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Perché dico no a questa riforma della Costituzione
Giorgio Napolitano, discorso al Senato,
15-11-2005
Lei non si stupirà, signor Presidente, se pur essendo
stato da così breve tempo chiamato a far parte di
quest'Assemblea, prendo oggi
la parola. Ho in effetti ritenuto di
non potermi sottrarre alla responsabilità di un giudizio
motivato su una legge di natura specialissima, qual è
quella ora sottoposta al nostro ultimo esame, di
revisione complessiva e radicale dell'ordinamento della
Repubblica.
Tanto più che, se non sono stato finora partecipe del
contrastato iter di questa legge, ho, in periodi
precedenti, svolto un ruolo attivo nel lungo processo di
elaborazione e discussione di idee e di proposte di
riforma costituzionale che si è svolto nei due rami del
Parlamento almeno a partire dalla fine degli anni
Settanta.
Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto
infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel
passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un
atteggiamento di pura conservazione, di statica e
retorica difesa della Costituzione del 1948.
Ben prima che negli anni 1993-1994 intervenisse una vera
e propria cesura, una rottura di continuità nel nostro
sistema politico, ben prima di allora, tra i partiti
storici della Repubblica nata nel 1946, era venuta
maturando l'esigenza di un ripensamento e di un
adeguamento del quadro istituzionale. Nel 1982, un primo
"inventario" di proposte di riforma venne redatto dalle
Commissioni affari costituzionali della Camera e del
Senato. Nel 1983 fu istituita, come è noto, un'ampia e
rappresentativa Commissione bicamerale di studio sulle
riforme istituzionali, presieduta dall'onorevole Bozzi,
che presentò nel 1985 un quadro assai ricco di
considerazioni e indicazioni concrete, rimaste purtroppo
senza seguito.
Vennero poi anni di stagnazione del confronto e
dell'iniziativa sui temi di una possibile revisione
della Costituzione, anche se non mancarono leggi
ordinarie di notevole significato istituzionale, come,
nel 1988, quella sull'ordinamento della Presidenza del
Consiglio o come, nel 1990, quella sull'ordinamento
delle autonomie locali.
Si giunse così, all'inizio della XI Legislatura, in una
condizione di grave ritardo dinanzi a esigenze oggettive
e a sollecitazioni dell'opinione pubblica ormai non più
dilazionabili e quindi si impose una scelta che per
primo il presidente della Repubblica appena eletto,
Oscar Luigi Scalfaro, invitò "fermamente" il Parlamento
a compiere: la nomina, che col compianto presidente
Spadolini subito promuovemmo, di una Commissione
bicamerale non più solo di studio, ma con poteri di
iniziativa legislativa, con funzioni redigenti e
referenti, che fosse in grado di sottoporre a entrambe
le Assemblee un progetto compiuto di riforma della Parte
II della Costituzione.
La Commissione, presieduta prima da Ciriaco De Mita e
poi da Nilde Iotti, riuscì a presentare un organico, non
esaustivo ma, condiviso progetto, nel gennaio 1994,
(relatore per la forma di Stato Silvano Labriola e per
la forma di governo Franco Bassanini). Il progetto cadde
con lo scioglimento, di lì a poco, di Camera e Senato.
Ricordo tutto ciò anche perché il senatore Francesco
D'Onofrio, nella sua relazione del gennaio 2004, volle
richiamare i lavori sia della Commissione De Mita-Iotti
sia della successiva Commissione D'Alema, sostenendo che
la proposta di riforma presentata dell'attuale Governo
dovesse intendersi semplicemente come conclusione di un
percorso. Tale affermazione sarebbe da apprezzare per la
sua modestia se non contrastasse con la realtà
dell'effettiva ispirazione della proposta, ancora oggi
al nostro esame, ispirazione tutt'affatto diversa da
quelle che sorreggevano i progetti precedenti e
segnatamente quello del gennaio 1994.
Qualche giorno fa ho avuto modo, in occasione della
cerimonia di omaggio dedicata all'onorevole Labriola
appena scomparso, di mettere in evidenza come la sua
relazione di oltre 11 anni fosse audacemente innovativa
e nello stesso tempo ispirata a grande equilibrio e
responsabilità istituzionale.
