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VALORI
ETICI NELL’ IMPIEGO DELLE RISORSE PUBBLICHE
Intervento del Card. Ennio Antonelli all’incontro del
9 giugno 2005 presso la Corte dei Conti
Autorità, Signore e
Signori,
sono lieto e grato per
l’opportunità che mi é stata offerta di portare la voce
della Chiesa nella sede di questa istituzione tanto
autorevole e importante per il nostro Paese.
1. Il contesto attuale
La nostra economia sta
attraversando un periodo difficile. Per tutti ormai sono
motivo di preoccupazione parole come stagnazione, debito
pubblico, bassa produttività, bassi consumi, perdita di
competitività, calo delle esportazioni. Le imprese con la
loro scarsa propensione al rischio e le famiglie con la
scarsa natalità segnalano una certa stanchezza e mancanza di
fiducia nel futuro da parte della popolazione, incamminata
verso un crescente invecchiamento.
Si levano voci autorevoli
che fanno appello alla responsabilità di tutti per ridare
slancio e dinamismo alla nostra economia. Si avanzano
numerose proposte che stanno diventando familiari
all’opinione pubblica: potenziare le infrastrutture
(specialmente nel Mezzogiorno); semplificare le procedure
burocratiche; rendere più efficiente l’amministrazione
pubblica; alleggerire gli oneri fiscali che gravano sulle
imprese in vista di maggiori investimenti produttivi
(abolire l’IRAP); incentivare l’innovazione tecnologica e
organizzativa; promuovere la formazione; stimolare la
crescita delle imprese e aiutare progetti di riconversione
industriale; contrastare le situazioni di monopolio e
incrementare la concorrenza; sostenere la domanda interna e
far crescere i consumi, incrementando in particolare le
pensioni più basse; vendere le case popolari agli inquilini
mediante mutui a basso interesse.
Sono molteplici anche le
ipotesi e i suggerimenti che si fanno per reperire le
risorse necessarie: contenere la spesa pubblica corrente;
combattere decisamente l’evasione fiscale e il lavoro
sommerso; tassare alcune rendite finanziarie e immobiliari,
magari escludendo i titoli di Stato e la prima casa,
spostare parte del carico fiscale dall’imposizione diretta a
quella indiretta, per gravare anche sui prodotti importati.
Non spetta a me entrare
nella valutazione delle analisi e delle proposte concrete.
Del resto non ho alcuna competenza a riguardo. Il mio
compito è solo quello di offrire alcuni criteri di
discernimento e di orientamento, in base alla dottrina
sociale della Chiesa.
2. Persona e società
«L’uomo non è un essere
solitario, bensì “per sua intima natura è un essere sociale
e non può vivere né esplicare le sue doti senza relazioni
con gli altri”» (Compendio della Dottrina Sociale della
Chiesa, 110; GS 12).
La società non è dunque
un’aggiunta esteriore, ma è costitutiva della persona umana
e la persona ne ha la necessità per esistere e svilupparsi.
«La persona non può mai
essere pensata unicamente come assoluta individualità,
edificata da se stessa e su se stessa, quasi che le sue
caratteristiche proprie non dipendessero altro che da sè.
Non può neppure essere pensata come pura cellula di un
organismo disposto a riconoscerle tutt’al più un ruolo
funzionale all’interno di un sistema» (Comp. 125).
Né individuo
autosufficiente; né elemento parziale e funzionale. Sono
escuse sia la visione “individualista” sia la visione
“massificata”.
La persona umana è un
soggetto individuale in relazione vitale con altri soggetti:
relazione reciproca, che alla luce della fede cristiana
appare essere a immagine delle persone divine e da attuare
secondo il comandamento dell’amore.
Da questa concezione
derivano i grandi principi ordinatori della società.
Il primo è il principio
personalista, secondo cui la persona è «principio, soggetto
e fine di tutte le istituzioni sociali» (GS 25). La persona
è il centro intorno al quale si edificano la famiglia, i
corpi sociali intermedi, lo Stato, la società
internazionale.
Il secondo principio è
quello del bene comune. La società a tutti i livelli e tutti
i membri di essa devono porsi come meta prioritaria il bene
che riguarda tutti e ciascuno nello stesso tempo, cioè
l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che
consentono a ogni persona di svilupparsi insieme con gli
altri (cf. Comp. 164, 165, 167).
