La
Chiesa di Roma tra globalizzazione e dialogo
interreligioso.
di
Marco Lavopa
Attraverso la comparazione tra fondamentalismo islamico,
nuovo cristianesimo conservatore americano, radicalismo
ebraico, ri-cristianizzazione dell’Europa, nel 1991
Gilles Kepel tentava, nel suo libro Revanche de Dieu,
un primo bilancio di quello che sarebbe stato definito
«il risveglio del sacro»1.
Dieci anni dopo, gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno
messo in luce la necessità di rivedere il ruolo delle
religioni nel mondo globalizzato, ponendola al centro
delle discussioni dell’opinione pubblica mondiale.
A quattro anni di distanza dai tragici eventi di New
York, guerra e terrorismo sono divenuti il nostro pane
quotidiano. Qualcosa sembra essersi definitivamente
spezzato nella società civile contemporanea: non più
spettacolari situazioni che guardiamo da lontano, ma
raccapriccianti eventi che ci minacciano da vicino, e
che rendono più insicura e meno libera la nostra
esistenza.
Il mondo appare oggi segnato e sopraffatto dalla logica
della forza e della violenza. Cresce ogni giorno il
numero delle persone che, di fronte a quello che fu
l’orrore della strage dei bambini di Beslan, alla
carneficina quotidiana che insanguina l’Iraq, allo
strazio e alla barbarie degli ostaggi divenuti ordinaria
arma di guerra, invoca un ritorno alla pietà umana, alla
ragione, alla “politica”, al rispetto dei diritti umani,
alla giustizia, alla sostenibilità dello sviluppo, e non
ultima alla pace.
Negli ultimi tempi la guerra sostenuta dall’Occidente in
Medio Oriente ed il terrorismo, che ne è faccia della
medesima medaglia, hanno raggiunto livelli di ferocia
inaudita mostrando il loro vero volto al “mondo civile”,
dimostrando a ragion veduta, che non ci può essere
nessuna ragione a giustifica di tale disumano
massacro di inermi individui. Cosa fare per evitare il
rischio di un’abitudine alla guerra? Dinnanzi agli
orrori della guerra, alle immagini che essa produce, si
corre il rischio del diniego per assuefazione della
realtà stessa. Questo atteggiamento porta alla luce la
crisi esistenziale e di democrazia che sedimenta da
tempo in tutta la società civile occidentale. L’unilateralismo
imperiale e la guerra preventiva sono un tradimento
della ragione e della democrazia. Lo schierarsi con la
ragione dell’Occidente e con la “democrazia” contro il
Medio Oriente dell’Islam “fondamentalista” sta assumendo
i toni , e i contorni, apocalittici di uno scontro tra
civiltà: quasi che si volesse a tutti i costi realizzare
quella profezia – per l’appunto dello scontro tra
civiltà che si realizzerebbe sugli scenari
geopolitici mondiali, nuovi, del XXI secolo – teorizzata
nel 1993, in tempi non sospetti, dallo studioso
americano Samuel P. Huntington2.
Lo schierarsi con questa o quella ragione implica la
negazione dell’altro giacché tale nega, di fatto, le
ragioni dell’altro, i principi della tolleranza, del
dialogo.
Il riconoscimento delle differenze è l’unica strada
credibile che porta al reciproco rispetto. Al contrario
di quanto comunemente – a torto – si pensa, le diversità
possono unire. La vera convivenza sociale passa per la
identificazione delle differenti uguaglianze individuali
e comunitarie, intese queste come identità aperte e
disponibili al dialogo. Il valore dell’uguaglianza ha,
oggi più che mai, la necessità di esser rivalutato ed al
tempo stesso riaffermato nel suo significato più
profondo. Senza uguaglianza non c’è riconoscimento della
dignità umana, senza quest’ultima non ci può essere
democrazia.
Dinanzi ai futuri devastanti scenari che molti profeti
di sventura prospettano, è possibile contrapporre la
speranza di un mondo migliore caratterizzato, non da uno
scontro tra civiltà ma dall’incontro di queste ultime,
all’insegna di una globalizzazione più solidale per i
popoli del mondo.
