Il Carro Siciliano

di Leoluca Orlando

Presidente dell’associazione “ Istituto per il Rinascimento siciliano”

 

“Cultura della legalità”: sembra un gioco di parole, di parole che esprimono realtà diverse; tonda e calda la prima, fredda e squadrata la seconda. Un gioco di parole che stupisce.

E’ la scelta prioritaria nel 2002 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in materia di prevenzione del crimine nel mondo per il prossimo quadriennio.

Ma lo stupore deve continuare. L’ONU indica il rinascimento di Palermo come modello e simbolo per la promozione della cultura della legalità nei cinque continenti.

 

Che cosa è avvenuto a Palermo e più in generale in Sicilia negli ultimi anni del passato secolo e millennio?

 

I cittadini si sono sforzati di contrastare un fenomeno violento ed incivile come la mafia senza diventare essi stessi violenti ed incivili.

Il NO alla pena di morte sino al conferimento della cittadinanza onoraria ai condannati a morte (di qualunque paese e per qualunque motivo: nessuno può uccidere, neanche uno Stato!) e la cittadinanza onoraria al XIV Dalai Lama, il concerto di solidarietà al popolo Curdo oppresso e la cittadinanza onoraria a David Trimble e John Hume, entrambi Nobel per la pace, ma anche la riapertura del Teatro Massimo e la costruzione di decine di edifici scolastici così come il risanamento dell’immenso, bellissimo e per molti anni abbandonato centro storico… lungi dall’essere episodi di protagonismo di una amministrazione periferica, rispondevano - come tessere di un mosaico – ad un preciso, armonico progetto culturale.

 

La nostra esperienza si è rivelata una teoria ed un modello, e non soltanto un’esperienza vitalistica e precaria fatta di disoccupati che chiedono lavoro protestando sui tetti dei palazzi del potere e di cassonetti dei rifiuti rovesciati da dimostranti, fatta di traffico automobilistico bloccato e di continua esortazione a farcela (io speriamo che me la cavo; ovvero … “agghiurnò… ora speriamo ca scura”, come diciamo in lingua siciliana “abbiamo visto il giorno, speriamo di arrivare alla sera”).

 

Quella esperienza oggi gira per il mondo; su di essa è nata una Associazione – The Sicilian Renaissance Institute – che promuove leathership positiva sulla coppia democrazia-legalità.

 

Se è vero che vi è un rapporto fra democrazia e pace, è anche vero che la pace è troppo importante per affidarla soltanto ai militari. Palermo ricorda che vi è un rapporto tra democrazia e legalità, ma la legalità è troppo importante per affidarla soltanto ai poliziotti e ai procuratori.

 

E’ il modello del carro siciliano,  il tradizionale carro siciliano con due ruote, quella della cultura e quella della legalità.

 

Due ruote che devono andare alla stessa velocità, altrimenti il carro non và avanti, gira su sé stesso.

Se cammina soltanto la ruota della legalità senza che giri la ruota della cultura, vi è il rischio che i cittadini dicano che “si stava meglio … quando si stava peggio”.

Se cammina soltanto la ruota della cultura senza che giri la ruota della legalità, vi è il rischio che si organizzi un bel concerto di musica siciliana in onore … di qualche boss mafioso.

 

All’inizio della mia attività di sindaco (nella seconda metà degli anni ’80) io  sembravo – e come me molti sindaci di città siciliane - un poliziotto, un procuratore: parlavo quasi sempre di reati e processi…il carro era fermo, le due ruote erano entrambe ferme ed immerse nella palude della paura e della complicità…bisognava comunque cominciare, far muovere il carro.

 

Grazie all’impegno di coraggiosi poliziotti e magistrati, la ruota della legalità alla fine è partita ed io ho potuto occuparmi dell’altra ruota, controllando con due occhi che le due ruote procedessero alla stessa velocità.

E così è stato – le due ruote hanno girato alla stessa velocità – e Palermo da handicap si è fatta risorsa, da vergogna si è fatta modello.

 

Nella metà degli anni ’80 a Palermo si contavano 240/250 omicidi di mafia, ogni anno e soltanto a Palermo.

Nel 2000 a Palermo si sono contati 8 omicidi, nessuno in collegamento con la mafia.

Nella metà degli anni ’80 a Palermo si diceva che vi era democrazia e libero mercato. Ma quale democrazia, quale libero mercato se l’intera economia era controllata dai mafiosi ed ogni palermitano aveva un parente o un amico ucciso dalla mafia perché era contro o perché era dentro l’organizzazione criminale!

Nel 2000 a Palermo si può parlare di democrazia e di libero mercato: la democrazia a Palermo vive le speranze e i mali – che non sono purtroppo pochi – della complessiva politica italiana ed è possibile a Palermo vivere, lavorare, fare affari senza incontrare la mafia.

All’inizio della mia attività di sindaco, l’Amministrazione comunale non aveva un regolare bilancio né un inventario dei beni di proprietà pubblica; nel 2000 l’Amministrazione comunale di Palermo ha ottenuto da Moody’s il rating – il giudizio di affidabilità sui mercati finanziari internazionali – Aa3, come le Amministrazioni di Stoccolma, Boston, San Francisco, migliore di quello di città come New York, Chicago, per non parlare di Roma, Milano e Torino.

 

Sto dicendo che la mafia non esiste più a Palermo? No!!

La mafia esiste, anche a Palermo.

La mafia però non controlla più come in passato la testa ed il portafoglio dei palermitani. Ma la mafia esiste.

La mafia, quella nuova e vincente, cerca sempre di controllare testa e portafoglio non più invocando e distorcendo valori tradizionali della cultura come onore e famiglia, ma invocando e distorcendo libertà e successo, valori emergenti della cultura italiana. E così  a Palermo convivono una vecchia mafia, oramai indebolita, ed una mafia emergente nuova.

