Sulla speranza: riflessione sul “sogno dell’Europa”.

di Marco Lavopa

 

Il Concilio Vaticano II costituisce l’evento centrale della storia della Chiesa cattolica del XX secolo: la celebrazione del Concilio ha, infatti, segnato un momento di forte partecipazione nella Chiesa con un forte ripensamento dei contenuti e delle forme della dottrina, secondo un processo di «aggiornamento» invocato da Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura, l’11 ottobre 1962, e portato avanti dall’assemblea conciliare anche sotto Paolo VI, pur tra preoccupazioni e ideali.

Uscita da quella lunga stagione di condanne, la Chiesa di Roma con il Vaticano II ha saputo risvegliare, in chi era lontano da una riflessione teologica e da una pratica religiosa, interesse e curiosità, indicando altresì un metodo di dialogo e di ascolto in termini positivi e propositivi in grado di cogliere «i segni dei tempi».

Da questo punto di vista il pontificato di Wojtyla ha mostrato abbastanza nitidamente come era necessario fare appello al corpus dei documenti emanati dai padri conciliari, e come con indicazioni precise debba essere coniugato, alla memoria del Concilio, lo spirito di «aggiornamento» roncaliano e di «innovazione» montiniana.

La Chiesa ha vissuto nel passato secolo e mezzo, massicci movimenti tellurici: le lotte tra Stato e Chiesa e il conflitto modernista; il confronto con il totalitarismo e il capitalismo crescente; le separazioni interne a se stessa.

Come all’indomani del Concilio Vaticano II, anche oggi la società è in fase di mutamento, tutto rimanda ad una imminente trasformazione radicale, la figura sociale della Chiesa necessita, per questo, di rivisitazioni.

«I segni dei tempi» devono essere percepiti, non può la Chiesa d’oggi ignorare quello che accade intorno a lei, fingendo di non percepire i fermenti di una società che si mostra in continuo movimento.

Le metamorfosi della convivenza sociale hanno creato un nuovo punto di partenza sia per la questione religiosa sia per la Chiesa.

Questo nuovo allontanamento della Chiesa dalla società contemporanea porta con se la triplice denominazione di: tecnocrazia, laicismo, e individualizzazione.

La Chiesa può essere presente in questa società profana? Può accogliere questa società senza pretendere di dominarla? Può divenire istituzione degna di fiducia agli occhi di tutti, ed entrare in dialogo confidenziale con un Cittadino avveduto della propria autonomia?

Se la Chiesa di Roma vuole preservare la propria presenza all’interno di una società multiculturale come quella contemporanea, allora la sua organizzazione e struttura ufficiale dovranno sviluppare una articolazione capace di stare in relazione speculare verso questa.

I due problemi maggiori nei confronti dei quali la Chiesa deve mostrarsi pronta e capace di risposta sono la riforma delle strutture e la salvaguardia della unità nella molteplicità.

Con la globalizzazione, le tensioni causate dalla moltitudine e dal pluralismo sono divenute anche nella Chiesa esperienza quotidiana.

Esse sfidano l’unità, invocano nuovi meccanismi di integrazione che non riducano a un unico livello la molteplicità delle comprensioni e delle forme d’impiego, quanto piuttosto le accettino quali alternative temporalmente condizionate.

Il passaggio dai Concili di carattere dogmatico al Concilio pastorale – quale fu il Vaticano II – è stato un mutamento fondamentale, di esempio dimostrativo.

La Chiesa del nostro tempo, piuttosto di nuove fissazioni, ha necessità di un metodo di unione delle differenze, di una cultura del dialogo nell’amore, quest’ultimo riverso non solo a Dio ma anche – principalmente – agli uomini.

«L’uomo non può vivere senza amore, non può vivere senza speranza: la sua vita sarebbe votata all’insignificanza e diverrebbe insopportabile. Ma questa speranza ogni giorno è indebolita, attaccata e distrutta da tante forme di sofferenza, di angoscia e di morte che attraversano il cuore di molti europei e l’intero nostro continente. Di questa sfida non possiamo non farci carico».

