NATALE, IL CIBO, I DONI

di Immacolata Notarangelo

 

Natale può essere l’occasione per riflettere su quanto spazio lasciamo veramente agli altri e quanto profondamente viviamo i nostri valori, partendo dalle cose su cui tutti, siamo indotti a concentrare la nostra attenzione in questo periodo: lo scambio dei doni ,il cibo e il pranzo di Natale.

 

I DONI. Riflettevo sullo spot che invita a consumare panettoni  ricordandoci che   “A Natale si può fare di più”. Lo spot sembra sottolineare ed incentivare,con il consumo del panettone,  la  tendenza a compiere gesti di “bontà”. In effetti,se riusciamo a staccarci dal  contesto del consumo,a Natale, ci ricordiamo anche di chi ha più bisogno. Tutti siamo convinti che è’ giusto e bello che tutti in questo giorno (perché poi solo in questo giorno?),non abbiano a soffrire la fame. Così  siamo disponibili a donare, tanto, in fondo, a noi non costa nulla. Donare non ci interroga e non ci impegna. I nostri doni sono una briciola che non ci cambia la vita e che ci lascia, tutti, nella stessa situazione di prima;rispecchiano un po’ la situazione di quei potenti che offrivano generosi banchetti  per  rafforzare la propria condizione di superiorità e di potere su i loro commensali. Nel nostro modo di donare non c’è la possibilità dello scambio,perché  abbiamo già preso tutto

Continuo a chiedermi quando verrà un Natale che ci aiuterà a comprendere che se alcuni sono poveri è perché gli altri hanno troppo e che donare ci dovrebbe caricare di responsabilità.

 

IL CIBO E IL PRANZO DI NATALE. Il cibo e la convivialità delle mense fanno parte della nostra cultura,della nostra vita. La filosofia, la psicanalisi, hanno posto il fondamento ontologico dell’essere umano,la costruzione della personalità, nella relazione tra chi nutre (la madre) e chi è nutrito (il figlio). Pensieri e argomentazioni che si sono sviluppati sicuramente in gruppi di persone che il cibo ce l’hanno garantito ogni giorno e che intorno al cibo hanno organizzato ogni forma di relazione,di incontro,di conversazione. In questi giorni mi sto chiedendo che ne è della costruzione della personalità per coloro che il cibo non ce l’hanno mai, e di quelle donne che offrono un seno senza nutrimento,e di quei bambini che smettono di chiedere perché sanno che non riceveranno nulla. Mi chiedo cosa ne pensa quel miliardo e 300 milioni di persone che non hanno risorse per sopravvivere, quei 24mila che muoiono ogni giorno per fame,o  quei 6milioni e 600mila bambini che muoiono ogni anno, che ci scandalizzerebbero molto se fossero embrioni o aborti. Mi chiedo che comprensione possa avere questa gente della nostra fede che pone al centro della sua comunità la mensa e lo spezzare il pane. Noi  sperimentiamo la fame con i digiuni o le diete che ci privano  di questo o di quello ma che non servono a farci fare esperienza di essa. La fame vera è radicale, è ad oltranza, è un’ingiustizia.  Mi è capitato di rileggere il brano dell’esodo in cui sul popolo ebraico, stremato nel deserto, Dio fece piovere la manna, in abbondanza ma la  rese corruttibile,perché nessuno vi accampasse diritti o ne accaparrasse per farne commercio. Noi oggi siamo in grado di produrre cibo per 12 miliardi di persone,siamo solo in sei e ne lasciamo morire uno di fame. Non si tratta di mancanza di cibo,ma del fatto che alcuni paesi accampano titolarità e diritti sul cibo che appartiene a tutti. Ritengo doveroso, oggi che è Natale parlare insieme di questi problemi perché dentro di noi maturi la consapevolezza che c’è la possibilità di mettere in atto delle strategie per mutare questa situazione. Siamo portati a credere alla nostra impotenza solo perché siamo isolati e quando siamo soli siamo fragili e vulnerabili.

Condividere queste riflessioni nasce unicamente dal desiderio di far nascere luoghi e momenti in cui,parlando,si possa prendere coscienza di tutto questo, e dal bisogno di  diventare testimone ogni giorno più credibile e più efficace delle cose in cui credo.

 

 

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