Referendum

I cattolici e la devolution

di Luciano Nicastro

 

Se c’è stata in Italia una esperienza politica di popolo, “singolare, decisiva e coinvolgente”, questa va cercata nel secondo dopoguerra quando, attraverso l’insegnamento sociale di Papa Pio XII, venne proposta agli italiani e a tutti gli uomini, dopo la dittatura fascista, la “democrazia” come valore “cristiano”, fondata sulla dignità della persona umana ed invocata come anima, scopo e missione civile e religiosa del cattolicesimo politico. Era indicata in modo “forte” nella veste della intransigenza morale e politica come affare di civiltà  in cui si scommetteva la stessa libertà  religiosa.

Come è noto il cattolicesimo politico italiano sin dal  sorgere dello Stato Unitario era stato caratterizzato da un sentimento di estraneità, di diffidenza e di ostilità rispetto alla esperienza politica della nuova Italia unita perché era nata contro la Chiesa e si era sviluppata con una cultura  laicista, anticlericale e “positivista”, tipica di un  liberalismo e di un parlamentarismo punitivo ed iconoclasta (vedi ad esempio la legge dell’asse ecclesiastico!). La democrazia come valore cristiano era difficile da accettare. Si dirà che il contesto storico di allora era profondamente diverso e che la logica del tempo spiega e incerti casi giustifica i condizionamenti e le riduzioni.

Eppure  in questi nostri anni, pur in un mutato contesto, sono ritornati in discussione i temi di uno scontro politico sul piano costituzionale che, nato come riformismo, ha via via assunto con il berlusconismo il volto “aggressivo” del revisionismo storico e culturale, unilaterale, facilone quanto irresponsabile, rivestito dei panni della modernità e investito della pretesa di rifondare uno Stato liberale in Italia. L’appoggio dato a questo percorso governativo unilaterale ha forse favorito una svolta culturale e politica di alienazione  cattolica sulla questione della democrazia  in quanto chi ha militato nel Centrodestra, in buona sostanza, ha ritenuto ammissibile sul piano morale l’ipotesi culturale e politica della dittatura del premierato “forte” sull’equilibrio democratico e parlamentare della Costituzione del ’48.

Così è arrivata al suo esito finale una stagione contorta e contraddittoria del riformismo costituzionale che nella devolution ha trovato la natura che Giovanni Sartori ha definito  come il “male maggiore” per l’Italia. Come si vede la posta in gioco per il Paese, e per i cattolici in particolare, che hanno storicamente avuto il merito della “ricostruzione” del Paese sul piano Costituzionale, formale e materiale, etico e politico è diventata decisiva. Alcuni ritengono invece  che sono in gioco solo questioni opinabili e tecniche, sostanzialmente lontani dalla questione di valore. Si dice che non è messo in discussione il valore della democrazia per cui  pensare in questo modo sarebbe concettualmente una forzatura dialettica e politica.

Forse il nodo del dibattito anche per i cattolici italiani è tutto qui se non si sale “al piano superiore”. La tanto invocata “unitas in necessariis” non è prevalsa in tutti i parlamentari cattolici in occasione dell’approvazione della scellerata riforma elettorale, fatta dalla CdL di Berlusconi, alla fine della legislatura, che, con la eliminazione del voto di preferenza, ha colpito al cuore la sostanza etica della democrazia dello spirito e della partecipazione popolare in nome della democrazia del consenso e della delega.

Non si tratta di recriminare sulla fine della unità politico-partitica dei cattolici ma di valutare attentamente e responsabilmente i danni di cultura politica che la stagione del berlusconismo ha prodotto anche nei cattolici sulla questione della democrazia come valore strutturalmente e intrinsecamente cristiano, secondo le giustificazioni fondative del personalismo comunitario di Mounier e Maritain e l’insegnamento sociale della Chiesa da Pio XII a Papa Benedetto XVI. E’ chiaro che il No al Referendum “confermativo” del 25 Giugno dovrebbe essere a questo punto una necessità etica prima che politica, un dovere della coscienza cristiana.

I valori cristiani della libertà e della  solidarietà non configurano una democrazia “cristiana” ma  il valore “ cristiano “della democrazia  come migliore sistema politico fino a questo momento compatibile con la dignità della persona umana e finalizzato alla fraternità comunitaria. In questo senso “la controriforma leghista” della Casa delle libertà, che ha stravolto l’anima e non solo la struttura della Costituzione del ’48, è un vulnus spirituale, culturale ed etico allo Stato Unitario, Repubblicano e Democratico del Paese non accettabile.

Essa ha tradito lo storico “Vento del Nord” della Resistenza e ha sin da subito riacceso spinte particolaristiche e in certi casi financo tendenze “separatiste”. La devolution su cui si voterà ha già danneggiato l’unità spirituale e culturale della Nazione e minaccia di danneggiare le condizioni future delle Regioni, soprattutto di quelle meridionali nelle competenze previste in materia di scuola, sanità, sicurezza, solidarietà perché ne mortifica la sintesi nazionale e i livelli minimi garantiti e mette in discussione il valore universale dei relativi diritti delle persone. 

La scelta di voto riguarda quindi valori vitali fondamentali del pactum foederis del ‘48 e la stessa sopravvivenza della democrazia repubblicana, sapientemente pensata dai Padri Fondatori alla Costituente. Abbiamo fatto tanto per cambiare lo Stato autoritario ed accentrato di origine fascista, non possiamo metterne in gioco, con l’avventurismo della devoluzione leghista, per calcolo politico di parte o ad personam, il cammino democratico del federalismo solidale. C’è in atto un vivace confronto dialettico a livello “cattedratico” tra illustri costituzionalisti del nostro Paese, ma qualcuno vorrebbe solo un confronto più pragmatico e più politico, meno ideologico, per dare vita ad una Riforma costituzionale più seria e più condivisa.

Però se non si sale al “piano superiore”, si finisce ancora una volta per tradire le radici storiche della democrazia repubblicana ed antifascista e con esse l’anima più vera, come  valore sacro “condiviso”, di cattolici, liberali, socialisti e comunisti sul piano culturale ed etico-politico dell’Italia repubblicana.
Tutto il centro-destra, senza se e senza ma, non può continuare ad invocare il cattolicesimo “ufficiale” come religione civile di sostegno per operazioni politiche di rivincita elettoralistica su questioni di riforma costituzionale. Per quanti ricercano vie nuove, dopo la bocciatura del Referendum

“confermativo” ci sarà spazio e tempo per ricostruire equilibri “costituzionali” diversi  per chiudere questa lunga fase di alienazione democratica dell’Italia, realizzando “in concreto” la Repubblica Federale delle autonomie “solidali”. Ora è il momento di una rinascita spirituale e politica dello Stato Unitario italiano, con il contributo decisivo dei cattolici della “diaspora”, uniti dalla coerenza della propria fede e dai vincoli della dottrina sociale cristiana in ordine al valore primario della libertà e della democrazia e della solidarietà secondo la migliore tradizione del cattolicesimo democratico nel quadro di un servizio necessario alla politica a partire dalla “unità della fede e  pluralità delle scelte partitiche”.

Come si vede il cattolicesimo politico gioca in questa partita la propria credibilità come forza spirituale e culturale, storicamente necessaria e determinante, per il futuro civile e cristiano della democrazia dell’Italia.

 

[docente di filosofia, Ragusa]

 

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