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Il Trattato che
istituisce la Costituzione dell’Unione europea*
di
Raniero La Valle
Sono grato a Giuliano Amato perché ci ha aiutato a capire il processo
nel quale questa Costituzione si pone, e proprio così a chiarire meglio
le critiche che si possono fare. Credo che la questione sia questa:
senza dubbio c’è un cammino anche costituzionale dell’Europa, c’è una
lunga storia costituzionale che comincia già nel momento delle origini;
ma appunto questo era un processo aperto, un processo in corso, nel
quale sempre di più quella che era un’unione con finalità
prevalentemente economiche e di mercato, diventava un’unione di
cittadini, un’unione di popoli; ed ecco che a un certo punto questo
processo viene per così dire cristallizzato, fissato e risolto in una
Costituzione. Il problema mi pare sia esattamente questo: noi qui non
stiamo parlando di come sia bello e giusto che questo processo ci sia,
né qui si tratta di fare un investimento di fiducia sul fatto che in
futuro questa Europa sempre più si arricchirà di contenuti
costituzionalmente validi, noi qui stiamo giudicando un documento, che
tra l’altro sarà presentato entro un breve tempo a un giudizio politico
dei Parlamenti e in molti casi dei cittadini europei. I cittadini e i
Parlamenti si devono pronunciare su un documento che non è un trattato
come gli altri, ma che da questo momento viene chiamato la Costituzione
europea e questa è appunto la questione su cui si apre la divergenza
perché questa “Costituzione” – non so se lo posso dire come giurista o
come non giurista – non è una Costituzione.
Non è una Costituzione
Amato ci ha detto che sì, per metà e una costituzione; le prime due
parti in realtà sono una costituzione ma le altre parti non sono una
costituzione, sono un enchiridion, sono un massimario di norme di
funzionamento del sistema economico, del sistema produttivo, del sistema
sociale; in sostanza si tratta di un Testo Unico in cui si raccolgono,
con gli aggiustamenti del caso, le norme contenute nei trattati
precedenti. Ma il problema è precisamente questo. Il problema è che
vengono elevati a rango costituzionale contenuti che costituzionali non
sono e non devono essere; e credo che domani non si possa dire: questo
appartiene alla prima parte e quindi è Costituzione, quest’altro
appartiene alle altre parti e quindi non lo è. Si tratta di norme che
non meritano di essere costituzionali, perché per esserlo dovrebbero
appartenere non tanto in modo formale a un documento che si pone come
costituzionale, ma dovrebbero appartenere all’orizzonte e alla storia
del costituzionalismo. Non tutte le costituzioni sono costituzioni; una
costituzione non è tale solo perché ha un rango superiore nella
gerarchia delle norme, è tale perché appartiene alla storia del
costituzionalismo, cioè a quella grande vicenda per la quale si è
passati da situazioni illiberali e da regimi di poteri assoluti, a
regimi di libertà e di diritti proclamati, riconosciuti e garantiti, di
valori fondamentali e di principi di convivenza non revocabili neanche
dalle maggioranze. Ebbene il fatto che invece vengano elevate a rango
costituzionale delle norme che tali non sono, rappresenta una rottura,
un vulnus grave nella storia del costituzionalismo e nella storia della
civiltà del diritto in Europa.
Il documento che abbiamo di fronte sembra appartenere in effetti più
alla storia dei trattati che alla storia del costituzionalismo; ma nel
momento in cui questo lungo compendio di norme di trattati precedenti
diventa una costituzione, a questo punto per la prima volta si dà il
caso che non è una comunità politica, una comunità di cittadini, un
popolo che si fa ordinamento, che si fa Stato attraverso una
costituzione, ma è un regime economico che diventa ordinamento, che
diventa Stato; chiamiamolo pure con il suo nome: per la prima volta non
è una comunità politica che diventa ordinamento, è il capitalismo che
diventa ordinamento, è il capitalismo che assume rango costituzionale,
che assurge a un rango normativo superiore a quello di ogni altra norma;
ed è quel capitalismo non mitigato che oggi conosciamo, che assume come
sua ideologia i principi supremi del libero mercato, il profitto, la
competitività, la concorrenza; questi parametri della vita economica
vengono per così dire assolutizzati e finiscono per mettere fuori legge
o almeno fuori della Costituzione una intera gamma di possibilità, di
idee, di progetti, di prospettive politiche diverse. Perché nel momento
in cui il capitalismo diventa Costituzione – e diventa questa
Costituzione: poi potrà evolversi, potrà cambiare, siamo d’accordo che
si tratta di un processo ma intanto è questa che viene definita come la
Costituzione dell’Europa – allora tutte le prospettive che vanno sotto
il nome di socialismo non solo diventano politicamente difficili nel
clima di oggi, ma diventano addirittura anticostituzionali. L’art. 3
della Costituzione italiana che postula l’intervento della mano pubblica
per realizzare l’eguaglianza, per rimuovere gli ostacoli che sul piano
di fatto, economico e sociale, impediscono lo sviluppo della persona e
la libertà dei cittadini, diventa sostanzialmente contraddittorio con la
Costituzione europea. Qualunque compromesso keynesiano,
socialdemocratico, diventa per cosi dire incompatibile con una
Costituzione in cui le regole economiche sono fissate in modo tale per
cui diventa un obbligo costituzionale far cadere l’Alitalia se non ce la
fa come impresa e magari diventa una forzatura costituzionale, perché
contrastante con le regole dell’economicità e del mercato dei
viaggiatori, fare il secondo binario sulla Verona Bologna; cioè tutto
quello che è il compito della politica per correggere, modificare,
intervenire su quelli che sono i risultati del libero svolgimento delle
forze economiche secondo questo ideale del capitalismo puro che qui
viene recepito, tutto questo, attraverso questo atto di volontà
politica, questo atto di normazione giuridica di livello supremo viene a
essere delegittimato. A questo punto, con questa costituzione, ha
ragione Rutelli quando dice che parole come eguaglianza, egualitarismo,
come socialdemocrazia o democrazia sociale devono essere abbandonate; ma
se pure non sono abbandonate in ogni caso non possono essere
politicamente agite perché se quella che potrebbe pure ammettersi come
scelta politica contingente in questa fase di costruzione dell’Europa
economica, diventa costituzione, diventa norma superiore, rende
politicamente non agibile ciò che vi contrasta.
