo una struttura organizzativa di base: 1) cellule (l’unità di base dei partiti comunisti es. i consigli di fabbrica), 2) comitati (tipico di partiti liberali ed americani con una composizione ristretta), 3) sezione (presente nei partiti socialisti e popolari attraverso un’organizzazione territoriale), 4) milizie (solitamente di carattere privato, spesso finalizzate a scopo eversivo). Anche i movimenti sono un altro luogo della partecipazione politica, pur presentando una struttura più leggera che tal volta fa capo a figure carismatiche.

Il come riguarda la modalità e l’intensità di partecipare, che nei regimi democratici variano dal contesto sociale o dallo sviluppo economico. Secondo alcune teorie l’intensità spesso è dovuta dal livello d’istruzione di ogni singolo individuo, dal reddito ma anche dall’orientamento culturale, ad es. in ambito cattolico per alcuni la politica è vista come una cosa sporca.

A partire dagli anni Novanta si assiste al tentativo di aumentare e migliorare la partecipazione dei cittadini attraverso leggi sulla trasparenza degli atti amministrativi (L. 241/1990), perfezionata dalla Legge Bassanini L. 59/1997 e L. 127/1997 sulla riforma della pubblica amministrazione e la semplificazione amministrativa. Il cittadino tradizionalmente non è altro che un soggetto passivo a causa di un’amministrazione organizzata in modo verticale e gerarchico. Il nuovo modello a cui bisognerebbe tendere sarebbe quello di un’amministrazione condivisa fondata sul rispetto e sulla collaborazione che attivi il singolo cittadino per valorizzare i beni comuni: l’ambiente, la sicurezza, la vivibilità urbana, la legalità, la promozione dei diritti, l’integrazione sociale, ecc. è importante che i soggetti pubblici favoriscano la cittadinanza attiva mediante comunicazioni, informazioni e creazioni di organismi per i rapporti con i cittadini. Tutto ciò è sottolineato dal principio di sussidiarietà esaltato dalla nuova formulazione (Riforma del 2001) dell’art. 118 c. 4° della Costituzione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. La piena applicazione di tale articolo conferirebbe una connotazione orizzontale o circolare con un dislocamento di potere che fluirebbe dai soggetti pubblici ai cittadini e dai cittadini ai soggetti pubblici.

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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RIASSUMENDO: 2a LEZIONE

“Politica, potere e tradizioni”

relatore:  prof. Vincenzo Robles

 

La seconda lezione dal titolo: Politica, potere e tradizioni ha avuto come relatore il prof. Vincenzo Robles che ha spiegato quanto siano concatenati tra loro i tre termini del titolo.

Partendo da alcune definizioni popolari di politica, ad esempio “fare politica”, o “entrare in politica”, emerge una concezione popolare lontana da una definizione che intende la politica come un’attività umana che si esplica all’interno di una collettività e che dovrebbe permettere la gestione del bene di tutti all’interno di un territorio ben preciso. La visione popolare è manageriale e tende a raffigurare la politica come uno spazio chiuso e riservato a pochi

Una simile distorsione è dovuta a sua volta ad una distorta concezione della seconda parola chiave della lezione: il potere. Alcune definizioni pongono il potere come fine della politica stessa ossia: mantenerlo, gestirlo ed accrescerlo affinché sia possibile attuare un preciso programma. Lo stesso relatore ha spiegato che il potere comporta la possibilità di comandare, sottomettere, distruggere, costringere, ma anche di costruire, coordinare, aiutare. Queste ultime tre possibilità sono quelle  che meglio si accostano ad una politica intesa come attività esplicata all’interno di una collettività. Partecipare alla vita politica significa anche partecipare alla gestione del potere. Questo è quello che si dovrebbe verificare in democrazia focalizzando l’attenzione sulla gestione del bene di tutti. Ma in realtà vi è la tendenza a sorreggere un potere che a sua volta comporta privarsi del potere proprio e di riporlo in un’altra persona; i peones, ad esempio, sono coloro che non hanno un’idea politica ma sono bravi a sorreggere l’idea del capo.