Con queste parole i padri sinodali, riunitisi il 22 ottobre 1999 per la II assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi, vollero ribadire il comune intento di tutta la Chiesa a lavorare affinché i segni di speranza presenti in essa siano colti in tutto il continente europeo1.

La conclusione della I assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi (28 novembre -14 dicembre 1991) aveva lasciato il meglio di sé nei termini della liberazione, dello scambio dei doni tra le Chiese dell’Est e dell’Ovest, della memoria del martirio.

Meno convincente fu sulle questioni direttamente pastorali, nel giudizio sul processo di unificazione politica del continente e sulla dimensione ecumenica sollecitata dai malumori antiproselitistici dell’Ortodossia e anticentralistici delle Chiese riformate e anglicane.

L’invenzione di papa Wojtyla di proclamare nell’imminenza dell’apertura della II assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi (1.10.1999) tre nuove compatrone d’Europa (Edith Stein, Brigida di Svezia, Caterina da Siena), che rispecchiavano i tre compatroni (Benedetto, Cirillo e Metodio), poteva rivelarsi promettente.

Le tre figure incrociano, infatti, la storia e il territorio europeo, le diverse confessioni e religioni, e gli stati di vita.

Tuttavia il tema femminile non ha raccolto particolare attenzione e la propositio n.30 si limitava ad affermare: « È auspicabile e da favorire la piena partecipazione delle donne nella vita e nella missione della chiesa, anche nei servizi comunitari, secondo quanto prevede il diritto per i fedeli laici».

La celebrazione sinoidale ha avuto bisogno di lunghi tempi per favorire la propria recezione, a tal proposito si è demandata all’esortazione apostolica postsinodale «Ecclesia in Europa» 2 il compito di un discernimento all’altezza dei tempi.

Guardando al testo con l’occhio della politica se ne apprezza non solo la continuità di interesse per l’insieme del continente e per l’Unione in specie, ma sopratutto la convinzione della qualità storica e civile dell’unificazione allora in atto, ed ancora di più, la forza con cui veniva posta la questione dell’identità europea.

«Nessuna compiacenza per una Europa ridotta a solo puro mercato o a sola forma condivisa di sole procedure democratiche...». La richiesta era esplicitamente descritta: «l’Europa per essere tale deve perseguire una propria identità culturale, senza per questo richiedere un ritorno allo Stato confessionale...».

Sono vistosi nel testo gli aggiornamenti dettati dalla mutata situazione storica e politica, come anche sono riconoscibili alcuni aggiustamenti rispetto ai materiali sinodali.

Un primo elemento è la centralità acquisita dal tema della speranza. Esso era contenuto nel titolo della II assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi (Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa sorgente di speranza per l’Europa), ma si era disperso in molte e divaricanti sollecitazioni.

L’esortazione apostolica postsinodale lo pone di nuovo al centro ricordando il suo statuto biblico e la sua urgenza storica.

«I segni della disperazione e della speranza sono vistosi: dallo smarrimento della memoria alla paura del futuro, dalla frammentazione dell’esistenza all’affievolirsi della solidarietà; dalla libertà alla riconciliazione fra le nazioni, dalla collaborazione al processo di unificazione continentale…» (nn.13-17).

«La speranza cristiana si alimenta della nuova libertà di annuncio per la Chiesa, del martirio subito, della santità di molti, del cammino ecumenico…» (nn.13-17).

La centralità – il monopolio – della memoria cristiana torna come insistita richiesta per la citazione del cristianesimo nel preambolo del Trattato che adotta una costituzione per l’Europa (Roma, 29.10.2004), anche per la convinzione che l’Europa più che dai suoi confini e determinata dalla sua cultura3

In occasione dell’assegnazione straordinaria del Premio Carlo Magno, conferitogli in Vaticano il 24 marzo 2005, Wojtyla ha espressamente parlato del suo “sogno dell’Europa”.