Il terzo principio,
intimamente legato al precedente come un’esplicitazione
particolare di esso, è quello della destinazione universale
dei beni. I beni del creato sono finalizzati allo sviluppo
di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Ciò significa che la
proprietà privata, legittima e necessaria espressione di
libertà e di autonomia personale e familiare, comporta
sempre anche una funzione sociale. Le risorse proprie
devono essere impiegate in modo da perseguire non solo il
vantaggio personale e familiare, ma anche il bene comune.
Inoltre non è lecito tenere inoperosi i beni posseduti che
vanno destinati all’attività produttiva (cf. Comp.
171, 172, 176, 177, 178): i mezzi di produzione «non
possono essere posseduti per possedere» (LE 14).
Il principio della
destinazione universale dei beni comporta anche l’opzione
preferenziale per i poveri, che può essere così formulata:
tra due interventi preferisci quello che, a parità di altre
variabili, favorisce i più deboli. Si tratta di operare a
favore degli svantaggiati, carenti di risorse, di
conoscenze, di abilità tecnologiche e organizzative, di
capacità relazionali, per reinserirli nella dinamica
economica e civile e assicurare loro i beni fondamentali:
vitto,vestito, salute, casa, lavoro, istruzione, previdenza
(cf. Comp. 182-184).
Il quarto principio è
quello di sussidiarietà, in base al quale «tutte le società
di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto
(subsidium), quindi di sostegno, promozione, sviluppo
rispetto alle minori» (Comp. 186). Le persone e le
cellule minori della società esigono non solo di essere
rispettate nella loro libertà, iniziativa, responsabilità,
ma anche di essere valorizzate e favorite con l’aiuto
economico, istituzionale, legislativo. Il motivo è duplice.
Da una parte «è impossibile promuovere la dignità della
persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi,
delle associazioni, della realtà territoriali locali, in
breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico,
sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale,
politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e
che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale»
(Comp. 185). D’altra parte «ogni persona, famiglia e
corpo intermedio ha qualcosa di originale da offrire alla
comunità. L’esperienza attesta che la negazione della
sussidiarietà, o la sua limitazione in nome di una pretesa
democratizzazione o uguaglianza di tutti nella società,
limita e talvolta anche annulla lo spirito di libertà e di
iniziativa» (Comp. 187). Va dunque riconosciuta la
funzione sociale del privato; vanno stimolate le forze
vitali della società e va sostenuta l’iniziativa privata che
abbia un’utilità sia per l’individuo e la sua famiglia sia
per il bene comune.
Il quinto principio è
quello di solidarietà, secondo cui tutti gli uomini hanno
pari dignità e diritti e devono trasformare
l’interdipendenza reciproca in una crescente unità e armonia
nel rispetto delle giuste diversità. Vanno costruite
strutture sociali di solidarietà a tutti i livelli e prima
ancora va praticata la virtù della solidarietà, non come
vaga compassione per i mali degli altri, ma come volontà
decisa e perseverante di impegnarsi per il bene comune (cf.
Comp. 192, 193).
Questi principi della
dottrina sociale della Chiesa non devono essere isolati uno
dall’altro, ma tenuti costantemente insieme per evitare
interpretazioni distorte e applicazioni unilaterali.
3. Etica ed economia
L’economia, che riguarda la
produzione, la distribuzione e il consumo di beni materiali
e di servizi, non è estranea all’ordine morale, perché
«anche nella vita economico-sociale occorre onorare e
promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione
integrale e il bene di tutta la società. L’uomo infatti è
l’autore, il centro e il fine di tutta la vita
economico-sociale» (GS 63). Ogni relazione tra gli uomini,
ogni scelta libera, ogni attività umana incorpora una
valenza etica positiva o negativa.
«Il rapporto tra morale ed
economia è necessario e intrinseco: attività economica e
comportamento morale si compenetrano intimamente» (Comp.
331). «La dimensione morale dell’economia fa cogliere
come finalità inscindibili, anziché separate e alternative,
l’efficienza economica e la promozione di uno sviluppo
solidale dell’umanità» (Comp. 332). E’ un dovere sia
svolgere in maniera efficiente l’attività economica, per
non sprecare risorse, sia far sì che la crescita economica
non avvenga a discapito di altri esseri umani.
L’attività economica non è
mai neutra; o è eticamente responsabile o è eticamente
irresponsabile. Il mercato deve armonizzare le leggi
dell’efficienza economica con quelle dell’etica. Le
attività economiche, lavorare, produrre, commerciare,
consumare, se compiute nel rispetto dei valori etici sono
degne, nobili e umane non meno delle attività di beneficenza
e di volontariato. L’impresa che opera in modo responsabile
è doppiamente meritevole: in quanto produce beni e servizi a
vantaggio della società e in quanto, coinvolgendo delle
persone, crea per esse opportunità di incontro, di
collaborazione, di valorizzazione delle proprie capacità (cf.