La parola idea rinvia ad un’altra parola ossia ideale che è a fondamento di ciò che si definisce anche con Tradizione, terzo termine chiave dalla lezione. Si è soliti intendere con la parola tradizione una ripetizione nel presente di idee e di gesti del passato, ovvero quello che fa il tradizionalista apponendo soluzioni ed idee create da altri ma che non sempre soddisfano le necessità a cui si trova di fronte. Secondo un’accezione positiva, con tradizione, si può indicare la fedeltà ad un ideale con l’impegno di renderlo attuale. Il presente invita a riflettere e a costruire, ma ciò risulta più facile se si ha un ideale che tenda verso qualcosa mantenendo sempre un atteggiamento di apertura alla dinamicità delle situazioni nuove che la realtà costantemente propone.

Durante la lezione il professore ha sottolineato che è bene non confondere la parola ideale con  ideologia, quest’ultima a differenza della prima, è statica, totalizzante, insomma è un’idea già confezionata. Ma nonostante la sua accezione negativa le ideologie hanno svolto un ruolo importante nel corso della storia che viene ancor più sottolineato dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 che ha segnato la fine di tutte le ideologie in ambito politico. A partire da tale evento storico sono venute meno quelle identità politiche nelle quali ognuno poteva trovare la propria identità. Le ideologie assieme agli ideali hanno generato in Italia ad esempio varie tradizioni politiche come quella cristiana, quella socialista o quella liberale, nate o in conformità a delle ideologie o in risposta ad un’ideologia.

La fine dell’ultimo potere totalitario (il comunismo sovietico) è segnato dal tentativo di Gorbačëv di rendere quello stesso potere trasparente e democratico affinché si fosse potuta dare continuità all’ideologia comunista. Ciò evidenzia come il potere generi un vero e proprio circolo vizioso, cioè per continuare ad esistere ha bisogno di ulteriore potere mentre se lo si rende democratico tende a crollare. Ed è il motivo per cui oggi assistiamo alle scalate in borsa, all’accorpamento delle testate giornalistiche o delle televisioni. La fine delle ideologie totalizzanti non ha lasciato il posto a delle progettualità fondate su ideali, ma ha fatto posto ad una politica che continua a consolidare sempre più il potere politico con quello economico, riprendendo una frase dell’ ‘800: “...prima si diceva: sei potente? Allora sarai ricco; ora si dice sei ricco? Allora sarai potente”.

Attualmente la politica non è più imperium, ossia il comando riposto in un principe o in un capo di Stato, ma è dominium cioè chi ha le risorse economiche ed è a capo di multinazionali è allo stesso tempo colui che detiene il potere. La particolarità è che nel dominium chi detiene il potere è in grado con i prodotti di consumo di entrare nelle case di ognuno per realizzare i programmi politici, trasferendo la discussione politica, la gestione del potere e del bene di tutti dall’agorà (dalla piazza) al mercato.

 

(scheda a cura di Onofrio Devid Marsico)

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 RIASSUMENDO: 1a LEZIONE

“La politica: alla ricerca di un significato”

relatore:  don Rocco D’Ambrosio

 

“Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico” recita Brecht, e guidati dalla sua poesia i 36 allievi affrontano la prima lezione che punta a spiegare il significato della parola “politica”.

Alla radice del termine – spiega don Rocco d’Ambrosio - c’è la pòlis greca, ossia la città, intesa non solo come luogo fisico, ma anche e soprattutto come l’insieme delle relazioni umane che vi si svolgono.

Fu Aristotele (384-322 a.C.) a chiarire per primo che l’uomo è “un essere politico” (politikon zòon), ossia stabilisce contatti con chi, come lui, abita la città, ed è “politico” non per scelta, ma per una insopprimibile spinta naturale, un istinto che non può ignorare. Il termine “politica” dunque, sta ad indicare una disposizione “alta”, e cioè l’attenzione e l’interesse dei cittadini per la città, e non va assolutamente confuso – raccomanda il relatore - con la simpatia attribuita ad uno specifico schieramento partitico.

