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Il telecomando, i
duelli e l’altoparlante del capitano della Nave.
di
Liborio Di Battista
Stando alle rilevazioni sull’audience, sedici
milioni di italiani hanno seguito il primo duello
televisivo tra Prodi e Berlusconi. E come non avrebbero
potuto? La grancassa menata dai mezzi di comunicazione
aveva vantato questo scontro come l’evento televisivo
dell’anno, era parso che tutto il futuro di ogni
cittadino d’Italia fosse legato al vincitore di questa
sfida. Tuttavia, a conti fatti, è stata la delusione e
la noia ad entrare nelle case degli italiani. Ed è
giusto che sia stato così.
Solo
una civiltà in regressione può pensare di risolvere i
gravi problemi che la attanagliano rivolgendosi ad
un’ordalia medievale. Nei secoli passati, infatti,
quando due parti, o fazioni, o nazioni, non riuscivano a
mettersi d’accordo su qualcosa, quando c’era de decidere
– con poco spargimento di sangue – una battaglia, quando
un duello giudiziario non si risolveva con la ragione ed
il diritto, allora si ricorreva alla sfida tra campioni,
e ci si rimetteva al responso delle armi.
Roba
da Iliade, appunto, ma qui si offenderebbero Ettore ed
Achille.
Sta
scappando e continua a scappare
e simili piacevolezze da sfide nel cortile della scuola
elementare.
Mentre gli italiani devono affrontare quotidianamente
stipendi in lire e acquisti in euro, la difficoltà di
tenere unite le famiglie, il disagio dei giovani che non
vedono un futuro chiaro offerto dalla scuola e dal
lavoro e potrei continuare con un elenco lunghissimo e
scontato. Ma questa volta senza noia, perché su queste
cose, e non sulla par condicio, scotta la pelle
nostra.
Ma,
naturalmente, noi abbiamo i politici e le televisioni
che ci meritiamo: non possiamo infatti pretendere di
disinteressarci della politica tutto l’anno,
appassionati dai fatui della Fattoria o dalle caviglie
delle diecimila partite di calcio che si giocano ogni
settimana, e poi lamentarci della pochezza dei nostri
governanti o del fatto di aver ridotto tutto ad un
balletto di pippibaudi.
La
serietà della politica partecipata pretende uno sforzo
di presenza, bisogna lasciare qualcosa, un’ora di
straordinario, una chiacchierata in piazza, una partita
di Champions, un film in tv, anche un incontro in
parrocchia per fare spazio al contatto ed al dialogo con
gli altri sulle questioni che ci riguardano. Il problema
della disoccupazione o dell’immigrazione non si risolve
col telecomando.
Infine, non è nemmeno giusto dare tutta la colpa alla
nostra pigrizia: chi ci rappresenta o è cieco o fa finta
di non vedere. Quando si sono tenute le primarie
dell’Ulivo, abbiamo visto tutti quello che è successo:
non se lo aspettavano nemmeno loro, sono corsi a fare le
fotocopie delle schede, tutta quella gente che voleva
dire la sua, voleva esserCi.
Forse, hanno avuto paura. Ma questo è il vero problema
della politica in Italia: si vola basso, radente il
suolo.
Coraggio, grandi ideali, tensione morale, visioni
utopistiche e capacità di rischiare sono merce
scomparsa. Persino il capo della Chiesa italiana il
massimo che riesce a dire sono le solite cose sulla
Vita, la Famiglia, etc.
Perché, il Lavoro, la Giustizia, la Pace, l’Ambiente,
non sono cose che riguardano i cattolici?
Il
fatto è, come dice Kierkegaard, che su questa Nave alla
deriva che è l’Italia, l’altoparlante del capitano non
annuncia più la rotta, ma solo il menù del pranzo.
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