Comp. 338). Giustamente oggi si prende coscienza
sempre di più della responsabilità sociale dell’impresa.
4. Ruolo positivo del
libero mercato
«Il libero mercato è
un’istituzione socialmente importante per la sua capacità di
garantire risultati efficienti nella produzione di beni e
servizi» (Comp.
347),
con una migliore utilizzazione
delle risorse e una maggiore rispondenza ai bisogni delle
persone e della società. I bisogni superano sempre le
risorse disponibili, cioè «tutti quei beni e servizi a cui i
soggetti economici, produttori e consumatori privati e
pubblici, attribuiscono un valore per l’utilità ad essi
inerente nel campo della produzione e del consumo» (Comp.
346); perciò l’impiego delle risorse deve essere il più
razionale possibile, secondo efficienza e giustizia. E a
riguardo un vero mercato concorrenziale consente di
conseguire importanti obiettivi: «moderare gli eccessi di
profitto delle singole imprese; rispondere alle esigenze dei
consumatori; realizzare un migliore utilizzo e risparmio
delle risorse; premiare gli sforzi imprenditoriali e
l’abilità di innovazione; far circolare l’informazione, in
modo che sia davvero possibile confrontare e acquistare
prodotti in un contesto di sana concorrenza»
(Comp.
347).
Perché il mercato risponda
alle esigenze del bene comune, occorre che l’operatore
economico sappia mettere insieme e perseguire
contemporaneamente sia l’utile individuale sia l’utilità
sociale. La finalità etica esige che lo spazio di autonomia
del mercato sia assicurato e nello stesso tempo circoscritto
(cf. Comp. 348, 349).
Ad esempio, la finanza deve
essere realmente posta a servizio delle imprese e del
lavoro. Il possesso dei mezzi di produzione «diventa
illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o
serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere un
guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e
della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro
compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione
e dalla rottura della solidarietà» (CA 43). In questa
prospettiva appare ragionevole tassare le attività
finanziarie eccessivamente remunerative e cercar di evitare
i condoni fiscali che possono diventare un incentivo a non
pagare le tasse e un incoraggiamento al vizio.
5. Il
compito dello Stato
Mercato e Stato sono
complementari. «L’azione dello Stato e degli altri poteri
pubblici deve conformarsi al principio di sussidiarietà e
creare situazioni favorevoli al libero esercizio
dell’attività economica; essa deve anche ispirarsi al
principio di solidarietà e stabilire dei limiti
all’autonomia delle parti per difendere la più debole» (Comp.
351). I principi di sussidiarietà e solidarietà devono
essere presi insieme, in tensione tra loro. Senza la
sussidiarietà, la solidarietà degenera in assistenzialismo.
A sua volta, senza la solidarietà, la sussidiarietà rischia
di alimentare il particolarismo egoistico. L’intervento
dello Stato non deve essere né invadente né carente, ma
commisurato alle reali esigenze della società. «Deve
sollecitare i cittadini e le imprese alla promozione del
bene comune» (Comp. 354), creando condizioni
favorevoli allo sviluppo della loro iniziativa, offrendo gli
strumenti e le risorse necessarie per metterli in grado di
stare sul mercato.
Il primo compito dello
Stato in ambito economico «è quello di definire un quadro
giuridico atto a regolare i rapporti economici». Il mercato
per essere davvero libero ha bisogno di regole. Esso non
può operare in modo virtuoso senza leggi efficaci, diritti
ben definiti, istituzioni e servizi pubblici efficienti.
Inoltre lo Stato deve
«indirizzare in modo oculato le politiche economiche e
sociali» (Comp. 352), individuare i bisogni, censire
le risorse, stabilire le priorità, allo scopo di orientare
l’attività economica verso una crescita equilibrata,
vantaggiosa anche per i soggetti più deboli e rispettosa
dell’ambiente.
Lo Stato non solo deve
indicare la direzione dello sviluppo economico, ma deve
anche sostenerlo. «Ha il dovere di assecondare l’attività
delle imprese creando condizioni che assicurino occasioni
di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o
sostenendola nei momenti di crisi» (CA, 48). Si tratta
peraltro di sostenere solo quelle imprese che possono
rientrare sul mercato in tempi ragionevoli e non quelle
fallimentari e parassitarie.
