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La Repubblica - GIOVEDÌ, 07 LUGLIO 2005 -
Pagina 45 - Cultura
La bussola
della chiesa
L’attacco al Concilio e
l’interventismo dei vescovi: intervista con Achille Ardigò
"Ai laici credenti si
preferiscono gli atei devoti ed è un errore"
"Prego perché il Papa e Ruini
lascino la teologia razionalista"
CERVIA
Achille Ardigò dice «noi
mistici» senza la minima ironia, però si gode l’attimo di
sorpresa dell’interlocutore. Mezzo secolo da sociologo nelle
aule universitarie e da politico nel mondo cattolico fanno
del professore di Bologna, almeno all’apparenza, il
contrario di un asceta. Ma la lezione di Giuseppe Dossetti,
l’ «onorevole di Dio», poi frate di Monte Sole, di cui
Ardigò fu discepolo e collaboratore, non l’ha scordata: per
un credente la politica è pensabile solo se illuminata dalla
trascendenza. Proprio questo legame, per Ardigò, oggi
rischia di essere spezzato dalla svolta ratzingeriana, dal
nuovo interventismo delle gerarchie cattoliche non solo
nella politica, ma anche nell’etica quotidiana, nei
comportamenti, nelle scelte di vita dei cittadini, fondato
solo sul richiamo al «razionalismo» di un’asserita «legge
naturale».
Sulla scrivania del suo
appartamentino balneare di Cervia, al terzo piano di un
condominio, accanto al computer e agli appunti di un
imminente libro «sulla devastazione della famiglia
italiana», Ardigò ha l’intervista a Repubblica di un vecchio
amico e condiscepolo dossettiano, Giuseppe Alberigo: la
risposta alle critiche ecclesiali contro la sua storia del
Concilio Vaticano II. Allora, partiamo da qui.
Lei ricorda bene il Concilio,
professore?
«Altroché. L’ho vissuto al
fianco di Dossetti, ero all’Avvenire con Raniero La Valle,
fu la grande stagione della nostra vita, gravida di enormi
energie spirituali. