IL VATICANO II: EREDITA’ E PROSPETTIVE

di Alfredo Lobello

 

  1. Cosa intendiamo per Concilio Vaticano II ?

A quarantanni dal Concilio Vaticano II secondo l’approccio antropologico di Gaudium et spes la Chiesa dovrebbe chiedersi se è diventata più amica dell’uomo, rendendo Cristo fratello, oltre che Signore. Il Concilio non è stato solo un fatto concepito ad intra del contesto ecclesiale, ma la storia dell’umanità contemporanea ha influenzato Papa Giovanni XXIII nel momento in cui assumeva la decisione di avvio del percorso. Attingiamo dalla ricostruzione che ci ha lasciato un testimone diretto, don Giuseppe Dossetti: ”Di tutti questi mutamenti[1] intervenuti nel mondo e nella Chiesa, Papa Giovanni ebbe un’intuizione sintetica che, unita alla sua consapevolezza storica circa il modo con cui la Chiesa antica affrontava con i Concili le epoche di rinnovamento, gli fece balenare una luce improvvisa e pacata, e decidere con umile risolutezza (come egli stesso ebbe a dire) la convocazione di un Concilio ecumenico. (…) Così il Papa collegava la sua lettura dei segni dei tempi che la Chiesa attraversava con la sua convinzione relativa alla tradizione consiliare, come una forma che la storia della Chiesa ci ha insegnato e che pur sempre ha ottenuto ubertosi risultati. (…) In tale quadro, il Concilio è chiamato a compiere quest’opera: il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige, proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da venti secoli per un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno. Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, e altra al formulazione del suo rivestimento.” (Il Vaticano II, frammenti di una riflessione, pagg. 195-197)

Si avverte oggi insistentemente l’esigenza di una verifica articolata delle realizzazioni conseguenti alle novità spirituali e culturali suscitate dall’evento straordinario del Concilio e trasfuse nei documenti elaborati: cercare corrispondenze nella ispirazione di programmi e azioni pastorali, interpellare testimoni ed interpreti, sollecitare una rilettura completa e diffusa nelle comunità cristiane, “ruminare” i testi fondamentali delle Costituzioni, elaborare una storia fedele ma rappresentativa della straordinarietà degli avvenimenti conciliari. Proviamo a porci alcuni interrogativi sulle esperienze vissute recentemente in ricerca dei segni dei tempi: quale valore è stato/non è stato riconosciuto ad esperienze dialogiche come la cattedra dei non credenti, sperimentata dal Card. Martini a Milano ? Il confronto con intellettuali “laici” cercato dalla CEI in varie occasioni ha arricchito la conoscenza dell’uomo oppure si è nel tempo trasformato in una prova di accreditamento, vista la carenza di platee ? La ripresa delle Settimane Sociali ha condotto a momenti di verità per percorrere nuove strade di servizio o si è esaurita in carrellate verbose di rappresentanti dell’arcipelago cattolico ? Il Giubileo ha rappresentato una vera e propria crisi di accesso ad una dimensione diversa dell’ecumenismo, del perdono, della solidarietà ?  

 

2.       La caratterizzazione di Gaudium et spes

“Non è mossa la Chiesa, da alcuna ambizione terrena; essa mira a questo solo: a continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non a essere servito” (GS, n. 3). La conclusione del proemio di Gaudium et spes introduce la categoria fondamentale in base alla quale la Chiesa può operare, a fianco degli uomini ed in spirito di dono totale senza intenti direttivi. Il Card. Ruini ha annotato:”(…) i rapporti tra Chiesa e mondo vengono concepiti nei termini di una fondamentale reciprocità, dove la Chiesa, come fermento della storia, dà un decisivo aiuto al mondo ma da esso a sua volta ha ricevuto e può ricevere molto, perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano.(…) La nota saliente, nell’atteggiamento e nel giudizio della Gaudium et spes nei confronti di questo mondo che si evolve, è chiaramente quella della simpatia e dell’apprezzamento”[2]. Se si intende far vivere la Gaudium et spes non si può che vivere con questa umanità, con i suoi peccati e le sue grazie, sorreggendo la pluralità delle forme di vita che liberano l’uomo. Da un punto di vista sociale e politico si può pensare a questioni molto concrete rispetto a cui far crescere la coralità di credenti e non credenti; proviamo considerarne alcune: la solidarietà tra generazioni ed alla parità uomo-donna, la cooperazione internazionale ed il rafforzamento dell’ONU, la ridefinizione delle regole di accesso al credito ed alle fonti energetiche, la composizione nonviolenta dei conflitti. 