Infine lo Stato deve
intervenire direttamente in economia sia con funzioni di
supplenza in situazioni eccezionali (cf. CA 48) sia
soprattutto per attuare la ridistribuzione equa della
ricchezza, in modo che tutti i cittadini possano fruire dei
beni e servizi essenziali, come l’istruzione, la tutela
della salute, la sicurezza sociale.
Per alcune categorie di
beni lo Stato dovrebbe valorizzare «le iniziative sociali ed
economiche che hanno effetti pubblici, promosse dalle
formazioni intermedie. La società civile, organizzata nei
suoi corpi intermedi, è capace di contribuire al
conseguimento del bene comune ponendosi in un rapporto di
collaborazione e di efficace complementarità rispetto allo
Stato e al mercato, favorendo così lo sviluppo di
un’opportuna democrazia economica» (Comp. 356).
L’applicazione congiunta dei principi di solidarietà e
sussidiarietà porta a costruire un sistema integrato di
protezione sociale che serve meglio le persone e fa
risparmiare costi economici allo Stato. Viceversa un
esagerato intervento diretto dello Stato in campo economico
è dannoso per la società, in quanto « finisce per
deresponsabilizzare i cittadini e produce una crescita
eccessiva di apparati pubblici guidati più da logiche
burocratiche che dall’obiettivo di soddisfare i bisogni
delle persone» (Comp. 354).
6. La finanza pubblica
«La raccolta fiscale e la
spesa pubblica assumono un’importanza economica cruciale per
ogni comunità civile e politica: l’obiettivo verso cui
tendere è una finanza pubblica capace di proporsi come
strumento di sviluppo e di solidarietà. Una finanza pubblica
equa, efficiente, efficace produce effetti virtuosi
sull’economia, perché riesce a favorire la crescita
dell’occupazione, a soste nere le attività imprenditoriali e
le iniziative senza scopo di lucro, e contribuisce ad
accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei
sistemi di previdenza e di protezione sociale, destinati in
particolare a proteggere i più deboli.
La finanza pubblica si
orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni
fondamentali principi: il pagamento delle imposte come
specificazione del dovere di solidarietà; razionalità ed
equità nell’imposizione dei tributi; rigore e integrità
nell’amministrazione e nella destinazione delle risorse
pubbliche. Nel ridistribuire le risorse, la finanza pubblica
deve seguire i principi della solidarietà, dell’uguaglianza,
della valorizzazione dei talenti, e prestare grande
attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine
un’adeguata quantità di risorse» (Comp. 355).
A proposito di famiglia la
dottrina sociale della Chiesa richiede che si mettano in
atto «autentiche ed efficaci politiche familiari» (Comp.
253).
«Una società a misura di
famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo
individualista o collettivista, perché in essa la persona è
sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come
mezzo» (Comp.
213).
«Le autorità hanno il
dovere di sostenere la famiglia assicurandole tutti gli
aiuti di cui essa ha bisogno per assumere in modo adeguato
tutte le sue responsabilità» (Comp. 214).
Il preoccupante calo
demografico oggi in Italia rende particolarmente urgente il
sostegno economico in ordine alla procreazione ed educazione
dei figli. Si auspicano provvedimenti come introduzione del
quoziente familiare in materia fiscale, possibilità di
scegliere la scuola paritaria senza oneri economici
aggiuntivi, mutui a lungo termine finalizzati all’acquisto
di alloggi, ammortizzatori sociali in presenza della
mobilità del lavoro.
7. Necessità di un
rinnovamento culturale
«[Per la dottrina sociale
della Chiesa, l’economia] è solo un aspetto e una dimensione
della complessa attività umana. Se essa è assolutizzata, se
la produzione ed il consumo delle merci finiscono per
occupare il centro della vita sociale e diventano l’unico
valore della società, non subordinato ad alcun altro, la
causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema
economico stesso, quanto nel fatto che l’intero sistema
socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa,
si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei
beni e dei servizi» (CA 39).
«E’
necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale
dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere
e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori
e spirituali. […] E’,
perciò, necessaria e urgente una grande opera educativa e
culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori
ad un uso responsabile del loro potere di scelta, la
formazione di un alto senso di responsabilità nei produttori
e, soprattutto, nei professionisti delle comunicazioni di
massa, oltre che il necessario intervento delle pubbliche
Autorità» (CA 36).
Ennio Card. Antonelli
Arcivescovo di Firenze
Roma, Corte dei Conti -
giovedì
9 giugno 2005 |