“FRA VOI NON È COSÌ!” lettera pasquale della comunità di Bose Cari amici e ospiti, questa lettera giungerà nelle vostre case nei giorni santi della Pasqua, quando noi cristiani celebriamo il cuore della nostra fede: la vittoria dell’amore sull’odio, la vita più forte della morte, il dilatarsi della buona notizia della risurrezione del Signore Gesù fino agli estremi confini della terra e alle oscure profondità dei nostri cuori! Sì, il Signore è risorto, e le sue energie devono ormai abitare il nostro pensare, il nostro parlare e il nostro agire, devono permeare la nostra esistenza, dettare i nostri comportamenti, rinfrancare le nostre esitazioni, consolare le nostre sofferenze, illuminare le nostre gioie. Questa consapevolezza che il cammino di sequela del cristiano è una costante conversione dalle vie di morte alla via della vita diviene anche il criterio di discernimento nel quotidiano dell’esistenza, là dove siamo incessantemente chiamati a comportarci da figli della luce e a rifuggire le tenebre mortifere. E tutto questo, in un mondo che non ci è ostile, ma che sempre ci interpella sull’origine del nostro agire, sempre ci chiede conto della speranza che abita i nostri cuori, sempre mette alla prova il nostro rapporto con la mondanità. Perché il cristiano, di fronte a chi gli chiede conto della sua fede, non può rispondere con un generico richiamo alle proprie radici, ma può solo mostrare dei frutti. Sì, le radici ci devono essere, altrimenti l’albero non sta saldo e il nutrimento non raggiunge l’intera pianta, ma il vangelo ci dice di guardare, pesare, valutare i frutti: “Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero” (Mt 12,33). A nulla serve appellarsi a più o meno remote radici cristiane, se i frutti che offriamo non ne confermano la natura: è vedendo le nostre opere buone – se mai siamo capaci di compierne – che gli uomini potranno rendere gloria al Padre che è nei cieli (cf. Mt 5,16). Ora, proprio in questa ottica, ci sono circostanze in cui il comandamento di Gesù lasciato ai suoi discepoli riguardo ai rapporti di servizio reciproco all’interno della comunità - “Fra voi non è così!” (Mc 10,43) – diviene quanto mai perentorio. Nella società e nella chiesa stiamo vivendo una stagione in cui avanza il deserto della barbarie, in cui i toni di qualunque tipo di confronto – sociale, politico, familiare, sul lavoro – assumono sempre più frequentemente connotati di disprezzo dell’altro, di insulto gratuito, di dileggio, di calunnia: sembriamo diventati incapaci di dialogare, di tener conto dell’altro, di prendere in considerazione le sue opinioni, le convinzioni più profonde di ciascuno, lo sguardo diverso che può portare sulla vita e su quanto le conferisce senso. Si parla (anzi, si urla) per slogan, si ragiona (meglio, si sragiona) per schieramenti, si giudica (no, si condanna) in base a preconcetti. Ma il rammarico cresce – ed è qui che risuona l’attualità del comandamento di Gesù che vieta ai suoi discepoli di comportarsi come “i grandi di questo mondo” – quando questa barbarie di comportamento si fa strada anche tra i cristiani, tra quanti fanno parte dell’unico corpo di Cristo, la chiesa. Assistiamo ormai sempre più di frequente a una trasposizione di questi metodi di “lotta” anche a livello intraecclesiale: falsità, calunnie, fantasiose ricostruzioni di eventi vengono fatte circolare con l’aiuto di giornalisti compiacenti per attaccare e screditare a volte un prelato, a volte un vescovo, a volte un onesto uomo di chiesa. Le accuse sovente sono totalmente inventate e si spingono fino a coinvolgere la vita morale dell’interessato, in modo da distruggere chi è percepito come non omogeneo alle proprie posizioni: si insinuano comportamenti contraddittori rispetto alla vita ecclesiale, si etichetta qualcuno come antiecclesiale, pericoloso e lo si censura... Così si contrappongono come rivali dei credenti che privilegiano opzioni diverse, e si dipinge con i tratti della lacerazione ecclesiale o della contestazione quello che dovrebbe essere un sano pluralismo all’interno della comunità cristiana. Tanto si sa, e anche qui i “grandi di questo mondo” si rivelano cattivi maestri, che smentire non serve a nulla, se non a dar maggior peso alla calunnia, a farla riecheggiare una volta di più. Non solo, ma queste “armi” in mano a cristiani hanno un’ulteriore aggravante: chi usa di questi mezzi squallidi sa che colui che egli etichetta come “avversario” non può usare, né mai userà le stesse armi, perché non acconsentirà mai a una lotta tra fratelli manifestamente contraria al vangelo e alle sue esigenze. Come si può, con simili comportamenti da lobby, gruppi e schieramenti contrapposti, edificare la comunità cristiana nella comunione? Com’è possibile che i ministeri ecclesiali assunti diventino una ragione di carrierismo e che da essi ci si attenda sempre nuove promozioni, riconoscimenti e onori? Com’è possibile che dei cristiani invochino l’alleanza di persone non appartenenti alla comunità ecclesiale per avversare dei fratelli nella fede? In questo clima, c’è anche chi confessa di aver paura nella vita ecclesiale italiana: non paura di nuove orde barbariche che premerebbero ai confini della cristianità per invaderla e sottometterla, non paura di avversari nemici della chiesa, ma paura di attacchi da parte di sedicenti fratelli nella fede volti a screditare chi non è omologato alle loro posizioni. Eppure il confronto critico tra idee, opzioni, priorità – all’interno dell’unità della fede – è non solo un diritto nella comunità cristiana, ma un bene necessario; se però degenera in conflitto tra fratelli, con attacchi personali, allora si pone fuori dello spazio evangelico e cristiano. Diventa quanto mai attuale la rilettura del prologo de Il giudizio di Dio del grande padre della chiesa, san Basilio: “La concordia è necessaria a tutta insieme la chiesa di Dio, secondo la volontà del Cristo nello Spirito santo ... e per contro è ben pericoloso e letale disobbedire a Dio nel reciproco dissidio”. Sì, i nostri sono giorni tristi anche per la vita ecclesiale, perché sembra dimenticata la parola del Signore, quell’esortazione a essere nel mondo senza essere del mondo, quell’invito a fissare il proprio sguardo sulle realtà invisibili e, al contempo, a non distoglierlo dal fratello che soffre, quell’ammonimento a non scandalizzare i piccoli, quel comandamento che solo rende il discepolo conforme al suo Maestro: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati... amate i vostri nemici... fate del bene a quanti vi fanno del male”. Possano le energie del Risorto fugare le tenebre della barbarie e risuoni ancora all’interno della compagine ecclesiale l’esortazione dell’apostolo Pietro: “Ma se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non temete per paura di loro, e non vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e timore, con una buona coscienza, affinché nel momento stesso in cui siete denigrati, siano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. È meglio, infatti, se così dispone la volontà di Dio, soffrire facendo il bene piuttosto che facendo il male” (1Pt 3,14 -17). I fratelli e le sorelle di Bose Bose, 26 marzo 2006 IV domenica di Quaresima, Laetare |