Torniamo alla fonte della nostra ispirazione: “I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio devono essere riconosciuti, rispettati e promossi, non meno dei doveri ai quali ogni cittadino è tenuto. Tra questi ultimi non sarà inutile ricordare il dovere di apportare alla cosa pubblica le prestazioni, materiali e personali, richiesta dal bene comune. (…) Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica. Essi devono essere d’esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità. Devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali e rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendano in maniera onesta il loro punto di vista” (GS, n. 75).

  

  1. Un pastore ispirato al Concilio: Don Tonino Bello

Una  disposizione speciale all’incontro ed all’ascolto la chiesa italiana ha potuto sperimentarla nella vita di un pastore del Sud: Don Tonino Bello. Simpatia e apprezzamento per gli uomini che ha conosciuto sulla sua strada ha potuto dimostrarli in tanti modi ed occasioni diverse.  Ha seguito da vicino le vicende del Concilio e si è innamorato in particolare della Gaudium et spes che dall’introduzione gli pareva una ouverture musicale. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco ne loro cuore (GS, n.1)”. Ed in suo scritto ha così commentato: Con queste parole, il 7 dicembre 1965 la Chiesa planava dai cieli della sua disincarnata grandezza e sceglieva di collocare definitivamente il suo domicilio sul cuore della terra. “E quel prete ugentino, che aveva accompagnato il suo vescovo al Concilio, di ciò era convinto. (…) Alla sua Chiesa, resa finalmente adulta, egli ha indicato il cammino per fare della storia quotidiana una storia di salvezza, ovvero di gioia, non mancando, lui, di illuminarlo dall’alto con il suo sorriso”[3]. E con il sorriso è riuscito a dialogare assiduamente anche con non credenti; lo ha riconosciuto esplicitamente Franco Cassano: “Il problema che don Tonino lascia alla cultura laica è una domanda: è essa ancora capace di parresia ? Esiste uno splendido saggio di Michel Foucalt su questa parola. Questa parola, dice Foucalt, illustra il momento in cui la verità non si allea con il potere, ma quello in cui assume una funzione critica rispetto al potere, l’apertura della dimensione critica nel pensiero occidentale (…) La cultura laica e quella della fede si possono incrociare proprio in questa parresia, nella capacità di rifiutare ogni complicità con il potere nel dire ad esso la verità, quale che sia  il fondamento di questa volontà di dire la verità: il coraggio del cittadino o l’ispirazione divina del profeta”[4].

Memorabile ancora oggi rimane il rispetto profondo dei laici, una vera e propria lezione di laicità, da riscoprire oggi, quando il tema viene sviluppato per opportunismi politici, in mancanza di intuizioni profetiche. Nel suo Lessico di comunione ha scritto esemplarmente: “Laici cresimate il mondo! Prendete atto della dignità a cui il Signore vi ha chiamati assimilandovi alla sua missione sacerdotale. Questo significa, innanzi tutto, che dovete sforzarvi di essere santi come lui è santo. Amate il mondo. Fategli compagnia. E adoperatevi perché la sua cronaca di perdizione diventi storia di salvezza. Tocca avoi annunciare lieti messaggi ai poveri con opportuni codici di trasmissione, e rimettere gli oppressi in libertà con adeguate tecniche di emancipazione. Rifondate rapporti nuovi con i ministri ordinati, a partire dal vescovo. Non sfiancate la fantasia dei vostri pastori costringendoli ad assecondare la staticità ruminante del gregge”[5].

  

  1. Progetto culturale ed orientamenti della Chiesa italiana

“I cristiani, in cammino verso la città celeste, devono ricevere e gustare le cose di lassù; questo tuttavia non diminuisce, ma anzi aumenta l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano” (GS, 57).

