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DIRSI
CREDENTI IN UN'ETÀ SCETTICA
Roberto Festa intervista Peter Berger
in Repubblica del 19-10-2005
Intervista al sociologo PETER BERGER
«Niente
nella fede contemporanea è scontato. Il pluralismo di
confessioni, gruppi, tradizioni mette in discussione
autorità e istituzioni religiose consolidate. È una
competizione che rende meno sicuri ma più liberi».
Sociologo, "cristiano eterodosso", come si è definito
nel suo ultimo libro (Questioni di fede. Una professione
scettica del cristianesimo, il Mulino, pagg. 280, 15
euro), Peter Berger studia da anni la costruzione del
sacro, i suoi rapporti con ansietà, confusione,
possibilità della modernizzazione. Tra i suoi libri più
celebri La realtà come costruzione sociale (con T.
Luckmann, 1969), Il brusìo degli angeli. Il sacro nella
società contemporanea (1995). Oggi Peter Berger vede il
sentimento religioso come un fenomeno in diffusa ascesa,
favorito dall’implosione di tradizioni e certezze della
modernità.
Professor
Berger, come cambia la fede nell’età del pluralismo?
«Rispetto
a un tempo, la fede è oggi soprattutto un processo. E
possibile scegliere di essere atei, seguire
un’ortodossia religiosa, cambiare confessione,
ritagliarsi un proprio percorso all’interno delle
religioni. Tutto è molto più frastagliato, meno certo
rispetto al passato. Siamo più liberi, ma meno sicuri
della nostra destinazione spirituale».
Il suo
libro più recente, Questioni di fede, è forse
anche il suo più personale. Lei vi fa una dichiarazione
di fede scettica, individuale, "eterodossa". È appunto
la fede come processo, tipica della modernità?
«Io parto
da un punto di vista scettico, perché la mia fede non si
sente vincolata da alcuna Chiesa infallibile,
dall’infallibilità della Scrittura, dall’autorità
dell’esperienza altrui. È un percorso individuale, che
arriva comunque a una professione di fede cristiana. È
la fede come percorso, come scelta, sempre meno
garantita da un ordine sociale immutabile».
Se la fede
è percorso individuale, l’esito del viaggio diventa
incerto. Il rischio è la frammentazione, il venir meno
delle grandi organizzazioni religiose.
«Sì, i
rischi ci sono. Le grandi istituzioni religiose sono
diventate più vulnerabili. Ma nel mondo occidentale è
sempre più difficile essere certi del proprio sentimento
religioso. 200 anni fa era naturale essere cattolico,
oggi non lo è più. L’assolutezza del messaggio religioso
è messa in discussione dalla pluralità delle scelte che
gli uomini si trovano dinanzi. Sono 800 mila i nuovi
convertiti al buddismo dal cattolicesimo. Voi, in
Italia, avete proprio di fronte alle vostre coste il
mondo islamico. Tutto questo cambia le cose, aumenta
l’offerta, scardina la pretesa assolutezza dei dogmi,
mostra la pluralità delle fedi. C’è insomma molta più
competizione».
Per alcuni
è un dato negativo.
«Per
alcuni, non per me. Il pluralismo contemporaneo ci
riporta imprevedibilmente al tempo del cristianesimo
delle origini, alle predicazioni di Paolo nell’agorà di
Atene, quando i cristiani si trovavano in competizione
col manicheismo, lo zoroastrismo, lo gnosticismo. È una
fase difficile, ma creativa».
A
proposito di spiritualità. Pensavamo che la
modernizzazione conducesse a una maggiore
secolarizzazione, e invece...
«E invece
non è così. Questa è una percezione soprattutto europea.
Soltanto in Europa la modernità ha assunto un tono più
secolare, e il sentimento religioso si è affievolito.
Gli europei non devono fare l’errore di generalizzare un
fenomeno che è soprattutto loro. Le società
contemporanee non sono meno religiose di un tempo, anzi.
In gran parte del pianeta modernizzazione non ha
significato secolarizzazione. Basta guardare al caso
americano»
Ecco,
veniamo al caso americano. Il rilievo che la religione
ha assunto nel dibattito politico e sociale non è un
fenomeno recente?
«No, non
direi. Gli Stati Uniti sono sempre stati un paese
profondamente religioso. Quello che cambia oggi è la
visibilità di alcuni gruppi religiosi. Gli evangelici
sono per esempio diventati una componente molto
presente, direi "rumorosa", della società americana. Il
loro rinnovato ruolo in politica ha riportato alla
ribalta molti temi come l’aborto, la famiglia, la
presenza della religione nella vita pubblica. Ma questo
non ha niente a che fare con una maggiore diffusione di
chiese o gruppi religiosi. Negli Stati Uniti oggi non ci
sono più credenti di un tempo. La loro percentuale resta
invariata».
Lei ha
parlato proprio di un "conflitto di classe nella
religione americana". A cosa si riferisce?
«È quello
che alcuni definiscono "cultural wars", le guerre
culturali che dividono l’America. Ovviamente non siamo
in Libano, non c’è una vera guerra civile, ma è vero che
qui esiste una upper class colta, borghese,
secolarizzata, urbana, vicina nei suoi orientamenti al
modello europeo. Dall’altra parte ci sono larghi settori
di popolazione per i quali la religione continua a
mantenere un richiamo fortissimo. I due gruppi sono
piuttosto omogenei nei loro orientamenti: i primi più
liberal, a favore di aborto, laicità dello stato,
diritti individuali, i secondi più portati a favorire un
deciso intervento della religione nella vita pubblica.
La demarcazione è netta, e passa attraverso il confronto
con la fede, con le istituzioni religiose».
Un maggior
rilievo della fede nella vita pubblica significa anche
un approfondimento della dimensione teologica, dogmatica
della fede?
«No, le
due cose non vanno di pari passo. Anzi, si resta
infastiditi dalla retorica incendiaria e semplicistica
della destra cristiana oggi. I cristiano evangelici,
appunto il gruppo religioso più visibile, non sono
portatori di un contenuto teologico particolarmente
raffinato. I loro dogmi sono chiari, comprensibili a
tutti, pronti a essere impugnati nella battaglia
politica».
L’impegno
politico nuoce alla fede?
«Non
voglio dire che i cristiani, o i fedeli di qualsiasi
altra confessione, non debbano impegnarsi in politica, o
che la Chiesa cattolica non debba intervenire nel
sociale. Il messaggio cristiano incarna una promessa di
giustizia, e in quanto tale è naturale che la Chiesa e i
suoi fedeli si impegnino per la giustizia. Il problema
esiste quando il messaggio religioso perde la propria
necessaria generalità teologica, per applicarsi a
specifiche realtà istituzionali. In altre parole. Il
Vangelo è un modo per dare significato alla realtà, è un
atto d’amore, una promessa di rinnovamento e liberazione
dall’oppressione. Se lo si riduce a un progetto
politico, si indebolisce, perde senso». |