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...Ma
Dio ha cambiato indirizzo?
Brunetto Salvarani
In Confronti, settembre 2005
Negli anni Sessanta ci si chiedeva se Dio fosse morto,
se cioè si assistesse a una «eclissi del sacro»,
ossia alla «fine della religione» in una società
completamente secolarizzata
e indifferente alle vicende spirituali. Ma pochi anni
dopo ci si è resi conto che si trattava di analisi
almeno parziali e si è cominciato a parlare di
«rivincita di Dio».
Probabilmente Dio ha solo «cambiato indirizzo» e va
quindi ricercato in luoghi nuovi...
Quasi quarant'anni fa - era esattamente 1'8 aprile
1966, a pochi mesi dalla conclusione del Concilio
Vaticano II e un biennio prima dello scoppio della
contestazione sessantottina - compariva nelle edicole di
mezzo mondo un numero del Time destinato a fare epoca.
La copertina del prestigioso settimanale britannico, su
sfondo scuro, riportava solo una lapidaria domanda in
colore rosso: «Is God dead?». Ne doveva trascorrere
un'altra quindicina, per dar modo a Woody Allen di
sdrammatizzare tale interrogativo di ascendenza
nietzschiana con la sua con solidata ironia, facendogli
ammettere sornionamente: «Dio è morto, Marx è morto e
neanch'io mi sento troppo bene...».
In realtà, il servizio del Time coglieva
correttamente, a livello di costume, un clima culturale
diffuso. Non solo «morte di Dio», infatti, ma «eclissi
del sacro nella società industriale» e «fine della
religione» erano (com'è noto) fra gli slogali
maggiormente diffusi nell'ambito della teologia
cristiana occidentale, della sociologia reli-
giosa e della stessa pubblicistica laica, nella
convinzione generalizzata di stare assistendo ad un
mutamento tanto epocale quanto definitivo,
contrassegnato dall'esaurimento della tradizionale
funzione dell'elemento sacrale nella stagione della
modernità e della tecnica.
Qualche anno dopo, ci si è accorti che le cose
stavano cambiando e la palla stava girando in un altro
senso. Tanto che ci si è presi ad interrogare sulle
motivazioni di un'inattesa «rivincita di Dio» (G. Kepel),
quando un po' tutti lo davano per spacciato. E giù con
le relative inchieste, le analisi psicologiche e
sociologiche
di tale sorprendente ritorno. Finché qualcuno non ha
ipotizzato che, probabilmente, non se n'era mai andato
via. Che aveva cambiato forma. Forse, appena stile di
vita...
Oggi, però, la domanda più opportuna ci sembra
un'altra, ossia la seguente: Dio ha forse cambiato
indirizzo? Sta cambiando, più rapidamente del
prevedibile, la geografiadel sacro, in chiave di
pluralizzazione, meticciamento, contaminazioni?
Lo stesso Time, un paio d'anni fa, ha rettificato la
sua storica copertina con un'altra, su cui campeggiava
un'ulteriore domanda: «Where did God go?». Vi compariva
un'immagine tratta dall'iconografia cristologica più
pietistica, con una sagoma bianca al posto della figura
centrale di Gesù, contornata da apostoli, pie donne e
bambini oranti. Sotto il titolo, la chiave di lettura
proposta: «Le chiese sono semideserte, e Dio non ottiene
una citazione nella nuova Costituzione dell'Unione
europea. Ma rispunta,
sorprendentemente, in diversi luoghi». All'interno, il
richiamo all'inchiesta del '66, con l'aggiornamento
della diagnosi: «Dio è ancora vivo, ma oggi - in Europa
- spesso non lo troviamo negli stessi luoghi di un
tempo».
Cinque sarebbero i luoghi «nuovi» nei quali si è
rifugiato il «vecchio» Dio, a partire dal suo rintanarsi
nel privato (una tesi non certo originale, peraltro).