Io penso
che il problema gravissimo stia proprio nel fatto che ci è stato
segnalato da Amato, nel fatto cioè che si è dovuto accettare l’unione
tra queste due parti del testo. Ha ragione Amato quando dice che questa
scelta probabilmente è stata fatta per ragioni di praticità, di più
spedite procedure parlamentari, per far votare insieme tutti gli
articoli e risparmiarsi giudizi differenziati sull’una e sull’altra
parte del testo. Ma questo è stato il suicidio della costituzione,
perché se la Costituzione sarà respinta, non lo sarà tanto per quanto di
non sufficientemente avanzato è scritto nella prima parte propriamente
costituzionale, ma sarà respinta proprio perché non si può ammettere che
un compendio di norme di trattati che hanno la portata di scelte
politiche contingenti e discutibilissime, destinate a essere
eventualmente superate in uno sviluppo ulteriore della vita politica
economica e sociale, sia invece garantito da copertura costituzionale,
tra l’altro di difficilissima modificabilità data l’estrema difficoltà
del meccanismo di revisione.
La
critica a questo documento non è pertanto una critica che nega i
progressi che esso comporta rispetto a tutta la storia europea, ma è una
critica proprio al fatto che si voglia cristallizzare questa fase e
attribuire ad essa una rigidità costituzionale; questa critica è
precisamente causata da questo errore, da questa pretesa di voler
racchiudere tutto questo apparato normativo nella figura della
Costituzione. Perché noi di una Costituzione stiamo parlando; è chiaro
che poi in sede interpretativa si potrà fare riferimento ai lavori
preparatori, si potrà invocare la storia della formazione del testo, se
ne potrà denunciare l’ibridismo, ma poi alla fine un testo viene
interpretato per quello che dice, non si potrà fare una selezione tra le
norme, declassando quelle che hanno il carattere più minuzioso e
invasivo.
Crisi del costituzionalismo
Questa è
la prima questione. E la seconda è che proprio in questa leggerezza con
cui è stata trattata questa materia da parte dell’establishment europeo
che ha varato questa Costituzione e che ora la propone alla ratifica
degli Stati membri, questa leggerezza per cui non è stato colto il senso
grande che poteva avere questo momento costituente dell’Europa, mi pare
sia il sintomo di una crisi più generale che è la crisi del
costituzionalismo. Noi siamo oggi non solo in questa vicenda europea ma
credo dappertutto, di fronte a una profonda crisi del costituzionalismo,
perché dovunque stanno prevalendo delle costituzioni materiali che
stanno sovvertendo le costituzioni formali, le costituzioni stabilite.
Abbiamo un processo di decostituzionalizzazione che è in corso. La
guerra perpetua, l’attacco all’ONU, la sua delegittimazione, la
neutralizzazione delle grandi Convenzioni internazionali sui diritti,
denunciano una grande crisi del costituzionalismo internazionale.
Abbiamo una crisi del costituzionalismo in America: abbiamo tre diritti
penali, un diritto penale per gli americani, un diritto penale per i non
americani, un diritto penale per i terroristi o combattenti illegittimi,
abbiamo la fine dell’habeas corpus, i due milioni e mezzo di detenuti
nelle carceri americane, la stessa vicenda delle ultime elezioni
presidenziali americane, che è stata sofferta come una rottura
costituzionale da un testimone come Thomas Friedmann, il quale ha detto:
credevo di andare a votare per un presidente, per un programma politico,
mi sono reso conto che andavo a votare per una nuova Costituzione
dell’America; sta cambiando la natura, sta cambiando l’identità
dell’America. C’è poi la vicenda italiana, l’attacco alla magistratura,
le leggi ad personam, il tentativo di tradurre nella riforma della
seconda parte della Costituzione una costituzione materiale già in atto,
con i poteri assoluti per il Primo Ministro, il Parlamento ridotto a
niente, una maggioranza ricattata dal primo ministro, le opposizioni che
non contano più nulla, i loro voti nemmeno verrebbero contati nelle
votazioni di fiducia. C’è la delegittimazione dei giudici, l’ultimo
esempio è l’attacco furibondo che è stato lanciato contro la giudice che
ha cercato di identificare il reato di terrorismo, perché anche il reato
di terrorismo deve avere una sua specificità non può essere una
fattispecie onnicomprensiva di qualsiasi comportamento interpretato come
minaccioso dal potere.
