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Raniero La Valle , scrittore e
direttore della Scuola di critica delle
antropologie “Vasti”, è stato sempre attento
alla tutela dei diritti sociali e civili ed alla
cultura costituzionale.
La Valle
, da qualche anno è avvertita nella nostra
classe politica, a prescindere dai colori di
appartenenza, una necessità quasi cogente di
modificare la Costituzione in modo sostanziale.
Lei condivide questa esigenza o farebbe a meno
di riforme strutturali?
“Le ritengo abbastanza superflue, dal momento
che negli ultimi tempi sono state fatte
forzature importanti del dettato costituzionale,
dalla legge elettorale al bipolarismo, che ci
dimostrano come sia possibile andare avanti
senza cancellare
la Costituzione. Se poi si
decide di aggiornarne alcune parti occorre
necessariamente farlo rispettando i principi
della stessa Carta del '48”.
Quali sono state le istanze che hanno spinto il
centrodestra a mettere mano a una riforma
costituzionale? Quale l'impulso primario che ha
reso necessario piegare la Costituzione alle
esigenze politiche del Governo Berlusconi?
“La
nostra Costituzione stabilisce
il primato della politica sull'economia, la
supremazia dell'interesse generale su quello
particolare, il valore della partecipazione
popolare rispetto all'onnipotenza e all'insindacabilità
del potere. Ora la destra vuole liberare il
potere, renderlo immune e metterlo al servizio
dell'economia, intesa nel senso liberistico del
capitalismo aggressivo della globalizzazione. È
una destra insofferente nei confronti di quelli
che ritiene i “lacci e laccioli” della
democrazia. Già verso la fine della Guerra
Fredda l'intesa tra alcuni gruppi dirigenti
delle potenze capitalistiche ipotizzava il
“raffreddamento” della democrazia: per poter far
fronte alle nuove sfide dell'espansione
economica e del conflitto tra Paesi già
sviluppati e Paesi emergenti; non si poteva
sottostare ai vincoli della democrazia. La
riforma del centrodestra traduce questa visione
a livello nazionale, dove persiste un
capitalismo selvaggio che non sopporta le regole
dell'eguaglianza, dei diritti del lavoro, dei
limiti ecologici, che non sopporta insomma la
subordinazione dell'interesse particolare al
bene comune. Per questo il centrodestra si
oppone alla Costituzione del '48, che si è fatta
garante delle tutele dei diritti che in
precedenza erano stati negati dall'esperienza
del fascismo”.
La parola più spendibile in tema di
comunicazione per il centrodestra è “devolution”.
Qual è la legittimità del federalismo proposto
dalla vecchia maggioranza, che rilevanza ha
all'interno della riforma e qual è la sua
sostenibilità in termini amministrativi?
“La riforma ha poco a che fare con la devolution,
parola che è stata usata come parte integrante
della tattica dell'annebbiamento. Esistono sì
alcuni aspetti dedicati alla ripartizione di
competenze tra Stato e Regioni, affrontata tra
l'altro in maniera molto approssimativa, ma non
c'entra con la natura della nuova Costituzione.
La devolution è un'etichetta per nascondere al
Paese la vera identità di questa riforma. I
media hanno parlato sempre e solo di devolution
e ai cittadini non è mai arrivata la notizia che
si stava smantellando la Costituzione del '48.
Ovviamente in nome della devolution si è fatto
un attacco al bicameralismo, perché viene
sostanzialmente liquidato il Senato e si viene a
creare questo rapporto perverso tra l'altra
Camera e il Governo, un rapporto che fa di
quest'ultimo il vero “signore della guerra” del
Paese, non più sottoposto al vaglio
parlamentare. Dunque la devolution non serve a
ristabilire nuovi rapporti tra Stato centrale ed
enti territoriali ma rappresenta solamente un
grimaldello per cambiare tutta la figura dello
Stato e affossare la democrazia”.
In che modo?
“Creando un potere monocratico nelle mani di un
organo personale, il Primo Ministro, il quale
assomma in sé i poteri che nelle altre
Costituzioni sono o del Presidente della
Repubblica o del Premier, per intenderci del
Presidente Usa e del Primo Ministro britannico.
È un ibrido che non esiste da nessuna parte, che
riassume in sé tutti i poteri esecutivi e che ha
precedenti solo nell'istituzione del Primo
Ministro imposto ai tempi del fascismo. La vita
parlamentare si tradurrebbe in un rapporto tutto
interno alla maggioranza, tra questa e il
Premier, che deterrà l'esclusivo potere dello
scioglimento della Camera, bypassando il ruolo
del Presidente della Repubblica”.
Dunque una riformulazione dell'assetto
istituzionale all'insegna della volontà di un
sol uomo, chiunque esso sia…
“È una costituzione antipolitica, sia contro la
destra sia contro la sinistra, fatta
nell'interesse di un gruppo di potere che prende
il controllo del Paese. Per questo se Berlusconi
perde le future elezioni la riforma si tramuta
in una catastrofe per chi l'ha scritta. Logica
vuole che una parte dell'opposizione, penso ai
centristi, voti no alla riforma, perché non ha
alcun interesse a questa riforma: se Berlusconi
vince le elezioni il potere è tutto nelle sue
mani e gli alleati minori non hanno gli
strumenti per controllarlo; se perde, essi
perdono ogni alcuna valenza politica. Per
questo, se spiegata, questa riforma sarebbe
ripudiata non solo da chi ama la Costituzione
del '48 e i suoi valori, ma anche da chi fa
riferimento a quelle forze politiche che
comunque hanno interesse a lasciare aperta la
porta di accesso e condizionamento del potere
pubblico”.