In seconda battuta, Dio si troverebbe a proprio agio fra
gli immigrati dal Sud al Nord del pianeta, tanto da far
pensare ad un fattore eminentemente identitario: con un
paio di casi esemplari, i cosiddetti extracomunitari
musulmani e il complesso universo protestante
evangelica!, in gran crescita anche nel nostro paese.
Un terzo sito è poi quello di un Dio user friendly,
di facile impiego e pronto uso, una caratterizzazione
che di solito viene attribuita ai movimenti del
risveglio religioso: contro la burocrazia, l'irrilevanza
esistenziale, il carattere obsoleto di troppa
predicazione, il loro obiettivo è di coinvolgere il più
possibile nel loro intimo i fedeli. In tal senso, si
vanno espandendo i movimenti sorti per offrire
«un'occasione per esplorare la fede cristiana». Il
quarto ambito è quello del mondo giovanile: «Dio è in
mezzo ai giovani», titola il paragrafo, riprendendo (fra
i molti adattabili) i casi dei raduni della comunità di
Taizè, le Giornate mondiali della gioventù di Giovanni
Paolo II (e oggi di Benedetto XVI), il Kirchentag
ecumenico di Berlino 2003, dov'erano assiepati oltre
100.000 under 30. Ma si sarebbero potuti richiamare,
parimenti, le Assemblee europee - anch'esse ecumeniche -
di Basilea '89 e Graz '97, o la stessa stipula della
Charta Oecumenica (Strasburgo 2001), dove i giovani
furono appositamente convocati a dire la loro, aprendo
piste innovative in vista del tema, così cruciale, della
trasmissione generazionale, o ancora il meeting
movimentistico di Stoccarda 2004. Infine, secondo il
Time, Dio lo si potrebbe trovare fra gli ambienti della
cultura alternativa, dalle femministe fino agli
appassionati di una non meglio precisata nuova
spiritualità...
Al reportage di Time potremmo a buon diritto
accostare considerazioni statistiche quali quella
suggerita dall'esperto di geopolitica del religioso
Odon Vallet su Le Monde, secondo cui «la "ridislocazione"
del cristianesimo è spettacolare. Nel 1939, i primi tre
paesi cattolici erano la Francia, l'Italia e la Germania
(che aveva annesso l'Austria). Oggi, i primi tre sono il
Brasile, il Messico e le Filippine. Il secondo paese
protestante del mondo (gli Stati Uniti essendo il primo)
è ormai la Nigeria, alla pari con la Germania e
l'Inghilterra. E la maggioranza degli anglicani sono
neri (d'Africa, d'America o d'Oceania)». Fino a fargli
dire - per l'appunto - che Dio ha cambiato indirizzo...
Vedere il cristianesimo per la prima volta
C'è un libro su cui, da questo punto di vista, varrebbe
la pena di soffermarsi, intitolato La terza chiesa (Fazi
2004). Il suo autore, Philip Jenkins, è uno storico
delle religioni alla Pennsylvania State University che
ha al proprio attivo parecchi testi importanti, da
Mystics and Messiahs (2000) a Hidden Gospeis (2001) fino
a Thè New Anti-Catholicism (2003).
Secondo Jenkins, staremmo attraversando un momento di
trasformazione profonda nella storia delle religioni,
una trasformazione silenziosa che il cristianesimo ha
conosciuto già nel secolo scorso, col suo centro di
gravita spostatesi decisamente verso il Sud: Africa,
America Latina, Asia.
Si tratterebbe di una tendenza destinata a divenire più
visibile, e di molto, nei prossimi decenni: col
cristianesimo che dovrebbe godere di un autentico boom
mondiale, anche se la grande maggioranza dei credenti
non sarà bianca, ne europea, ne euroamericana. Anzi -
come pronostica l'autore sulla base delle proiezioni
statistiche oggi disponibili - nel 2050 solo un quinto
dei tre miliardi di cristiani (delle diverse
confessioni, sempre più omologate) sarà costituito da
bianchi non-ispanici: eppure, attualmente, le Chiese del
Sud cristiano permangono pressoché invisibili agli
osservatori del Nord, mentre lo stesso Samuel P.
