LETTERA APERTA AL VESCOVO E AL CONSIGLIO PASTORALE DELLA DIOCESI DI PISTOIA

 

Recenti eventi nazionali e locali e una costante riflessione sulle tematiche ecclesiali, che ci accomuna da tempo e ci trova in sostanziale concordia, ci sollecitano ad esprimere alcuni pensieri e proporli all’attenzione della Chiesa di Pistoia di cui siamo parte, nell’intento e con la speranza di contribuire al riaccendersi di un dibattito, di un confronto e di una discussione costruttiva.

Avevamo creduto nel Concilio Vaticano II.

Una chiesa che accettava di rinnovarsi tornando alle origini apostoliche, ma carica di tutte le istanze positive della modernità; che voleva essere soprattutto comunità di servizio, che dava finalmente voce ai laici, che sapeva mettersi in ascolto degli «altri», del mondo, lasciandosi da questo interpellare, che praticava il perdono e l’accoglienza, segni visibili della misericordia di Dio e dell’amore di Cristo.

Avevamo creduto in una nuova visione della morale, che mettesse al centro la sequela di Cristo - in un cammino sempre perfettibile - e non fosse più ridotta a una schematica serie di norme oggettive, dettagliatissime soprattutto nel campo sessuale.

Attendevamo una chiesa che piano piano si spogliasse dei privilegi e si mettesse, povera con i poveri, a servizio degli ultimi, rendendosi credibile per il suo stile «altro» dal mondo. Una chiesa che sapesse anche tacere, che non producesse certezze su tutto ma anzi riconoscesse di non avere immediate risposte per ogni questione posta dai tempi;  che sapesse umilmente ammettere i propri errori e peccati (passati ma anche attuali) senza nascondere la mediocrità che è presente anche in lei e che le impone – secondo il dettato conciliare – una tensione continua verso il Regno.

Oggi ci sembra di cogliere orientamenti e scelte di tutt’altro segno, che suscitano in noi inquietudine e disagio.

- Guardando agli spazi interni alla Chiesa, la mancata realizzazione di quel clima di dialogo inaugurato dal Concilio, di cui è segno lo scarso ascolto della voce dei laici, relega molti in una condizione di marginalità: dalla quale possono originarsi atteggiamenti sia di silenzioso opportunismo, sia di doloroso «scisma sommerso», secondo la definizione di un anziano autorevole cattolico come il filosofo Pietro Prini.

- Guardando al rapporto chiesa-mondo, si nota l’affermarsi della cosiddetta «religione civile», un cristianesimo da assumere – da parte di atei dichiarati – come riserva di identità culturale in società prive di punti di riferimento, un cristianesimo da utilizzare, accantonandone lo specifico religioso, come baluardo di valori di un Occidente minacciato. Come non avvertire che il prezzo di una maggiore visibilità della chiesa nella società, di un suo accresciuto peso politico, è la perdita del primato del Vangelo, il venir meno della sua carica profetica, la sua rinuncia a giudicare i poteri? (l’esempio dell’America di Bush è eloquente: gruppi cristiani fondamentalisti hanno barattato leggi rassicuranti in materia di etica sessuale con un ‘silenzio assordante’ sulla guerra in Iraq e sullo scandalo della povertà).

- Guardando infine alla «teologia delle realtà terrestri», ci sembra talvolta dimenticata la preziosa distinzione dei ruoli operata dal Concilio Vaticano II: ai pastori una predicazione evangelica incentrata sui principi, la forza del discernimento ma salvaguardando l’ispirazione unitaria propria del messaggio di Cristo; ai laici cristiani la ricerca di faticose e sempre provvisorie soluzioni normative ai problemi sociali, economici e politici emergenti. Ricerca da compiere nel cammino comune con gli altri uomini, nel confronto con componenti della società non religiose o espressione di religiosità diverse: consapevoli di non poter avanzare, in un clima non più di «cristianità», il diritto di dettare un’etica pubblica, cristiana, per tutti i cittadini.

Illuminanti e degne di meditazione ci appaiono, a questo proposito, alcune parole di Carlo Maria Martini raccolte in un recente articolo di Enzo Bianchi (comparso sul La Stampa il 7/8 scorso, dal titolo “Siate profeti ma non entrate in politica”):

«Per l’annuncio profetico e coraggioso del vangelo, a volte sono necessari ‘grandi silenzi’, a volte ‘una parola chiara’, ma gli uni e l’altra dovrebbero avere sempre e solo un’eloquenza profetica. Questo pare teoricamente assodato, ed è ribadito anche dal consenso ecclesiastico che vieta ai ministri del culto la militanza politica, però di fatto è costantemente contraddetto da parole che non stanno nello spazio della profezia».   

Ci sembra che la chiesa delineata dal Concilio sia ancora troppo lontana dall’esistere e che invece solo ripartendo da quell’evento cruciale la comunità cristiana potrebbe tornare a toccare il cuore di tanti uomini e donne di buona volontà, che al contrario si chiudono nella dimensione privata oppure si rivolgono altrove per cercare nutrimento alla propria ricerca esistenziale e religiosa.

Il nostro vuole essere solo l’invito a un dialogo aperto in una chiesa che avvertiamo oggi troppo silenziosa al suo interno, un modesto segno di parresia, virtù eminentemente cristiana troppo spesso dimenticata.

 

Fernanda Barontini, Rossella Biagini, Paolo Biagioli, Giuseppe Bindi, Stefano Bindi, Anna Buonomini, Fausto Ciatti, Gabriella Coppini, Raffaele Cutolo, Fiammetta Fanuli, Luca Gaggioli, Alessandro Galardini, Alessandro Giaconi, Fabio Giaconi, Rosanna Grassini, Beatrice Iacopini, Giuditta Luciani, Margherita Magni, Mariangela Maraviglia, Paolo Massaini, Maria Pia Matteini, Mauro Matteucci, Daniela Nesi, Alessandra Pastore, Emanuele Potenti, Carlo Sabatini, Romilda Saetta, Tebro Sottili, Stefania Turchi

 

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