Il ruolo della donna nella società e nella storia del pensiero: parla la filosofa Angela Ales Bello IL FEMMINISMO? È CRISTIANO intervista «C’è un recupero della dimensione femminile anche in campo speculativo E qui va registrata una nuova attenzione alla problematica religiosa» Di Pierangelo Giovanetti Di Edith Stein l'ha sempre colpita l'idea che prima di uomo o donna c'è l'essere umano, che è universale e ad immagine di Dio, e poi si distingue nella complementarietà maschile e femminile. «Per questo il femminismo è cristiano», esclama Angela Ales Bello, docente di Storia della filosofia contemporanea all'Università Lateranense di Roma e grande studiosa di Husserl e della Stein. «Se l'uomo e la donna hanno incisa indelebile l'impronta divina, la dignità loro è la stessa. E ciò non vale solo in via teorica, ma si traduce sul piano pratico in una funzione attiva delle donne, per lungo tempo non riconosciuta». Per Ales Bello (di cui è appena uscito in libreria Edmund Husserl. Pensare Dio, credere in Dio, edito dal Messaggero Padova), nella filosofia di oggi non c'è solo il recupero di un'antropologia femminile cristiana, ma anche di una dimensione religiosa «come ricerca di qualcosa che supera le cose e dà senso al tutto». «Solo vent'anni fa questa apertura al trascendente era impensabile», dice Ales Bello. «È un tempo propizio per il dialogo, senza trionfalismi e chiusure. Ai cristiani spetta il compito di stare dentro la cultura di oggi e farla fermentare mostrando con rigore di pensiero la forza e la bellezza di questa verità». Professoressa Ales Bello, la filosofia è ancora in grado di condurre a Dio? «Il cammino filosofico è un cammino di ricerca che segue le strutture della realtà. Ora la realtà si presenta come ordine di senso: delle cose, di noi stessi, del mondo. Comprendere questo vuol dire cercare un senso che va oltre tutti i sensi. Poi, nella sua libertà, l'uomo lo può negare. Però la filosofia ha proprio questo compito e si apre naturalmente a Dio. Nella filosofia contemporanea s'avverte una ritrovata consapevolezza di ciò». Si parla anche di «ritorno del sacro», di riscoperta della religione. Vede all'orizzonte una rinascita spirituale dell'Europa e dell'Occidente? «La questione religiosa è tornata in primo piano, no n solo in Occidente. È riaffiorata l'insopprimibile esigenza umana di avere punti di riferimento. Io credo che si apra una stagione feconda per proporre all'uomo d'oggi una visione cristiana delle cose. Credo che i centri di cultura cristiana, le università cattoliche e pontificie abbiano nella nostra epoca la stessa funzione che ebbero i monasteri benedettini all'alba dell'era nuova. Sono centri in cui si coltiva un pensiero "altro", che va oltre le mode». Secondo lei, qual è il compito richiesto alla cultura cattolica in Italia? «Direi sostenere e stimolare questa ripresa nella cultura occidentale della ricerca di senso, e quindi di trascendenza. Oggi l'attenzione anche delle università statali ad un'antropologia cristiana è crescente. Occorre mostrare, senza atteggiamenti dogmatici o di arroganza ma con un rigore di pensiero e di argomentazioni, che ci sono cose che valgono». E invece cosa bisogna evitare? «Di rincorrere le mode o farsi prendere dalla frustrazione, se questo cammino è lento. Come dall'altra va evitato il trionfalismo, il voler apparire per forza, il far pesare dicendo: noi abbiamo la verità». Che aiuto può dare la filosofia affinché lo sviluppo della tecnica non porti alla distruzione dell'uomo? «La filosofia ha due compiti fondamentali. Non solo quello epistemologico di valutare il pensiero scientifico, ma anche quello etico di valutarne le implicazioni tecniche che può avere. Del resto è nella natura della filosofia quello di portare la scienza ad una visione antropologica. Non si tratta di bandire e porre veti alla tecnica, né di cadere in forme di romanticismo che non hanno senso; quanto di individuare insieme i modi per saperla adoperare». Ales Bello, lei parla di «femminismo cristiano». In realtà il femminismo che conosciamo, come si è espresso negli anni Sessanta e Settanta, non aveva radici religiose, ma di forte rottura istituzionale. «Certo che il movimento femminista è stato di rottura, ed è servito storicamente moltissimo. Ha saputo richiamare l'attenzione su una questione fondamentale: il ruolo della donna nella società e il suo inserimento effettivo nella struttura sociale. Quello che è mancato probabilmente è stato un approccio filosofico serio, che sapesse cogliere l'articolazione del maschile e del femminile, di questa antropologia duale di cui parla con forza anche Edith Stein». Per tanto tempo si è ritenuto che la dimensione di madre e di moglie fosse contrastante con il lavoro e la realizzazione personale. È così? «Il problema è com'è strutturata la famiglia. Perché c'è un'indubbia specificità materna, ma ce n'è anche una paterna. Vanno quindi ripensati i ruoli. Anche perché la cura dei figli è spirituale, morale e non solo biologica o di assistenza materiale. Quindi non spetta alla sola madre, ma coinvolge pienamente il padre. In questo senso non esiste un istinto materno che privilegia la madre nel far crescere i figli». Resta il fatto che le donne hanno ancora ruoli marginali nella società. «In parte perché non hanno ancora preso coscienza di quanto dicevamo. In parte perché non trovano una strada propria e originale per emergere. O sono tentate dalla ribellione, dalla contrapposizione, che non costruisce. O dall'omologazione, cioè di fare quello che fanno gli uomini. Bisognerebbe rivendicare la specificità della donna». Ma lei crede nelle «quote rosa», o non sono altro che inutili «riserve indiane»? «Non le condivido, ma sono necessarie. Altrimenti come si fa a rompere il muro?». Avvenire, 24 ottobre 2005 |