A questo punto, però, emerge un dubbio: esiste
una linea di continuità tra questa riforma e
quella del Titolo V voluta dal centrosinistra?
“Una cosa è riformare il Titolo V e un'altra è
modificare tutto l'impianto dello Stato. Nel
primo caso è un aggiornamento, criticabile ma
legittimo, di una parte della Costituzione, che
non è un testo immodificabile, da leggere in
modo fondamentalista, come taluni per esempio
intendono
la Bibbia. Ma la stessa
Costituzione non prevede un ribaltamento
generale della figura dello Stato, né la
possibilità di modificare i principi della prima
parte, che sono, come afferma
la Corte Costituzionale ,
indisponibili e non più modificabili. Va detto
però che tra la prima e la seconda parte vi è un
legame strettissimo, perché se nella prima
vengono affermati principi, diritti e libertà,
nella seconda questi non possono che trovare
esplicitazione in un'organizzazione consona
dell'ordinamento statale”.
Qualche esempio?
“Nel
1946 in seno alla
commissione dei 75 presieduta da Meuccio Ruini,
che aveva il compito di redigere il testo della
Costituzione che poi la Costituente avrebbe
approvato,
Aldo Moro
propose di strutturare la Carta secondo una
piramide rovesciata, con alla base il cittadino
nella sua individualità, soggetto di imputazione
di tutti i diritti e doveri, e sopra in un'area
più grande le comunità a lui più prossime, la
scuola e la famiglia, poi in un'area ancora più
estesa la sfera economica, e ancora nell'area
successiva il rapporto tra il cittadino e la
sfera politica. Ruini approvò lo schema ma
propose di replicare il modello nella seconda
parte, dedicata all'assetto delle istituzioni, a
cominciare dal Parlamento. Per questo le due
parti sono assolutamente simmetriche e
strettamente connesse. Oggi invece si travolge
la seconda parte e di conseguenza la prima,
niente a che vedere con l'operazione portata
avanti dal centrosinistra”.
Quindi non esiste alcun comun denominatore nella
volontà di riforme istituzionali delle due parti
politiche?
“Non esattamente: la cultura che sta alla base
della riforma del centrodestra, al netto di
tutte le aberrazioni monocratiche e
parafasciste, è la cosiddetta cultura della
governabilità: una cultura che nel delicato
equilibrio che c'è in uno Stato democratico tra
capacità e potere di governo da un lato e
partecipazione e controllo da parte dei
cittadini dall'altro privilegia il primo, il
bonum
della governabilità. Se si perde
l'equilibrio tra governabilità e rappresentanza
si rischia di cadere verso forme di governo
autoritario e in un gioco di potere fine a se
stesso. L'esempio della modifica dei regolamenti
parlamentari è lì a dimostrare come negli ultimi
anni il tema della governabilità abbia avuto un
privilegio assoluto. Tale cultura della
governabilità, che nella riforma del
centrodestra raggiunge forme patologiche, è
largamente condivisa anche dal centrosinistra”.
Come si spiega che una comunità che ha
sperimentato per decenni il valore della
Costituzione democratica e antifascista, nata
dalla miracolosa esperienza politica e culturale
dell'Assemblea Costituente, permetta a Nania,
Calderoli e agli altri “saggi” di Lorenzago di
rovesciarla in modo così radicale?
“È una chiara testimonianza di due tendenze in
atto: un decadimento della classe politica e una
restaurazione. La politica non è più l'arena in
cui si confrontano le diverse proposte per la
gestione del bene comune, ma è solo un mezzo per
il raggiungimento e la conservazione del potere.
Forse il termine decadimento non è calzante,
perché indica un processo naturale: siamo di
fronte invece a una sovversione dottrinale,
oltre che etica. Quello del '48 non è stato,
come alcuni hanno affermato, un compromesso
istituzionale: tutte le culture, la cattolica,
la liberale e la comunista, che hanno steso la
Carta si riconoscevano in tutta la Carta , non
in una sola parte. Fu possibile perché tutte e
tre le culture si identificavano nella scelta
della democrazia e dell'antifascismo, nella
scelta della pace e del ripudio della guerra,
nella scelta del primato del lavoro, inteso come
l'opera della mente e della mano dell'uomo.
Nania e Calderoli fanno parte delle culture che
sono state escluse da quel processo. E per di
più non si riconoscono nella democrazia
parlamentare e nell'antifascismo, nella pace
internazionale e nella salvaguardia del lavoro.
Lo hanno dimostrato con i fatti”.
Chiudiamo con un pronostico da brividi: come
finirà questa battaglia e quali scenari si
prefigurano dopo il 25 giugno?
“Se vince il sì è difficile ipotizzare il
contesto che ci troveremmo davanti. È
inimmaginabile quale conseguenza possa portare
una tale negazione di quello che è stato questo
Paese negli ultimi 60 anni. Non credo che
l'Italia sia pronta consapevolmente a una nuova
esperienza di fascismo. Naturalmente tutto sta a
spiegare la natura eversiva della riforma e le
sue minacciose potenzialità e dunque saranno
determinanti l'operato delle televisioni, della
stampa e l'impegno della campagna per il No. Se
i cittadini non votano al buio, con gli occhi
chiusi dalla disinformazione e dalla
mistificazione con cui finora è stata presentata
la riforma, mi sembra impensabile che vinca il
Sì. Impensabile”.
di
Francesco De Carlo |