Vi è il rischio che alla vecchia mafia, quella legata alla politica della cosiddetta “prima Repubblica” – che avrebbe dovuto essere spazzata via dall’esplodere della questione morale negli anni ’90 – si aggiunga oggi una nuova mafia, quella che tenta di collegarsi alla politica della cosiddetta “seconda Repubblica”.

La  Mafia della prima Repubblica legata alle distorsioni dell’economia delle rendite, la Mafia della seconda Repubblica legata alle distorsioni dell’economia dei profitti.

 

Oggi l’esperienza vissuta a Palermo negli anni ’90 si fa modello e supera i confini della realtà condizionata della mafia.

La mafia in passato era un “genus”; e questo genus coincideva con la mafia siciliana.

La mafia era la mafia siciliana – la mafia era la Sicilia, la Sicilia era la mafia.

Nel tempo si è diffusa la consapevolezza che la mafia siciliana è una “species”; quella russa un’altra, quella cinese un’altra ancora, quella colombiana ancora un’altra….

 

Oggi riflettendo sulle diversa mafie del mondo, possiamo affermare che il genus non è mafia ma quella che si chiama “illegalità identitaria”; una illegalità che si collega ad identità.

 

Se veniamo aggrediti da un rapinatore che vuole toglierci del denaro, basta chiamare la polizia e la Magistratura. Ma se veniamo aggrediti da un rapinatore che vuole toglierci del denaro invocando l’orgoglio corso, l’identità basca, l’insegnamento del profeta Maometto o le parole di Cristo o di Javhè…non basta chiamare la polizia, la Procura…occorre la seconda ruota del carro siciliano, la ruota della cultura.

Cioè la scuola, il mondo dell’informazione, gli uomini di religione, la società civile.

E torna – con riferimento ad ogni violazione di diritti umani ad opera di banditi e terroristi di ogni identità culturale – la ruota della cultura, quella ruota che a Palermo ha contribuito a liberare la testa dei cittadini dall’egemonia della mafia.

 

Cultura – è chiaro ormai – è musica, è danza, è però in primo luogo consapevolezza dell’identità individuale e comunitaria e suo collegamento al rispetto della persona umana, di ogni persona umana.

 

Ogni identità culturale è esposta al rischio di mortificare la persona umana, i diritti fondamentali di ogni persona. E’ il fenomeno, la teoria che, partendo dal celebre libro di Salman Rushdie e dall’esperienza del Rinascimento di Palermo, chiamo “dei versi satanici”.

Quando un valore, un segno culturale viene usato per mortificare diritti umani esso valore, esso segno, si fa verso satanico. Così l’onore e la famiglia sono stati dalla mafia usati come versi satanici, per uccidere, per rubare …. In nome dell’onore, in nome della famiglia.

Così l’orgoglio basco, cattolico-irlandese, corso, sono stati dal terrorismo basco, cattolico-irlandese, corso, come versi satanici per uccidere, per rubare… in nome di quello stesso orgoglio.

Così il rispetto della legge da parte del popolo tedesco, è stato dal nazismo usato per ottenere obbedienza verso le leggi razziali… in nome proprio di quel tradizionale tedesco rispetto della legge.

Così la libertà, la sicurezza, il benessere possono essere usati come versi satanici quando vengono invocati per uccide, per rubare, per violare diritti delle persone umane.

E’ l’esperienza di Palermo che dice tutto questo.

E noi siciliani abbiamo una grande esperienza della quale non possiamo vantarci…Gorge Bernard Shaw ci ricordava, infatti, che l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori …e noi  siciliani abbiamo una grande esperienza perché abbiamo commesso molti e grandi errori.

 

La Mafia esiste ancora: violenta e indebolita quella che usa l’onore, la famiglia e l’amicizia come versi satanici; seducente e rampante quella che usa la libertà, successo e benessere come suoi versi satanici.

Sebbene ugualmente pericolose, si può resistere ad entrambe queste mafie: questa è la lezione che giunge dalla Sicilia.

Con le due ruote del carro siciliano, con il rispetto della legge e dell’identità, con la cultura della legalità nata in Sicilia tra dolore e paura, rabbia e speranza, è possibile resistere a tutte le mafie in ogni parte del mondo, così come a tutte le manifestazioni di “illegalità identitaria”.

Questa lezione, che il Consiglio economico e sociale delle nazioni Unite ha adottato e fatto propria, si è affermata come scelta strategica per la prevenzione del crimine in tutto il mondo.

Questa lezione ha bisogno di essere continuamente aggiornata e sostenuta per evitare distorsioni dell’economia, affarismo,selvaggio e capitalismo senza regole, l’isolamento e la mortificazione degli operatori della giustizia e la perdita del senso di responsabilità.

Tutte conseguenze che potrebbero portare, e non solo in Sicilia, un terribile ritorno alla stagione delle stragi.

 

Tutte le preoccupazioni rischiano di divenire tragica realtà se continua a promuoversi in luogo di cultura ed economia della legalità cultura  ed economia dell’illegalità.

E’ purtroppo quanto accade in Italia, per fortuna, è ancora uno Stato di diritto dove svolgono funzioni di garanzia il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, l’Italia, per fortuna, è all’interno di un processo di integrazione europea che pone limiti agli accessi non solo finanziari e monetarie e, in primo luogo, è costituita da milioni di cittadini che anche al di là delle scelte politiche esprimono disagio e contrasto rispetto alla illegalità e ritengono necessario per uno Stato che voglia essere di diritto e democratico promuovere valori, diritti e doveri, promuovere cultura ed economia ella legalità.

 

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