Ebbene, con quell'impostazione e con le modifiche che
vennero di conseguenza prospettate, risultano coerenti
in realtà le proposte di riforma non della maggioranza,
ma della minoranza, comprese quelle che escludono la
formulazione, nell'articolo 117 della Costituzione, di
un elenco di potestà legislative sia concorrenti sia
esclusive delle Regioni, accanto alla specificazione
delle materie affidate alla competenza dello Stato e
postulano possibilità di iniziativa dello Stato federale
nell'interesse nazionale, anziché un richiamo
sanzionatorio a quell'interesse, ove appaia violato.
Per questo ed altri aspetti - come si sa - l'attuale
schieramento di minoranza ha già proposto, con il
disegno di legge presentato dai senatori Villone e
Bassanini nel settembre 2003, modifiche rilevanti della
stessa riforma del Titolo V che esso aveva, da posizioni
di maggioranza, varato in modo non sufficientemente
meditato.
In effetti, se si legge ancora oggi e si considera
obiettivamente il testo presentato, sempre nel gennaio
2004, dai relatori di minoranza, si può constatare come
ad una critica puntuale e severa del progetto
governativo si accompagnasse un insieme di proposte tale
da configurare un vero e proprio progetto alternativo di
riforma. Il Governo e la maggioranza che lo sorregge - a
mio avviso - avrebbero dovuto apprezzare il fatto che lo
schieramento di centro-sinistra non ha sostenuto che
tutte le esigenze di revisione costituzionale, affiorate
nel lungo processo da me richiamato e culminato nella
Commissione bicamerale D'Alema, fossero da ritenersi
ormai superate.
In particolare, pur essendosi significativamente
consolidate - attraverso il passaggio al sistema
elettorale maggioritario e la prassi di una competizione
politica bipolare - la posizione del Governo in
Parlamento, la governabilità del Paese e la stabilità
dell'azione di Governo, l'attuale opposizione ha
continuato e continua a presentare proposte volte a
sancire in sede costituzionale tale evoluzione e a
rafforzare i poteri del Primo Ministro rispetto alle
formulazioni della Carta del 1948.
E' dunque l'attuale opposizione che si è preoccupata e
si preoccupa di concludere, sulla base di un'ulteriore e
coerente maturazione, il percorso che venne bloccato nel
1998, non occorre qui ricordare come e per
responsabilità di chi. Sono parte della conclusione di
quel percorso le proposte della relazione di minoranza
relative alla composizione e alle attribuzioni del nuovo
Senato della Repubblica, ma anche tutte quelle
riguardanti un sostanziale adeguamento del sistema delle
garanzie e dello statuto dell'opposizione all'avvento e
all'abuso di un meccanismo maggioritario.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il
voler dilatare in modo abnorm i poteri del Primo
Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in
altri modelli costituzionali europei e, più in generale,
lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di
equilibri istituzionali, di limiti e di regole da
condividere.
Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione
priva di ogni razionalità del problema del Senato, con
imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia
del procedimento legislativo; una alterazione della
fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor
più, un indebolimento dell'istituzione suprema di
garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti
avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in
questi anni di più duro scontro politico.
E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il
contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a
questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a
pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo
non è tra passato e futuro, tra conservazione e
innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due
antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento
della Repubblica: la prima, dominata da una logica di
estrema personalizzazione della politica e del potere e
da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a
prezzo di una disarticolazione del tessuto
istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di
coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli
equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali
principi e valori democratici.
La rottura che c'è stata rispetto al metodo della
paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla
forza dei numeri della sola maggioranza per
l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel
2001, ma globale della Parte II della Costituzione,
fanno oggi apparire problematica e ardua, in
prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul
terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur
riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più
efficaci, una volta che si sia con il referendum
sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così
radicale conflitto.
Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo
poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso
fare a meno di esprimere la mia convinzione che la
strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde
all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel
loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza
e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una
moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema
democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione
di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più
misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento:
un clima che è condizione per l'esercizio, con
autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra
istituzione.
(Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-RC, Misto-Com
e Misto-Pop-Udeur. Molte congratulazioni).
Senato della Repubblica, XIV legislatura, 897a seduta
pubblica
Martedì 15 novembre 2005
Discussione del disegno di legge costituzionale:
Modifiche alla Parte II della Costituzione (Approvato in
prima deliberazione dal Senato; modificato in prima
deliberazione dalla Camera dei deputati; nuovamente
approvato, in prima deliberazione, dal Senato e
approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei
deputati)
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