''La riforma costituzionale è una riforma eversiva “

Intervista a Raniero La Valle - 26-5-06

 

 “Se non avesse avuto la Costituzione l'Italia non sarebbe uscita dal baratro della guerra, non avrebbe potuto operare la ricostruzione, non sarebbe passata da una condizione di estrema emergenza e miseria diffusa a un contesto di esteso benessere e di grande produzione di beni. Quello che l'Italia è stata in questi decenni, uscendo dalla vecchia società agricola e diventando potenza industriale e paese moderno è certamente dovuto all'equilibrio, alla libertà, alla ricomposizione sociale e allo sviluppo economico che la Costituzione del '48 ha consentito”.

 

Raniero La Valle , scrittore e direttore della Scuola di critica delle antropologie “Vasti”, è stato sempre attento alla tutela dei diritti sociali e civili ed alla cultura costituzionale.

La Valle , da qualche anno è avvertita nella nostra classe politica, a prescindere dai colori di appartenenza, una necessità quasi cogente di modificare la Costituzione in modo sostanziale. Lei condivide questa esigenza o farebbe a meno di riforme strutturali?

“Le ritengo abbastanza superflue, dal momento che negli ultimi tempi sono state fatte forzature importanti del dettato costituzionale, dalla legge elettorale al bipolarismo, che ci dimostrano come sia possibile andare avanti senza cancellare la Costituzione. Se poi si decide di aggiornarne alcune parti occorre necessariamente farlo rispettando i principi della stessa Carta del '48”.

Quali sono state le istanze che hanno spinto il centrodestra a mettere mano a una riforma costituzionale? Quale l'impulso primario che ha reso necessario piegare la Costituzione alle esigenze politiche del Governo Berlusconi?

La nostra Costituzione stabilisce il primato della politica sull'economia, la supremazia dell'interesse generale su quello particolare, il valore della partecipazione popolare rispetto all'onnipotenza e all'insindacabilità del potere. Ora la destra vuole liberare il potere, renderlo immune e metterlo al servizio dell'economia, intesa nel senso liberistico del capitalismo aggressivo della globalizzazione. È una destra insofferente nei confronti di quelli che ritiene i “lacci e laccioli” della democrazia. Già verso la fine della Guerra Fredda l'intesa tra alcuni gruppi dirigenti delle potenze capitalistiche ipotizzava il “raffreddamento” della democrazia: per poter far fronte alle nuove sfide dell'espansione economica e del conflitto tra Paesi già sviluppati e Paesi emergenti; non si poteva sottostare ai vincoli della democrazia. La riforma del centrodestra traduce questa visione a livello nazionale, dove persiste un capitalismo selvaggio che non sopporta le regole dell'eguaglianza, dei diritti del lavoro, dei limiti ecologici, che non sopporta insomma la subordinazione dell'interesse particolare al bene comune. Per questo il centrodestra si oppone alla Costituzione del '48, che si è fatta garante delle tutele dei diritti che in precedenza erano stati negati dall'esperienza del fascismo”.

La parola più spendibile in tema di comunicazione per il centrodestra è “devolution”. Qual è la legittimità del federalismo proposto dalla vecchia maggioranza, che rilevanza ha all'interno della riforma e qual è la sua sostenibilità in termini amministrativi?

“La riforma ha poco a che fare con la devolution, parola che è stata usata come parte integrante della tattica dell'annebbiamento. Esistono sì alcuni aspetti dedicati alla ripartizione di competenze tra Stato e Regioni, affrontata tra l'altro in maniera molto approssimativa, ma non c'entra con la natura della nuova Costituzione. La devolution è un'etichetta per nascondere al Paese la vera identità di questa riforma. I media hanno parlato sempre e solo di devolution e ai cittadini non è mai arrivata la notizia che si stava smantellando la Costituzione del '48. Ovviamente in nome della devolution si è fatto un attacco al bicameralismo, perché viene sostanzialmente liquidato il Senato e si viene a creare questo rapporto perverso tra l'altra Camera e il Governo, un rapporto che fa di quest'ultimo il vero “signore della guerra” del Paese, non più sottoposto al vaglio parlamentare. Dunque la devolution non serve a ristabilire nuovi rapporti tra Stato centrale ed enti territoriali ma rappresenta solamente un grimaldello per cambiare tutta la figura dello Stato e affossare la democrazia”.

In che modo?

“Creando un potere monocratico nelle mani di un organo personale, il Primo Ministro, il quale assomma in sé i poteri che nelle altre Costituzioni sono o del Presidente della Repubblica o del Premier, per intenderci del Presidente Usa e del Primo Ministro britannico. È un ibrido che non esiste da nessuna parte, che riassume in sé tutti i poteri esecutivi e che ha precedenti solo nell'istituzione del Primo Ministro imposto ai tempi del fascismo. La vita parlamentare si tradurrebbe in un rapporto tutto interno alla maggioranza, tra questa e il Premier, che deterrà l'esclusivo potere dello scioglimento della Camera, bypassando il ruolo del Presidente della Repubblica”.

Dunque una riformulazione dell'assetto istituzionale all'insegna della volontà di un sol uomo, chiunque esso sia…

“È una costituzione antipolitica, sia contro la destra sia contro la sinistra, fatta nell'interesse di un gruppo di potere che prende il controllo del Paese. Per questo se Berlusconi perde le future elezioni la riforma si tramuta in una catastrofe per chi l'ha scritta. Logica vuole che una parte dell'opposizione, penso ai centristi, voti no alla riforma, perché non ha alcun interesse a questa riforma: se Berlusconi vince le elezioni il potere è tutto nelle sue mani e gli alleati minori non hanno gli strumenti per controllarlo; se perde, essi perdono ogni alcuna valenza politica. Per questo, se spiegata, questa riforma sarebbe ripudiata non solo da chi ama la Costituzione del '48 e i suoi valori, ma anche da chi fa riferimento a quelle forze politiche che comunque hanno interesse a lasciare aperta la porta di accesso e condizionamento del potere pubblico”.