Come accendere questa speranza? Qual è la strada da
intraprendere affinché realmente in un mondo
globalizzato si possa parlare di una globalizzazione
solidale?
Da qualche tempo nella Chiesa di Roma si sta promovendo
la strada del dialogo religioso. A quaranta anni dalla
chiusura del Concilio Vaticano II (avvenuta nel 1965) va
ricordato che, abbandonato ( direi non definitivamente,
visti alcuni risvolti attuali) il disegno medioevale di
una “perfetta società cristiana”, e rivolgendosi non
solo ai credenti ma «a tutti gli uomini di buona
volontà», la Chiesa di Roma con il Vaticano II ha, da
allora, indicato alcune linee guida di quel cammino
di speranza, prestando fede alla possibilità di una
pace tra i popoli nel mondo3.
La Chiesa di Roma ha inoltre, in più occasioni,
ricordato che la pace risultante solo da accordi tra
Stati non è percepita dalle popolazioni coinvolte come
giusta ed equa e che pertanto non può durare a lungo,
per di più crea dei risentimenti crescenti che non
possono restare inespressi per sempre.
Affinché una pace sia giusta, è prima di tutto
necessario che il cammino per giungervi sia imparziale,
che i negoziati si svolgano nel rispetto della pari
dignità delle parti e dell’uguaglianza delle loro
rispettive esigenze di libertà. Perché la pace sia
duratura, deve essere veramente globale, comprensiva,
senza che dei gruppi sociali, delle comunità religiose,
dei popoli, siano esclusi da quella pace e dai suoi
vantaggi.
L’anima di una regione in pace è la solidarietà, tanto
tra le nazioni che al loro interno.
Nel discorso al Corpo diplomatico del 10 gennaio 2000,
papa Wojtyla affermò: «il secolo che si aprirà dovrà
essere quello della solidarietà. Lo sappiamo che
non saremo mai felici e in pace gli uni senza gli altri,
e ancor meno gli uni contro gli altri. La solidarietà
può manifestarsi nella divisione generosa e ripartita di
risorse essenziali, quali le risorse d’acqua, come anche
nella creazione di strutture regionali efficaci per lo
sviluppo. Il fenomeno della globalizzazione fa sì che il
ruolo degli Stati si sia in parte modificato: il
cittadino è divenuto più attivo ed il principio della
sussidiarietà contribuisce senza dubbio alcuno ad
equilibrare le forze vitali della società civile; il
cittadino è in misura maggiore membro del
progetto comune»4.
Malgrado il declino delle ideologie, non si può non
essere preoccupati dalla ricomparsa di altre rivalità,
più antiche, tra grandi potenze che sono in competizione
per ristabilire o per acquisire zone di influenza,
soprattutto in Medio Oriente, regione la cui importanza
è particolarmente strategica.
Il dialogo tra le religioni è da un po’ di tempo
considerato dalla Chiesa di Roma, come un fattore
decisivo per la pace nel mondo, nella convinzione che la
fede in Dio non può essere che per la concordia e non
per l’opposizione. Papa Wojtyla osservò nella sua
lettera apostolica Novo millennio ineunte,
che quel dialogo sarebbe dovuto, nel tempo, proseguire5.
In un contesto di pluralismo culturale e religioso tale
dialogo era, ed è, importante anche per assicurare le
condizioni di pace ed allontanare lo spettro spaventoso
delle guerre di religione che hanno insanguinato molti
periodi della storia umana.
Non va dimenticato che sin dalla guerra del Golfo del
1991, la posizione di Wojtyla si era mostrata chiara ed
in modo inequivocabile, sull’eventualità da parte di
presunte “civiltà cristiane Occidentali” di dichiarare
una guerra in nome di Dio. In quella occasione definiva
come «una perversione della religione» ogni estremismo
religioso ed invitava a non giustificare quell’atto di
esclusione e di violenza (la guerra) in nome di un Dio
trascendente. Nella medesima circostanza, Wojtyla definì
la guerra come «un’avventura senza ritorno» e fu
particolarmente attento a respingere ogni motivazione o
interpretazione religiosa della crisi. Invitando le
nazioni a percorrere il cammino del dialogo senza mai
separarsi, ed a valutare le proporzioni tra i rimedi
impiegati per impedire un male (la violazione delle
frontiere internazionali) e le loro conseguenze sui
popoli, Wojtyla si preoccupò di manifestare
l’indipendenza dell’azione internazionale della Chiesa
di Roma, che forgiava sempre la sua condotta sui
principi del diritto internazionale e della morale
internazionale.
