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L’IDENTITÀ CRISTIANA E IL FANTASMA DELL’ASSEDIO
di
GUSTAVO ZAGREBELSKY
la
Repubblica
- MERCOLEDÌ, 05 OTTOBRE 2005
L’odierna discussione della «questione cattolica» è resa particolarmente
difficile da una comune ma opposta disposizione d’animo diffusa sia nel
mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome da
accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in
perfetta buona fede, considerano la propria religione insidiata nella
sua stessa esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico,
edonismo, materialismo, scientismo; che per molti laici, altrettanto in
buona fede, è invece l’attivismo politico della Chiesa a minacciare i
principi stessi su cui il loro mondo si fonda: pluralismo di fedi,
convinzioni e modi di vivere, rispetto delle coscienze, autonomia del
diritto dalla morale, libertà della scienza. Per ognuna delle parti,
l’altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo scontro e
meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare le
fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi,
nell’uno e nell’altro campo, opera per tenerlo vivo.
La
«questione cattolica» è una messe di questioni: cristianesimo e
identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo
binomio.
Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al Cristianesimo
come religione civile, come strumento di governo delle società. Le
discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea
sono state dominate dalla questione dell’identità cristiana. La stessa
idea si riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della
posizione materiale e simbolica che è giusto assegnare alla religione
nella vita pubblica. Nella controversia circa l’esposizione del
crocifisso nei luoghi pubblici, alla libertà e uguaglianza delle
coscienze si contrappone l’identità religiosa come valore nazionale. I
privilegi che la Chiesa rivendica come diritti (insegnamento della
religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti diretti e
indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse istituzioni,
ecc.) si vogliono giustificare con l’essenza cattolica dell’identità
nazionale. Ancora l’identità è invocata tutte le volte che si toccano
temi di morale tradizionale, come la famiglia e la procreazione. Infine
l’identità in pericolo è l’argomento principe di coloro che – cattolici
e non cattolici – propugnano una politica di difesa aggressiva nei
confronti dell’Islam.
SEGUE
A PAGINA 50
In
tutti i casi, identità è la cittadella assediata, l’ultimo fortino da
difendere, magari attaccando, prima della capitolazione. Questa
resistenza unisce cristiani credenti e cristiani non credenti che si
dicono tali per ragioni politiche (teo-con, atei-devoti o come
altrimenti li si denominino).
La
spendita politica del Cristianesimo va di pari passo con una triplice
riduzione: A) dell’identità a storia; B) della storia europea a
Cristianesimo e C) del Cristianesimo a Chiesa. In tal modo, il gioco è
fatto: la difesa dell’identità finisce con l’allineamento alla Chiesa.
Vediamo.
A).
Identità è un modo per dire «carattere essenziale». Nel dibattito
pubblico, la parola è stata banalizzata. Quasi non c’è «opinionista» o
uomo politico che non se ne serva a piene mani. Ma la banalità nasconde
le ambiguità. Soprattutto, occulta la domanda se l’identità sia un fatto
oppure, nei limiti in cui siamo capaci di elaborare e selezionare
culturalmente il nostro passato e progettare un avvenire, un’elezione.
Come se non potesse essere altrimenti, la si assume come fatto o,
meglio, insieme di fatti, cioè storia. La questione dell’identità, nella
sua essenza, è una questione di filogenesi storica, di competenza della
storiografia.
Siamo
prodotti della storia e non possiamo negare la storia senza negare noi
stessi. Quante volte si è detto: non possiamo recidere le radici! E le
radici sono un dato della vita naturale.
Questa
concezione dell’identità è acritica e aggressiva e corrisponde all’idea
di sé propria delle società tribali. E’ acritica, perché nell’identità
in cui dovremmo riconoscerci starebbero, allo stesso titolo e col
medesimo valore, il centurione che presso il Colosseo ci ricorda il
panem et circenses, l’Accademia dei Lincei che rinnova il ricordo
dell’Umanesimo italiano, la Marcia su Roma e le Fosse Ardeatine, per
fare qualche esempio. Non è forse una coincidenza se una certa
storiografia revisionista che, tramite assoluzioni generalizzate e
appiattimento dei valori, chiede l’assunzione in blocco del passato
nella nostra identità «nazionale» è la stessa che difende il
Cristianesimo come religione civile. Ma questa concezione è anche
aggressiva. Di fronte alle sfide, non ci possiamo mettere in
discussione. Se lo facessimo, tradiremmo noi stessi o il gruppo cui
apparteniamo. L’unica possibilità è l’autodifesa e qualunque mezzo è a
priori legittimo, anzi santo. Appellarsi all’identità equivale a battere
il pugno sul tavolo contro gli estranei che sono o si affacciano tra
noi.
Una
volta «chiarita» la nostra autentica identità, che cosa dovrebbe fare
chi non vi si riconosce o, peggio, non vi è riconosciuto dagli altri?