A questo punto, però, emerge un dubbio: esiste una linea di continuità tra questa riforma e quella del Titolo V voluta dal centrosinistra?

“Una cosa è riformare il Titolo V e un'altra è modificare tutto l'impianto dello Stato. Nel primo caso è un aggiornamento, criticabile ma legittimo, di una parte della Costituzione, che non è un testo immodificabile, da leggere in modo fondamentalista, come taluni per esempio intendono la Bibbia. Ma la stessa Costituzione non prevede un ribaltamento generale della figura dello Stato, né la possibilità di modificare i principi della prima parte, che sono, come afferma la Corte Costituzionale , indisponibili e non più modificabili. Va detto però che tra la prima e la seconda parte vi è un legame strettissimo, perché se nella prima vengono affermati principi, diritti e libertà, nella seconda questi non possono che trovare esplicitazione in un'organizzazione consona dell'ordinamento statale”.

Qualche esempio?

“Nel 1946 in seno alla commissione dei 75 presieduta da Meuccio Ruini, che aveva il compito di redigere il testo della Costituzione che poi la Costituente avrebbe approvato, Aldo Moro propose di strutturare la Carta secondo una piramide rovesciata, con alla base il cittadino nella sua individualità, soggetto di imputazione di tutti i diritti e doveri, e sopra in un'area più grande le comunità a lui più prossime, la scuola e la famiglia, poi in un'area ancora più estesa la sfera economica, e ancora nell'area successiva il rapporto tra il cittadino e la sfera politica. Ruini approvò lo schema ma propose di replicare il modello nella seconda parte, dedicata all'assetto delle istituzioni, a cominciare dal Parlamento. Per questo le due parti sono assolutamente simmetriche e strettamente connesse. Oggi invece si travolge la seconda parte e di conseguenza la prima, niente a che vedere con l'operazione portata avanti dal centrosinistra”.

Quindi non esiste alcun comun denominatore nella volontà di riforme istituzionali delle due parti politiche?

“Non esattamente: la cultura che sta alla base della riforma del centrodestra, al netto di tutte le aberrazioni monocratiche e parafasciste, è la cosiddetta cultura della governabilità: una cultura che nel delicato equilibrio che c'è in uno Stato democratico tra capacità e potere di governo da un lato e partecipazione e controllo da parte dei cittadini dall'altro privilegia il primo, il bonum della governabilità. Se si perde l'equilibrio tra governabilità e rappresentanza si rischia di cadere verso forme di governo autoritario e in un gioco di potere fine a se stesso. L'esempio della modifica dei regolamenti parlamentari è lì a dimostrare come negli ultimi anni il tema della governabilità abbia avuto un privilegio assoluto. Tale cultura della governabilità, che nella riforma del centrodestra raggiunge forme patologiche, è largamente condivisa anche dal centrosinistra”.

Come si spiega che una comunità che ha sperimentato per decenni il valore della Costituzione democratica e antifascista, nata dalla miracolosa esperienza politica e culturale dell'Assemblea Costituente, permetta a Nania, Calderoli e agli altri “saggi” di Lorenzago di rovesciarla in modo così radicale?

“È una chiara testimonianza di due tendenze in atto: un decadimento della classe politica e una restaurazione. La politica non è più l'arena in cui si confrontano le diverse proposte per la gestione del bene comune, ma è solo un mezzo per il raggiungimento e la conservazione del potere. Forse il termine decadimento non è calzante, perché indica un processo naturale: siamo di fronte invece a una sovversione dottrinale, oltre che etica. Quello del '48 non è stato, come alcuni hanno affermato, un compromesso istituzionale: tutte le culture, la cattolica, la liberale e la comunista, che hanno steso la Carta si riconoscevano in tutta la Carta , non in una sola parte. Fu possibile perché tutte e tre le culture si identificavano nella scelta della democrazia e dell'antifascismo, nella scelta della pace e del ripudio della guerra, nella scelta del primato del lavoro, inteso come l'opera della mente e della mano dell'uomo. Nania e Calderoli fanno parte delle culture che sono state escluse da quel processo. E per di più non si riconoscono nella democrazia parlamentare e nell'antifascismo, nella pace internazionale e nella salvaguardia del lavoro. Lo hanno dimostrato con i fatti”.

Chiudiamo con un pronostico da brividi: come finirà questa battaglia e quali scenari si prefigurano dopo il 25 giugno?

“Se vince il sì è difficile ipotizzare il contesto che ci troveremmo davanti. È inimmaginabile quale conseguenza possa portare una tale negazione di quello che è stato questo Paese negli ultimi 60 anni. Non credo che l'Italia sia pronta consapevolmente a una nuova esperienza di fascismo. Naturalmente tutto sta a spiegare la natura eversiva della riforma e le sue minacciose potenzialità e dunque saranno determinanti l'operato delle televisioni, della stampa e l'impegno della campagna per il No. Se i cittadini non votano al buio, con gli occhi chiusi dalla disinformazione e dalla mistificazione con cui finora è stata presentata la riforma, mi sembra impensabile che vinca il Sì. Impensabile”.


di Francesco De Carlo

 

 

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