Nel seguire la sua inclinazione – sosteneva Aristotele – il cittadino realizza il meglio di se stesso: chi invece nega questa naturalità e non presta attenzione e interesse alla politica - come l’analfabeta brechtiano, appunto - non solo diventa responsabile delle ingiustizie praticate da uomini corrotti ormai lasciati liberi di agire, ma amputa una parte di sé.

A fondamento della pòlis  Aristotele individuava l’educazione, la legge e l’amministrazione della comunità, e con questi tre pilastri egli faceva i conti per capire e giudicare le diverse società.

Tale criterio – evidenzia don Rocco - regge al tempo e si rivela valido ancora oggi. Alla luce di questa terna, infatti, bisogna leggere quelle serie e documentate indagini che rivelano la stretta dipendenza tra onestà e trasparenza di uno Stato e formazione e partecipazione dei suoi cittadini. Più diffuse sono educazione, formazione e partecipazione politica,  più basso è l’indice di corruzione di un Paese. E i risultati dell’indagine 2007 di Transparency (www.transparency.org) sono un pugno nello stomaco del nostro bel Paese: in una classifica che ospita 120 Paesi, l’Italia è agli ultimi posti, precedendo di poco la Somalia. Cosa fa la differenza tra la nostra terra e la Danimarca, che invece ha guadagnato il primo posto nella classifica degli onesti? Non gli atteggiamenti umani di fondo, ad esempio l’aggressività o l’avidità, ma la formazione, da cui prendono naturalmente poi le mosse la partecipazione, l’elaborazione delle regole-leggi e l’organizzazione dell’amministrazione.

Il tema centrale diventa a questo punto la formazione. Quali sono le agenzie educative in Italia? Ve ne sono di molteplici: famiglia, scuola, università, gruppi, istituzioni pubbliche e private, mondo del lavoro, comunità religiose, mezzi di comunicazione. Tutti gli ambiti, nessuno escluso, – sostiene il relatore - sono carenti, poiché dappertutto si è ridotta di molto l’abitudine a ragionare in termini di educazione. Si sono insomma, persi di vista gli elementi fondamentali della formazione e cioè i contenuti, la capacità di ricordare ciò che è stato, la partecipazione alla realtà che è sotto i nostri occhi, il senso di responsabilità che consegue al processo di partecipazione.

Un ottimo sistema per perdere di vista tutte queste coordinate è affidarsi alla TV, vera e propria baby sitter capace di ninnare tutte le generazioni con programmi che soltanto con molta generosità possiamo definire di intrattenimento. Le fasce orarie più seguite traboccano per lo più di tremendi cocktail a base di calcio, cronaca nera, cronaca rosa, quiz demenziali, inconcepibili reality, che solo uno spettatore italiano può tracannare con disinvoltura. Ubriacandosi fino a perdere coscienza della vita vera. Anche rispetto ai palinsesti televisivi il confronto con i Paesi stranieri ci vede uscire malconci, sicché alla fine gli Italiani - bloccati come sono nei loro processi di formazione – rispetto alla TV e alla scena politica hanno esattamente quello che si sono saputi meritare.

 

(scheda a cura di Maria Teresa Capozza)

 

L'analfabeta politico di Bertolt Brecht

Il peggior analfabeta

è l'analfabeta politico.

Egli non ascolta, non parla,

ne partecipa

agli avvenimenti politici.

Non sa che il costo della vita,

il prezzo dei fagioli, del pesce,

della farina,

dell'affitto,

delle scarpe e delle medicine

dipendono

dalle decisioni politiche.

 

 

 

Un analfabeta politico

è tanto animale

che si inorgoglisce

e gonfia il petto

nel dire che odia la politica.

Non sa l'imbecille che

dalla sua ignoranza politica

proviene la prostituta,

il minore abbandonato,

il rapinatore,

e il peggiore di tutti i banditi,

che è il politico disonesto,

ingannatore e corrotto,

leccapiedi delle imprese

nazionali e multinazionali.

 

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