Da tempo la Chiesa di Roma si fa promotrice di una sorta
di pedagogia della pace, invita a non considerare
l’altro come un nemico da aggredire o da convertire, ma
a vedere in lui un compagno con il quale unirsi per fare
un tratto di strada insieme e costruire una società e un
mondo dove si possa vivere bene, o almeno con dignità.
Lo stesso Wojtyla individuò nell’egoismo e nella volontà
di potenza i peggiori nemici dell’uomo, indicandoli in
qualche modo come origine e causa di tutti i conflitti.
La globalizzazione rappresenta per la Chiesa di Roma non
solo un pericolo, ma anche una sfida e un’opportunità.
Essa dà alla Chiesa l’occasione di realizzare la sua
natura in modo più autentico, più fedele alle origini e
– nel senso positivo del termine – più radicale. Papa
Giovanni XXIII, all’inizio del Concilio Vaticano II, ha
contraddetto tutti i profeti di sventura che prevedevano
solo il peggio. Oggi, la speranza è merce rara, ed è nei
compiti della Chiesa – oggi più che mai – infondere e
diffondere questa speranza.
Senza speranza nessuno può vivere…nessun individuo,
nessun popolo, nessuna Chiesa: l’annuncio della speranza
è oggi il contributo più importante che la Chiesa di
Roma possa offrire a se stessa ed al futuro
dell’umanità.
«In questo momento storico l’umanità ha bisogno di
vedere gesti di pace e di ascoltare parole di speranza…»6.
Con queste parole papa Wojtyla introdusse, nella propria
agenda la necessità di un nuovo incontro interreligioso,
dopo quello del 27 Ottobre 1986 (avvenuto in terra di
Assisi). Invitò in quell’occasione tutti i leader delle
fedi più disparate ad Assisi, per riprendere il tema
tanto a lui caro del dialogo interreligioso, indicato
come: «unico rimedio alla dottrina pericolosa dello
scontro di civiltà»7.
Come nel 1986, anche in quella occasione Wojtyla,
annunciando l’iniziativa del 24 gennaio 2002, indica
nell’obiettivo di «far salire all’Onnipotente
un’invocazione corale per ottenere la pace», il
presupposto «necessario» – forse non sufficiente – per
ogni serio impegno a servizio del progresso
dell’umanità. Dal nuovo incontro di Assisi, era nelle
intenzioni di Wojtyla, far scaturire una riflessione
comune sul ruolo insostituibile che svolgevano, e
svolgono, le differenti fedi per la concordia tra i
popoli. Il dialogo interreligioso, dunque, come
contributo alla composizione dei conflitti su base
religiosa.
Ad angosciare Wojtyla, infatti, erano i rischi di un
possibile conflitto tra culture e civiltà. Nel corso del
suo lungo pontificato, aveva più volte ribadito che la
religione non deve mai essere utilizzata come motivo di
scontro o come legittimazione di un conflitto. Tuttavia
ci sono state nella Curia Romana, alcune perplessità
circa la svolta del confronto fra le fedi avviata da
Wojtyla; pertanto rilanciare il dialogo interreligioso è
stato un suo personale volere, un gesto coraggioso ed
opportuno nei tempi.
