Lettera sulle elezioni

di Immacolata Notarangelo

 

 

Cari Amici,

nella scorsa primavera la mia città ha eletto il sindaco e come sempre in questa circostanza il paese si accende. Le elezioni regionali hanno risentito di questo clima incandescente per cui si è riscontrata, una fantasia negli slogan e una partecipazione popolare, ai comizi e ai momenti di propaganda, notevole. Le riflessioni che seguono,quasi come gioco di parole, sono scaturite, in quell’ occasione, dalla notizia che il segretario di un partito, che doveva presentare uno dei candidati, non sapendo come definire il personaggio, si è inventato il termine “politica della prossimità”, come caratteristica di questo candidato. Questo escamotage conferma però che, sempre più spesso, la politica usa  parole dietro le quali si nascondono modi di fare che non hanno nulla a che fare con i significati profondi a cui attingono. Mi è venuto spontaneo soffermarmi su  alcune di esse  e che vista la piega che sta prendendo la nuova campagna elettorale, mi permetto di sottoporre nuovamente all’ attenzione.

La prima parola abusata da più parti è sicuramente “ la politica come servizio”. Sono soprattutto i cattolici a voler servire a tutti i costi. Ma chi e che cosa? Si può servire il partito, o il partito può servire a qualcuno; si può servire chi sta più in alto di noi, ci si può servire di qualcuno per raggiungere o far raggiungere qualche scopo, o semplicemente, chi entra in politica dice “Io servo”. Della frase evangelica che dice che chi si fa servo diventerà primo, piace quasi sempre la seconda parte. Così si scatena la corsa a servire per diventare i primi. Il servizio allora si rivela un ottimo investimento per se stessi che in un periodo di crisi come questo non è poco. Confesso che mi piace di più la politica dei servizi, almeno quelli sono rivolti a tutti, non c’è mai chi dice “Io servo”, perché nei servizi tutti dovrebbero essere uguali.

Potrebbe “la politica della prossimità” essere presa a prestito dalla parola prossimo?  Ma si può essere prossimi alle elezioni, prossimi candidati o assessori, si può essere il prossimo della fila,o si deve aspettare il prossimo turno. Più diventi “prossimo” più ti collochi da qualche parte; come nel gioco dei quattro cantoni, vince chi è più prossimo alla sedia e lascia sempre qualcuno fuori. Ma il prossimo non era chi ci sta vicino? Già però quando c’è il prossimo vero nella propria vita non si pensa di occupare nulla, spesso si rimane in piedi o fuori e piuttosto ci si adopera solo per fare spazio.

“La politica dei bisogni” parte da quelli materiali, si fonda sulle  relazioni per avvicinarla  alla gente. E poiché chi non ha bisogni è in debito verso chi ne ha,ecco che tutti si danno da fare per averne qualcuno. Il bisogno spinge a cose ardite, così, il bisogno di essere eletto porta a stringere la mano anche agli sconosciuti o ad  entrare nelle case; il bisogno di mantenere gli equilibri fa premiare anche chi non se lo merita, il bisogno di essere visibile  fa essere presenti ovunque e  fa  parlare anche senza competenze;il bisogno di essere ringraziato ha perfino inventato l’assistenza.  Io pensavo, come altri, alla politica dei bisogni che si esprime nell’impegno a tutelare i diritti della gente, che non rende per favori ciò che spetta di diritto,che si adopera a far crescere la coscienza del rispetto, anche quello dei più deboli.

 

 [dottoressa in filosofia, Manfredonia]

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