Mentre
in Italia, nella situazione internazionale, in America, accade tutto
questo, la Costituzione europea si pone in questa sindrome di eclissi,
di grave crisi del costituzionalismo, inteso in senso forte. Poi
potranno anche esserci nuove Costituzioni che arrivino a sostituire le
vecchie per formalizzare il degrado già avvenuto, sul piano dei rapporti
politici, dei rapporti giuridici e dei diritti fondamentali; però credo
che di questo si tratti.
Questa crisi del costituzionalismo, a cui secondo me questa vicenda
europea dà una grande spinta - e che poi in quanto crisi dei diritti
interessa tutti i cittadini, tutti gli uomini - è la vera questione, che
comporta poi anche la impossibilita di definire, come dice Prodi, una
"visione" dell'Europa: non c’è una visione, non c’è una missione
dell’Europa. Questa crisi del costituzionalismo vuol dire che si sta
tornando indietro, non solo a un tempo precedente alla grande
costruzione del costituzionalismo democratico del Novecento, ma si sta
tornando addirittura ai primordi del diritto; si sta tornando a quando
Eraclito diceva che “la guerra è comune a tutte le cose”, si sta
tornando alla definizione di Trasimaco, nei dialoghi platonici della
“Repubblica”, secondo cui “la giustizia consiste nell’utile del più
forte”, si sta operando una regressione che va ben al di là di una
controrivoluzione rispetto alle grandi conquiste del Novecento. Si
stanno rimettendo in discussione i fondamenti di quelle che sono state
le linee fondamentali dello sviluppo della civiltà del diritto. Questo è
quello che fa paura e fa dire, di fronte alla Costituzione europea: sì
noi, come giuristi, possiamo anche adattarci con le nostre
giustificazioni, le nostre spiegazioni, i nostri possibilismi, ma il
messaggio che arriva alle popolazioni europee, il messaggio che arriva
al mondo in un momento come questo, è che un grande continente, una
grande comunità di popoli arriva a concepire la propria unità, arriva a
fondare una formazione politica nuova che non c’è mai stata nella
storia, e in tale momento supremo si pone il problema di darsi una
Costituzione: e che cosa produce? Produce questo coacervo di norme sulla
concorrenza, sulla competizione, sul profitto, sulla circolazione delle
merci, e lancia un messaggio di restaurazione, non un messaggio di
dinamicità, di avanzamento, verso maggiori conquiste di diritti,
maggiori conquiste di libertà, di integrazione feconda tra dimensione
pubblica e dimensione privata. Questa credo che sia la vera critica, non
tanto rispetto alle singole norme che qui sono contenute, ma soprattutto
rispetto a questa pretesa, a questa veste con cui si presenta questo
testo, come la identificazione dell’Europa, l’identificazione regressiva
di un soggetto politico che dovrebbe invece giocare in questo secolo, in
questo millennio, un ruolo di avanzamento, di libertà, di diritto e di
pace.
L’anima dell’Europa
Non è vero infatti che questo ripiegamento, questa involuzione siano
senza alternativa. Ciò che vorremmo veder riapparire è l’idea e l’anima
dell’Europa, la cui vera eredità, come diceva il filosofo urbinate Italo
Mancini, non sta nella letteratura, nell'arte o nella religione, che
pure sono state grandi, ma sta nella civiltà del diritto, e nella
giustizia come "gloria del diritto". Questo è ciò che dovrebbe essere
riproposto in una futura Costituzione europea, questo è il compito che
all'Europa resta per il mondo.
Nel
preambolo di questa pseudo-costituzione l’Europa non è riuscita a
parlare delle fedi che l’hanno attraversata, non per uno scrupolo di
laicità, come sarebbe stato giusto, ma perché la sua fede si è
trasferita su un “dio mortale”, che non è più, come agli albori della
modernità, lo Stato, ma è il Mercato, a cui sono stati attribuiti quei
caratteri di trascendenza, di onnipotenza, di provvidenza, di
imperscrutabilità, di insindacabilità e di irresponsabilità che gli atei
devoti ritengono propri di Dio. Solo attraverso una nuova operazione di
laicità, deponendo dal trono questo dio mortale, si può tornare alla
stagione dei diritti, si può fare una Costituzione non per i sovrani ma
per l’Europa dei cittadini, come popolo tra i popoli.
Note:
* Relazione tenuta nel corso del Seminario organizzato dalla Rivista il
25 gennaio 2005 sul tema "Il Trattato che istituisce una Costituzione
per l'Unione europea" sulla base degli interrogativi sollevati da Gianni
Ferrara nel suo scritto "La Costituzione europea: un'ambizione
frustrata"
http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=156
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