Il fatto che il 24 gennaio del 2002 i leader delle fedi
mondiali si siano ritrovati in preghiera ad Assisi, che
si siano stretti la mano e che abbiano ribadito davanti
all’umanità intera che una convivenza pacifica in ogni
angolo del pianeta è possibile e necessaria, è stato, e
lo è ancora oggi nel suo significato più profondo, di
grande rilevanza storica per tutta la Chiesa cattolica e
per la storia dell’umanità. Quell’evento ha fornito al
mondo un segnale di speranza, testimoniato l’importanza
e la possibilità di una reciproca tolleranza, necessità
prima per la pacifica convivenza dei popoli. Tuttavia,
non basta dire pace per conseguirla: bisogna
incentivare, in conseguenza di ciò, tutto quello che va
verso la pacifica convivenza e il libero scambio delle
idee. Affinché ciò avvenga è necessario, inoltre, che
ogni religione mostri il suo volto aperto, liberale,
pluralista, anti-integralista, multietnico e laico.
Certo, è positivo che il dialogo tra le fedi si sia
espresso, ad Assisi, nella preghiera comune (dando prova
di reciproca tolleranza), ciò nonostante l’esito sarà
completamente positivo soltanto se saranno superate i
sedimenti di potere che ci sono in ogni religione e
rendono difficile qualsiasi reale apertura all’altro.
Bisognerebbe, oggi più che mai, passare dalle mediazioni
fra strutture al confronto concreto, dalle enunciazioni
programmatiche al comportamento comune, in altre parole
mettersi in discussione senza trincerarsi dietro
primitivi precetti religiosi.
Pur apprezzando la spinta al dialogo promossa
dall’allora pontefice8,
non va dimenticato che quello è stato solo un primo
passo e che il cammino che porta verso l’armonia globale
è ancora lungo, arduo e irto di difficoltà: tuttavia c’è
la consapevolezza che la realizzazione di un mondo
migliore sia nelle “naturali” potenzialita-possibilità
dell’uomo9.
1
G. Kepel, La rivincita di Dio. Cristiani,
ebrei, mussulmani alla conquista del mondo,
Milano 1991.
2
Nel 1993 Samuel P. Huntington pubblicò sulla
rivista “Foreign Affairs” un saggio sui
nuovi scenari geopolitici che avrebbero sospinto
la politica mondiale del nuovo millennio verso
schemi culturali e non più ideologici (come
invece lo era stato sino alla caduta del muro di
Berlino nel 1989). Con la caduta del muro erano
cadute le ideologie, facendo spazio a delle
nuove categorie: non più una divisione tra
blocchi ideologici ma tra culture, tra civiltà;
cfr., Samuel P. Huntington, The clash of
Civilizzations and the Remaking of World Order,
New York 1996.
3
Giovanni XXIII, Enciclica: Pacem in Terris,
par.75. Cfr., G. Alberigo, Breve storia del
Concilio Vaticano II, Bologna 2005.
4
Cfr., discorso al Corpo diplomatico del
10 gennaio 2000, in «L’Osservatore Romano
» del 11 gennaio 2000.
5
Cfr., Giovanni Paolo II, lettera apostolica
Novo millennio ineunte, (6 gennaio
2001), 43: AAS 93 (2001), 297.
6
Cfr., cit. Giovanni Paolo II, Angelus del
18/11/2001, in «L’Osservatore Romano »
del 19 novembre 2001.
8
La preoccupazione per la pace nel mondo spinse
Giovanni Paolo II a convocare per il 27 ottobre
1986, ad Assisi, i Capi e Rappresentanti delle
Chiese Cristiane e Comunità Ecclesiali, e delle
Religioni del mondo, per una Giornata mondiale
di preghiera per la Pace. La stessa
preoccupazione indusse Wojtyla a promuovere un
nuovo incontro interreligioso, che ebbe luogo il
24 gennaio 2002 sempre in terra di Assisi; a tal
proposito si legga il discorso di Giovanni Paolo
II ai rappresentanti delle varie religioni del
mondo, Assisi 24 gennaio 2002,
in «L’Osservatore
Romano » del 25 gennaio 2002.
9
Nel frattempo, siamo in attesa di risposte
concrete sul tema della speranza, oggetto
della discussione del prossimo IV Convegno
Ecclesiale Nazionale che si terrà a Verona dal
16 al 20 ottobre 2006.
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