NO a questo referendum

di Giuseppe Cotturri

 

Occorre una mobilitazione straordinaria soprattutto nel Mezzogiorno. Si faccia un appello al "popolo delle primarie". Quello che i partiti non fanno, facciano i cittadini "porta a porta"

 

La riforma della Costituzione, approvata nella scorsa legislatura dalla maggioranza di centrodestra, non porta al federalismo, ma lo distrugge. E porta alla lacerazione del paese, tra aree più forti economicamente e regioni meridionali: non si realizzano uguali diritti dei cittadini (federalismo "cooperativo e solidale", che in qualche modo il Titolo V riformato nel 2001 aveva introdotto) ma si fomentano gli egoismi corporativo-territoriali, si mettono in conto prevaricazioni e forse rotture. Bisognerebbe spiegare alle tante persone, che al Nord risultano attratte dalle promesse della devolution, che la riforma Berlusconi-Bossi è un "tradimento" delle loro legittime aspettative. In cambio di una vittoria nominalistica e "di bandiera", Calderoli e soci hanno consegnato al "primo ministro"" un potere assoluto. Maggioranza, parlamento e paese sarebbero sostanzialmente nelle mani di un uomo solo. In nessun altro sistema al mondo c'è un modello presidenziale così privo di bilanciamenti e garanzie: non in America, non in Germania.

L'allarme per il futuro della democrazia dovrebbe essere estremo. E invece è partita una campagna elettorale di assai basso profilo, che solo a 15 giorni dal voto sembra recuperare qualche tono: ma è ancora troppo poco. La gente comune può non saperlo, e perfino qualche giornalista lo ignora: ma i politici sanno bene che in questo referendum approvativo non c'è quorum, basta 1 voto di scarto, qualunque sia il numero, anche bassissimo, di partecipanti. Se, come spera Berlusconi (che prepara lettere agli elettori diverse per il Nord e il Sud), tra le due parti del paese c'è una diversa attenzione e diversa mobilitazione, se la partecipazione comunque sarà poca, e se magari quel fine settimana tantissimi andranno al mare, il "colpaccio" può riuscire. Al momento i sondaggi dànno una prevalenza per il NO assai risicata (2%) e le ultime elezioni politiche hanno mostrato quanto sia sbagliato per il centrosinistra cullarsi su vantaggi ben altrimenti consistenti.

Qualcuno nell'Ulivo si sta ora svegliando: dapprima le sole forze impegnate per il NO in campagna referendaria sono state riviste e associazioni varie (prevalentemente cattoliche) di cittadinanza, costituzionalisti e magistrati democratici, e i comitati costruiti attorno alla figura del "vecchio costituente" Scalfaro. Dirigenti politici di primo piano, nessuno. Il governo - dal "ritiro" in convento umbro - ha mandato anzi un messaggio destinato a demotivare la partecipazione. Se dopo il NO si cercherà comunque un accordo con questa destra - e se Bossi per primo dà assicurazioni sulla intenzione di trattare comunque dopo modifiche: perché andare a votare?

C'è a destra una evidente insidia in questa tattica (chi può credere che, se vince il SI, Berlusconi vorrà rinunciare alla "sua" costituzione?). Ora, poiché non è lecito supporre che il neonato governo voglia andare subito a casa - e questa sarebbe invece l'inevitabile fine di partita, se  vince il SI - c'è da chiedersi quanto della debole e contraddittoria conduzione del centrosinistra sia frutto di insipiente sottovalutazione dell'avversario e dei rischi per il paese, e quanto sia calcolo. Della insipienza, purtroppo, si vede ogni  giorno esempio. Ma è del calcolo, che dobbiamo preoccuparci maggiormente.

Come già per la legge elettorale, le tradizionali oligarchie partitiche possono credere di trarre vantaggio - con qualche mera esibizione retorica di contrarietà - dalla conservazione del modello di premierato forte, salvo piccoli ritocchi: scarsa partecipazione significherebbe mano libera in tal senso. Sarebbe una tragica illusione. I frutti avvelenati della riforma  elettorale già ora  stanno mostrando quanto rapidamente si possano deteriorare immagine e rapporto di fiducia nelle nuove rappresentanze politiche del centrosinistra. E la scelta di "normalizzare" il sistema politico con simili ricette di recupero di potere ai capipartito e all'esecutivo non potrà che acuire maggiormente contraddizioni e insofferenze popolari nel campo democratico.

C'è di più. E' ormai evidente che le maggioranze parlamentari, di qualunque orientamento, credono di avere nella loro esclusiva disponibilità (e domani magari "in consociazione") il potere costituente. Questa è una interpretazione degenerata (nei partiti) di quel che il costituzionalismo democratico del '900 ha costruito e affermato: e cioè che le  costituzioni servono, al contrario, per limitare il potere dei governanti e sviluppare poteri diretti di cittadinanza. Un NO larghissimo nel referendum potrebbe servire dunque a ritrovare  fondamento popolare e di massa ai necessari cambiamenti: nel calcolo sul tener bassa la partecipazione, invece, si intravvede purtroppo ancora una tentazione partitocratica.

Cosa fare dopo il NO? Ne riparleremo: il punto di partenza è chiedersi come adeguare al 2006 le garanzie dei processi di revisione costituzionale, che l'art.138 di sessant'anni fa disegnò per tutta un'altra Italia e che, scomparsi partiti e culture costituenti, sono come s'è visto ora alla mercé di rappresentanze sprovvedute e avventuriste.

 

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