Dopo aver parlato dell’Europa delle Nazioni, della cultura e della pace, della libertà e della responsabilità, e dell’Europa dei giovani, egli disse:

«L’Europa che ho in mente è un’unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé; uomini e donne impegnati a far diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio…Questo è il sogno che porto nel cuore e che vorrei affidare alle generazioni future»4.

In continuità con il suo predecessore, papa Ratzinger (Benedetto XVI) durante l’Angelus di domenica 22 gennaio (giorno che si colloca a metà della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che ogni anno si celebra dal 18 al 25 gennaio) ha affermato:

«Non sappiamo come, né quando, perché non spetta a noi conoscerlo, ma non dobbiamo dubitare che un giorno saremo “una cosa sola”, come Gesù e il Padre sono uniti nello Spirito Santo…»5.
Ciò che sollecita la nostra preoccupazione e quel “come” può essere perseguito questo “sogno ” cristiano!

È da tener ben presente che quest’obiettivo può essere perseguito con modalità dissimili: operando a livello culturale, perché simili convinzioni siano condivise da un numero crescente di cittadini europei o pretendendo che la tradizione cristiana sia il fondamento costituzionale dell’Unione europea, così che la violazione di essa diventi un atto di dubbia costituzionalità.

La differenza tra queste due strategie è semplicemente abissale, perché la prima rispetta la libertà di scelta di ciascuno, mentre la seconda ricorre alla forza del diritto per imporre soluzioni, si pensi per esempio al divorzio o all’eutanasia o ai diritti degli omosessuali, coerenti con la tradizione cristiana, oggi sempre meno condivise.

La nuova realtà europea in cui viviamo – non solo europea ma mondiale – non dovrebbe rappresentare per la Chiesa solo un pericolo, ma anzi una sfida è una nuova opportunità.

Essa da alla Chiesa di Roma l’occasione di realizzare la sua natura in modo più autentico e fedele alle origini.

La Chiesa se vuole sopravvivere al processo di scristianizzazione in atto nel continente europeo deve abbandonare «l’ortoprassi Ratzingeriano», e recuperare l’insegnamento e lo spirito del Concilio Vaticano II.

In questo, nello specifico della costituzione Gaudium et spes (gioia e speranza), si riconosceva, e si riconosce, il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro specifico rapporto. Bisogna, infatti, conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche…(§ 4) »6.

La Chiesa deve infondere e diffondere speranza!

Non a caso il tema della II assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi, tenutasi nel 1999, era «Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa sorgente di speranza per l’Europa»; e non è sicuramente un semplice puro caso che il IV convegno ecclesiale nazionale, che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006, abbia come traccia di riflessione «Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo».

L’annuncio della speranza che può scaturire anche dalla fede è il contributo più importante che la Chiesa possa offrire a questa società ed al futuro dell’Europa. Senza speranza nessuno può vivere: nessun individuo, nessun Popolo e neppure l’Europa.

Ecco la sfida e la missione della Chiesa e dei cristiani, oggi.      

 


 

1 II assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi (Roma, 1-23.10.1999), dal titolo «Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa sorgente di speranza per l’Europa»

2 Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Europa (28.06.2003).

3 «Non si può dubitare che la fede cristiana appartenga, in modo radicale e determinante, ai fondamenti della cultura europea. Il cristianesimo, infatti, ha dato forma all’Europa, imprimendovi alcuni valori fondamentali. La modernità europea stesa che ha dato al mondo l’ideale democratico e i diritti umani attinge i propri valori dalla sua eredità cristiana. Più che come luogo geografico, essa è qualificabile come un concetto prevalentemente culturale e storico…» (cit., ivi, n.108).

4 Cfr., Giovanni Lajolo, Il ruolo della Chiesa e dei cristiani nel futuro dell’Europa. Discorso di apertura della Conferenza internazionale “The role of the Catholic Church in the process of European Integration”, Cracovia, 9 settembre 2005. L’autore è, in Vaticano, arcivescovo segretario per i rapporti con gli Stati.
5 Cit., in “L’Osservatore Romano”, 22-23 gennaio 2006, p.4.

6 Cit., in G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, Bologna 2005, p.155.

 

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