QUALE COSTITUZIONE
di
Giancarla Codrignani, parlamentare
La
televisione ha mostrato come nasce un governo. Lasciamo
da parte le difficoltà politiche dell’operazione,
limitiamoci all’aspetto formale: le elezioni hanno
espresso la vittoria di una coalizione, che al suo
interno aveva indicato il proprio rappresentante, in
questo caso Prodi. E’toccato al Presidente della
Repubblica convocarlo per dargli l’incarico;
l’incaricato ha accettato, ha presentato la sua
compagine che ha giurato fedeltà alla Repubblica ed è
andato alle Camere ad illustrare il programma di governo
per chiederne la fiducia. Il voto del Parlamento gli ha
dato la facoltà di governare.
Aspetti rituali e simbolici che dicono come si procede
per dare senso alla sovranità popolare: il Presidente
della Repubblica, al di sopra delle parti, rappresenta
il paese nella sua interezza e autentica il governo
uscito vincitore dal voto popolare; il Parlamento
ascolta il nuovo Presidente del Consiglio e gli dà la
fiducia, restando il luogo della sovranità popolare a
cui è affidato il compito di fare le leggi; il
Presidente del Consiglio esercita le sue funzioni nel
rispetto delle garanzie democratiche.
Se
il referendum del 25/26 giugno dovesse confermare la
Costituzione “riformata”, niente di tutto questo. Il
Presidente del Consiglio – ormai chiamato “Primo
ministro”- viene ritenuto eletto dal popolo perché capo
della parte che ha vinto le elezioni e assume, senza
chiedere la fiducia del Parlamento, il governo. Il
Presidente della Repubblica riceve connotati notarili e
ha poteri meno che simbolici. Il Primo Ministro governa
autocraticamente – secondo i modi del populismo che fa
vincere la propria squadra ed “elimina” gli altri,
tenendo sotto controllo la sua coalizione che, se in
disaccordo, può indicare un sostituto (cosa difficile
senza ipotizzare una frattura radicale di presunti
“traditori”), mentre, se si ravvisassero difficoltà non
mediabili, lui stesso scioglie le Camere e porta tutti a
elezioni anticipate.
Il
potere di sciogliere il Parlamento non si trova in
nessuna Costituzione democratica e anche il Presidente
degli Usa - che ha il potere più grande di tutti,
proprio perché un paese vastissimo, composto di stati
con governi e legislazione propri, deve avere un
riferimento centrale forte – non potrebbe mai mandare a
casa Camera e Senato.
L’ordinamento della Costituzione ancora vigente prevede
quei bilanciamenti che gli anglosassoni chiamano
checks and balances e che rappresentano i
bilanciamenti interni e i controlli reciproci che sono
garanzie democratiche per i cittadini: le funzioni
diverse della Presidenza della Repubblica, del
Parlamento, del Governo, della Corte costituzionale
rappresentano proprio quell’armonizzazione delle
funzioni dello stato che garantisce i cittadini. Nella
versione berlusconiana tutto questo va perduto, perché
anche la composizione della Corte costituzionale, a cui
spetta dirimere le questioni di legittimità delle leggi
e dei rapporti tra gli organi dello stato, viene
alterata e si può prevederne la dipendenza dal governo.
Allo stesso modo è stata esplicita in questi anni la
richiesta di trascinare la magistratura al guinzaglio
governativo.
Aggiungiamo che il Senato diventa “federale”, nel senso
che l’elezione riguarda candidati regionali (ma basta
che siano residenti alla data di indizione delle
elezioni), ma in realtà rappresenta gli interessi
politici di governo più che le Regioni; tanto è vero che
“partecipano all’attività del Senato federale senza
diritto di voto rappresentanti delle Regioni e delle
autonomie locali”. Allora bene se il Senato diventa
rappresentativo degli interessi locali, male, malissimo
se comporta l’adeguamento alle politiche governative e
toglie la possibilità di contare ai veri rappresentanti
locali.
Naturalmente alla diversa funzione del Senato si collega
la cosiddetta devolution, che è bene chiamare
così, perché non si tratta di federalismo. Federare
significa collegare con un patto, unire delle differenze
e non dividere. Per quello che riguarda educazione,
sanità, polizia locale, le regioni avranno potestà
legislativa “esclusiva”(il che significa che il diritto
allo studio o l’assistenza sanitaria saranno diverse e
le regioni ricche avranno scuole e ospedali più
avanzati, la povere dovranno misurarsi con i propri
bilanci per giunta decurtati dallo stato) e nelle altre
materie “concorrente”. Contro il diritto di uguaglianza
previsto dai “principi”della prima parte della
Costituzione, ovviamente ignorato perché quelle che
contano sono le ragioni dei ricchi e Berlusconi insegna
in Tv che “non è pensabile che i figli degli operai
ricevano la stessa istruzione dei figli dei
professionisti”.
Fare
le leggi, poi, diventerebbe semplice e difficile
insieme: semplice per il governo che propone, seleziona
(ed esclude) l’opposizione, le cui proposte e i cui
emendamenti vengono accolti e calendarizzati dal governo
stesso; difficile anche per gli stessi legislatori che
potranno trovarsi davanti leggi di competenza della sola
Camera, del solo Senato, di entrambi, del Governo
insieme con la Camera ecc.: tutto lavoro per i ricorsi
alla Corte costituzionale che si troverà davanti anche
il contenzioso delle Regioni e resterà intasata fino a
produrre la paralisi istituzionale. Il che significa
che il nuovo testo è anche malfatto.
Infatti lo ha costruito il quartetto di Lorenzago con
redattore Calderoli, ex-ministro (non ridiamo troppo)
per le Riforme istituzionali e non i 75 che rispondevano
ai nomi di Terracini, Calamandrei, Dossetti, De Gasperi,
Mortati, Togliatti, Moro, Einaudi…
Che
dire ancora? Che siamo in emergenza e che bisogna andare
assolutamente a votare NO a questo referendum, diverso
dagli altri (è senza quorum e “confermativo”: se dovesse
ricevere il consenso del popolo oltre a quello del
Parlamento nella sua maggioranza governativa – come del
resto aveva fatto sbagliando il centro-sinistra per
votare il titolo V- ci dovremmo tenere il nuovo testo
per decenni), ma vitale per la democrazia in Italia. |