Huntington, nel suo celebrato bestseller che ha fondato
nella vulgata corrente la teoria dello scontro fra le
civiltà, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine
mondiale (1996), si riferisce comunemente al
cristianesimo occidentale, come se non potessero
essercene altri. Interessante è poi la sua descrizione,
ovviamente ipotetica ma non certo priva di credibilità,
di questo futuribile cristianesimo: sostanzialmente
povero dal punto di vista economico, conservatore nella
fede, nella dottrina e in morale, fortemente orientato
al soprannaturale. Carismatici, apocalittici, visionari,
attirati da guarigioni non meno che da esorcismi e
visioni oniriche, i cristiani di domani dovrebbero
essere in larga misura dei pentecostali. Stando a
Jenkins, in conclusione, il fatto di considerare il
cristianesimo come una realtà globale potrebbe farci
leggere l'intera religione in una prospettiva
radicalmente nuova, che ci lascerà stupiti anche se
risulterà, verosimilmente, piuttosto scomoda
(costringendoci a rivedere tutta una serie di assiomi
dati per acquisiti): si potrebbe anzi dire che sarà come
se si stesse vedendo di nuovo il cristianesimo per la
prima volta.
Qualcosa di simile sosteneva il teologo cattolico
canadese Jean-Marie Tillard in quell'autentica «Lettera
ai cristiani del Duemila»
(così il sottotitolo) che è «Siamo gli ultimi
cristiani?», in cui fra l'altro si legge: «I catecheti
impiegano tutte le loro energie a parlare di Cristo
davanti a uditori che sbadigliano, perché non sono
interessati a quanto si dice. I banchi delle chiese sono
sempre più vuoti e occupati da persone dai capelli
sempre più bianchi, tanto che si arriva a sopprimere
delle parrocchie. (...) Nell'insieme, tutta una
generazione — quella che costituirà la carne delle
società nei prossimi decenni — scivola lentamente non
verso l'aggressività nei confronti della chiesa, ma (ed
è più grave) verso l'indifferenza».
La medesima tendenza in atto era poi stata constatata
lucidamente dal cardinal Carlo Maria Martini, a
proposito dei principali problemi che le confessioni
religiose sono chiamate ad affrontare oggi in Europa,
nei seguenti termini: «II primo problema potrebbe essere
descritto come la frammentazione o la parcellizzazione
della vita. Essa è causata dalle diversità tra luogo di
residenza, luogo di studio, luogo di lavoro, luogo di
svago, con una conseguente dispersione degli orari
familiari, come pure dalla molteplicità delle
appartenenze... Per cui un cristiano dei nostri tempi
può vivere magari per qualche ora alla settimana in un
ambiente di tradizione religiosa ancora sentita e per
tante altre ore in ambienti professionali o pubblici nei
quali il nome di Dio è assente, la fede non influisce
per nulla sulla vita e prevalgono modelli pratici
d'azione difformi dal Vangelo». Sarebbe dunque
pericoloso, a conti fatti, non assumere quale caso serio
la cifra del cambiamento come quella che più
caratterizza l'odierna stagione del cristianesimo: da
leggersi, ovviamente, con la lente del discernimento,
senza idolatrarlo ma anche senza demonizzarlo. In tale
ardua scommessa, probabilmente, risiede la possibilità
di un messaggio cristiano aperto e sensato, nel futuro
planetario di un'Italia che in realtà è già sotto i
nostri occhi. Come ebbe a esortare il proprio popolo
l'arcivescovo dell'UgandaJanani Luwum, in un passo
citato a mo' di epigrafe da Jenkins: «Non avere paura!
Vedo in questo la mano di Dio». |