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NON LEGGE ELETTORALE MA
LEGGE EVERSIVA
di Raniero
La Valle
Domenica il centro
sinistra scenderà in piazza per protestare contro la nuova legge
elettorale proposta dalla maggioranza. Ma contro che cosa protesterà? Se
fosse solo per il danno che ne riceverebbe per un minor numero di
eletti, o per dover improvvisamente cambiare le proprie strategie,
sarebbe una ben mediocre protesta, e non potrebbe davvero interessare la
maggior parte dei cittadini. Ma c’è ben di più, e c’è un allarme ben più
grave che si deve far risuonare.
La cosiddetta legge
elettorale proposta dalla destra al potere infatti non è solo un
attentato al centro-sinistra per fare della sua eventuale vittoria una
vittoria mutilata, sottraendogli decine di seggi; e nemmeno il suo
carattere iniquo consiste nel fatto che si sia voluto imporre il
cambiamento delle regole del gioco all’ultimo minuto, quando ormai ci si
era preparati alla durissima battaglia elettorale imminente tenendo
conto delle vecchie regole. Queste due cose sono gravi, ma non tanto
gravi da configurare un attacco alla Costituzione e alla Repubblica. Se
si trattasse solo di questo, cioè di un ritorno, sia pure fuori tempo
massimo, dal maggioritario al proporzionale, per salvare il salvabile
della destra in rotta, sarebbe un gioco duro, ma non fuori della
democrazia, e anche i proporzionalisti della sinistra, pur di uscire
dallo sconcio del sistema maggioritario, avrebbero potuto essere tentati
di sostenerlo. Invece, come hanno fatto sapere dopo una loro assemblea a
Roma, hanno respinto il progetto della destra “con sdegno”. Perché con
sdegno? Perché la legge, così come è stata proposta e già approvata
dalla Prima Commissione della Camera, è in realtà lo strumento mediante
il quale si può instaurare un regime (nel senso di fascista).
Purtroppo né la
stampa né le televisioni hanno rivelato i contenuti veri della legge, né
essi sono stati denunciati dal centro-sinistra che, limitandosi alle due
suddette critiche, sia pure furibonde, fa la figura di difendere solo i
suoi interessi a breve. Così ancora una volta l’opinione pubblica è
all’oscuro della vera posta in gioco.
La proposta
elettorale della destra sovverte con legge ordinaria la Costituzione
della Repubblica prima della riforma costituzionale in corso d’opera, e
in modo ancora più radicale.
Essa stabilisce
prima di tutto che la maggioranza di governo sia fissata per legge in
almeno 340 deputati alla Camera (su 630) e 170 seggi al Senato (su 315),
dunque ben più della maggioranza assoluta, e che tale numero di
parlamentari sia assegnato d’ufficio al partito o alla coalizione di
partiti che, con qualsiasi percentuale, abbia anche solo un voto in più
di ogni altro partito o coalizione. Se non si formassero le coalizioni,
anche un singolo partito, ad esempio col venti per cento dei voti, si
vedrebbe assegnati tutti questi seggi. Se questa norma fosse stata in
vigore nei decenni della cosiddetta Prima Repubblica, la Democrazia
Cristiana avrebbe avuto sempre 340 deputati e 170 senatori, non ci
sarebbe stato bisogno della legge truffa, non ci sarebbero stati né il
centrismo, né il centro-sinistra, né la solidarietà nazionale, non ci
sarebbe mai stato un governo Craxi e non ci sarebbe stato bisogno di
sequestrare ed uccidere Moro; semmai si sarebbe dovuto uccidere
Berlinguer se per caso il partito comunista avesse fatto il sorpasso e
preso anche un pugno di voti in più della DC. In nessuna democrazia del
mondo, per quanto maggioritaria, c’è una simile norma; e in Germania
oggi non si discuterebbe di grande coalizione.
In secondo luogo la
legge stabilisce che ogni partito, sia che si presenti da solo sia che
sia collegato ad altri in una coalizione, deve dichiarare il nome e il
cognome del candidato alla presidenza del Consiglio. Perciò si
stabilisce un obbligo verso di lui sia del Presidente della Repubblica,
che perderebbe così il suo potere di nomina secondo l’art. 92 della
Costituzione, sia dei 340 deputati e 170 senatori, che avrebbero in tal
modo un vincolo di mandato, contro l’art. 67 della stessa Costituzione;
e Follini che dice a Berlusconi: “Io no”, sarebbe un fuori-legge.
In terzo luogo si
stabilisce che ogni partito deve depositare il programma elettorale, e
tutti i partiti che si collegano in una coalizione devono presentare
lo stesso programma: il che vuol dire che ogni differenza tra i
partiti collegati deve scomparire. Fini deve volere le stesse cose di
Bossi, e Bertinotti le stesse di Mastella, e per prendere Pannella
bisogna farsi tutti radicali ex-lege; e così la proporzionale che
dovrebbe servire a salvare le identità; si rovescerebbe nella più grande
omologazione e mistificazione; e a giustificarla resterebbe solo la
lotta di potere.
In quarto luogo si
stabilisce che, senza preferenze, gli eletti sarebbero designati in
liste bloccate secondo l’ordine deciso dai capi-partito, per cui tutti i
candidati si trasformerebbero in clienti, e i parlamentari in vassalli,
e il Parlamento in una aggregazione di feudi con al vertice un principe,
e ai livelli inferiori un gruppo di baroni ciascuno con i suoi
valvassori e valvassini.
Nemmeno la legge
Acerbo, né quella che permise ad Hitler di prendere il potere, erano
così. Ma questa sarebbe la legge costitutiva di quella che fu una
Repubblica, se essa superasse, così com’è, la prova parlamentare. Per
fortuna non sarà così: perché Ciampi non è Facta, l’ultimo presidente
del Consiglio dell’Italia prefascista, e perciò non potrà non rinviare
la legge alle Camere, con messaggio motivato, per la violazione di un
numero impressionante di articoli della vigente Costituzione.
Raniero La Valle
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