La nostra società è eccessivamente rappresentata negli aspetti dinamici, mentre sono pochi considerate le ragioni ostative  - limitandoci al contesto italiano - dello sviluppo umano, in particolare di giovani e donne. Il nostro paese sta negando, o per lo meno rimandando, il futuro di generazioni che accedono tardivamente alla fase adulta. La fragilità dei legami, la reversibilità delle scelte, il pensare breve, la difficile ricerca di una dimensione comunitaria, di un “noi” oltre “l’io”. Sennet ha lapidariamente scritto:”C’è la storia, ma nessuna narrazione condivisa delle difficoltà, e quindi nessun destino condiviso. In queste condizioni, la personalità si corrode; è impossibile rispondere alla domanda:”Chi ha bisogno di me”?”[6]. Tante, dunque, le ragioni di smarrimento dell’uomo contemporaneo! Ha scritto recentemente Mons. Forte, a commento del Sinodo dei Vescovi [7]: “La Chiesa è nella storia e per la storia, pur venendo da altrove e andando altrove: ma  è questa commistione fra storia ed eternità che la rende significativa nel tempo di oggi, non meno che nei duemila anni della sua vicenda.” La Chiesa italiana nel Terzo Millennio dovrebbe trovare il modo di conoscere e valorizzare le esperienze, oltre alle tracce di presenza del Signore, che rappresentino concreti esempi di promozione umana; in prima analisi si può fare riferimento alla ricchezza delle esperienze associative, dell’economia civile e della finanza etica, della cittadinanza attiva. Il Convegno di Verona può dare senso ad un momento di coscientizzazione e progettazione – e la Traccia preparatoria risulta positivamente argomentata a riguardo - per rivalutare la testimonianza della comunità cristiana nella società italiana ed orientarla all’autentica missionarietà del Nuovo Millennio. Se Zagrebelsky ha intelligentemente posto il tema di una possibile nuova dicotomia tra laici (credenti e non credenti) e clericali (credenti e atei), Enzo Bianchi ha lucidamente affrontato – nel libretto dal titolo: “Quale futuro per il cristianesimo?” -  la questione della differenza cristiana: “ Se la differenza cristiana richiede (e sempre più richiederà) alle chiese di dare forma visibile e vivibile a comunità plasmate dall’evangelo, ciò dovrà manifestarsi soprattutto in una concreta attenzione ai poveri, agli ultimi della storia, coloro che saranno il vero criterio del giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Ma c’è di più. Per noi cristiani i poveri sono certamente il segno di Cristo (cf. 2Cor 8,9), ma sono anche sacramento del peccato del mondo, e nell’atteggiamento verso di essi si misura la nostra fedeltà al Signore e la capacità di vivere nel mondo quale corpo di Cristo”[8].

In ragione di una riscoperta dello spirito dialogante di Gaudium et spes, si potrebbe assumere la visibilità presso i poveri (di ogni e svariato genere essi siano) come architrave del nuovo progetto della Chiesa in Italia , facendo  esercizio di pastorale integrata nell’offerta al Signore di povertà dell’ambiente, della cultura, della società, dell’economia, del diritto, della scienza.

Alfredo Lobello


 

[1] L’era planetaria, l’era atomica, il divario più accentuato tra ricchi e poveri, l’evidenziarsi di una società opulenta, l’inasprirsi delle conflittualità, il diffondersi di nuovi costumi, la fragilità del diritto in tutti i paesi, il dissolversi della filosofia, l’appropriazione di una quota di magistero episcopale da parte di  certi teologi, la crisi del clero e delle vocazioni sacerdotali, ndr.

[2] In Nuovi segni dei tempi, 2005, Mondatori, Pag. 37-38

[3] Tratto da I. Pansini, Don Tonino e la Chiesa che è in Molfetta,  in AA.VV., Don Tonino Vescovo secondo il Concilio, 2004 Edizioni la meridiana

[4] Tratto da F. Cassano, Beati gli uomini del Sud,  in AA.VV., Don Tonino Vescovo secondo il Concilio, 2004 Edizioni la meridiana

[5] Liberamente tratto da Antonio Bello, Temi generatori, 1995, Edizioni Insieme

[6] R. Sennet, L’uomo flessibile, Feltrinelli, pag. 148

[7] Il Sole 24 ore, 23/10/2005

[8]Scrive (Don Tonino, ndr) in un’omelia, tenuta a Bologna il 18 novembre 1989, al terzo ordine francescano secolare: I poveri sono il luogo teologico dove Dio si rivela e da cui deve partire  ogni dinamismo di evangelizzazione…i poveri salveranno il mondo…sono l’identikit di ciascuno di noi, perché il terzomondiale è l’immagine della nostra precarietà e lo zingaro è il simbolo del nostro essere stranieri per gli altri, precursori di n mondo diverso, senza barriere. Essi ci evangelizzeranno, perché sono spina nel fianco del mondo, nel nostro fianco…”, tratto da G. Bregantini, Don Tonino tra Bibbia e giornale, in AA.VV., Don Tonino Vescovo secondo il Concilio, 2004 Edizioni la meridiana

 

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