Dovrebbe accettarla obtorto collo, per non essere meno cittadino? O
dovrebbe addirittura scomparire, se i caratteri dell’identità (come
l’etnia o la «razza») non permettessero adattamenti? E’ una storia
antica. Non si è compreso che, dietro una parola apparentemente dotta,
minacciosamente fa di nuovo capolino il nazionalismo etico. Ma non
dovrebbe essere la Chiesa a rifiutare questa idea di identità: proprio
la Chiesa cattolica che, tra tutte le chiese, è la più orientata
all’azione missionaria? Il proselitismo nel campo occupato da tutte
altre tradizioni religiose non si basa forse sull’idea che ogni persona
e i popoli interi possono essere artefici della loro identità, che non
l’ereditano come un fagotto obbligatorio?
B). La
civiltà europea come storia solo cristiana è un’idea onnivora, già a
prima vista bizzarra. Eppure, è proprio questo che gli apologeti della
religione civile cristiana sostengono quando attribuiscono al
cristianesimo la primogenitura in tutto ciò che oggi ci pare buono e
bello. Si dice, ad esempio, che la democrazia - vanto dell’Occidente -
non vive senza condizioni: fiducia reciproca, pari dignità degli esseri
umani, senso di responsabilità e di giustizia, tolleranza e rispetto;
che tutto ciò è ethos cristiano e che dunque la democrazia è figlia del
Cristianesimo. Così, però, si gioca sull’equivoco. L’affermazione può
valutarsi diversamente a seconda che per Cristianesimo s’intenda
messaggio cristiano o storia della Chiesa.
Limitiamoci al rispetto e alla tolleranza. Certamente, il messaggio
cristiano non giustifica nulla che faccia violenza alla libertà. Il
Cristo non obbliga nessuno. Nella grande tentazione satanica del deserto
(Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13), egli rifiuta la coercizione delle coscienze:
rifiuta il comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni
materiali che corrompono. Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la
chiamata, se non un poco di tristezza (Mt 19, 23; Mc 10, 22; Lc 18, 23).
La conversione è, per antonomasia, l’atto di libertà della coscienza. Ma
chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece piuttosto
avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia
praticato più l’imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi
potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome
della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da
ignorare che l’unica «libertà» riconosciuta è stata a lungo quella di
aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà
diversamente indirizzata è stata oggetto di dure condanne?
Le
libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell’autorità della
Chiesa: una contestazione che, in taluni casi, ha preso a base lo
spirito evangelico dell’uguale dignità dei figli di Dio per
rivolgergliela contro ma, in molti altri, ha avuto radici apertamente
razionaliste, immanentiste, teiste, scientiste, atee: in genere a - o
anti-cristiane. Senza di ciò, la Chiesa stessa non sarebbe quella che è:
la Chiesa che si è disposta ad accettare la sfida del «mondo moderno»,
cioè del nemico contro il quale per molti secoli aveva militato.
La
storia d’Europa non è dunque storia solo cristiana, nemmeno storia
cresciuta tutta entro le contraddizioni generate dalle possibilità del
logos cristiano.
Non ci
sono ragioni d’opportunità o d’opportunismo che giustifichino autentiche
appropriazioni indebite, per esempio in tema di diritti umani. Secondo
la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l’ordine
naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la
tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si
rovescia addirittura e il diritto diventa prerogativa dell’individuo che
autonomamente agisce nella società. Scavando nelle controversie tra
papato e ordini monastici, nelle glosse dei giuristi medievali e nella
filosofia della cosiddetta seconda scolastica, qualche studioso ha
rintracciato qua e là rari e sempre discutibili indizi di uso del
termine ius in senso soggettivo, invece che oggettivo, e ha concluso che
nemmeno la concezione moderna dei diritti può ascriversi a un pensiero
diverso da quello cristiano. Tali tentativi di revisione storiografica
hanno avuto una ragione di politica culturale precisa, legittimare
quella che a molti, all’interno del mondo cattolico, poteva apparire una
cesura nelle radici: l’adesione del Concilio Vaticano II allo spirito
moderno dei diritti umani. La fondatezza di questi studi, pur mossi
dalle migliori intenzioni, è però più che dubbia. Ma è bastato il
tentativo perché ci si sia buttati senza discernimento, non temendo di
relegare in secondo piano, quasi come sottoprodotto, i diritti umani
sorti dalle comunità riformate, dal razionalismo, dal liberalismo, dal
socialismo: diritti che la dottrina della Chiesa ha per secoli
condannato e, sotto certi aspetti, ancor oggi condanna nei suoi massimi
documenti normativi.
Questa
cedevolezza fondata sulla dimenticanza non è solo fastidiosa. È è anche
dannosa, perché appiattisce le cose nel più insulso degli accomodamenti,
concettualmente e moralmente privo di nerbo. Tutto sembra la stessa
cosa. Invece, la dottrina laica dei diritti non è quella cattolica, come
risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è
l’uguale diritto altrui; per la seconda, l’ordine naturale giusto. La
differenza è capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda,
alla giustizia.
Valori
diversi e, in certi casi, anche in conflitto, come constatiamo, ad
esempio, a proposito del riconoscimento delle unioni al di fuori della
famiglia tradizionale: per gli uni, non fanno male a nessuno; per gli
altri, sono comunque «disordinate».
Solo
mantenendo le differenze si può salvare la ricchezza delle diverse
tradizioni: nella specie la tensione alla libertà (contro il quietismo
oppressivo della giustizia) e la tensione alla giustizia (contro la
prepotenza senza limiti).
C). In
ogni caso, il Cristianesimo non è solo istituzione mondana. La riduzione
dell’uno all’altra ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione della
parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito
cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali
definita o una forma politico-culturale realizzata. Addirittura, non può
nemmeno mai identificarsi pienamente con un’organizzazione
confessionale, una chiesa o una «comunione di santi» storicamente
determinate.
Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o
chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere
l’infinito. Una tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e
la Chiesa, secondo un monito di Soren Kierkegaard, sarebbe addirittura
«annientata».
Il
Cristianesimo è «spada che divide» il mondo (Mt 10, 34-35; Lc 12,
51-53); è «dal mondo» ma non «del mondo» (Gv 15, 19). Il Cristianesimo
come «religione civile» sarebbe una confusione letteralmente
anti-cristiana. Il messaggio di Gesù di Nazareth diventerebbe
un’ideologia come un’altra, un collante sociale ambiguo e mellifluo, al
servizio di ordinamenti costituiti. Per questo, è segno di totale
sbandamento, è anzi motivo di scandalo, l’applauso opportunistico che
certi «cristiani per fede» (chierici e laici) tributano oggi a certi
«cristiani solo per politica».
«La
Chiesa è una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di
un elemento divino»; essa «è visibile ma dotata di realtà invisibili
[...], presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina»: dice il Catechismo
della Chiesa cattolica (n. 771), aggiungendo una splendida citazione da
Bernardo di Chiaravalle ove, a commento del Cantico dei cantici, si
paragona così la donna amata alla Chiesa: «corpo di morte, tempio di
luce [...] Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme [Ct 1,5]: se
anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna
tuttavia la bellezza celeste». Su questa doppia natura, proprio la
Chiesa cattolica ha costruito la dottrina che le consente di passare
indenne attraverso errori e anche nefandezze dei suoi uomini.
Essi,
per quanto infedeli al Vangelo di Cristo, non ne intaccano lo spirito.
Non si giudica il Cristianesimo solo a partire dai cristiani: nonostante
i loro peccati, la Chiesa è santa e non per la virtù dei suoi figli ma
in virtù dello spirito. Questa tensione è ciò che immunizza la Chiesa -
institutio divina ma «sempre bisognosa di purificazione» (Catechismo, n.
827) - dall’effetto mortifero dei suoi peccati. Ma se la Chiesa rinnega
la sua dualità? Se i suoi uomini si attribuiscono il pieno possesso
dello spirito confondendolo così con quel mondo che essi sono, come
potrà non valere anche per la Chiesa la legge inesorabile di tutte le
istituzioni «secolarizzate» che si insudiciano della corruzione dei loro
membri e, alla fine, ne sono travolte?
All’inizio del terzo Millennio, il papa Giovanni Paolo II ha ritenuto
necessario chiedere perdono a Dio per un’impressionante sequela di
misfatti della Chiesa cattolica, tutti dovuti a commistioni di fede e
potenza mondana. È stata un’ammissione di colpa rivolta al passato ma
nulla impedisce di ipotizzare che altre ammissioni domani dovranno
ripetersi con riguardo al nostro presente, quando sarà anch’esso
passato. Questa è umiltà cristiana. Sbagliare compromettendo nell’errore
lo spirito divino, oltre che se stessi, sarebbe invece il massimo
dell’orgoglio.
In
breve, ricapitolando i tre punti, possiamo dire che la riduzione
dell’identità a mera storia è una seduzione tribale; la riduzione della
storia europea a storia cristiana, un falso storico; la riduzione del
Cristianesimo a Chiesa, un peccato contro lo spirito. Che ne viene,
allora? Allora, non limitiamoci a confrontarci su ciò che siamo stati ma
ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere; diamo al
Cristianesimo il posto che gli spetta nella storia spirituale europea,
non come tutto bensì come parte di un tutto assai più vasto e composito;
riconosciamo alla Chiesa il pieno diritto di partecipare, insieme agli
altri, alla definizione delle nostre identità collettive, ma in parità
morale con ogni interlocutore, senza che il nome cristiano giustifichi
una pretesa d’incontestabilità.
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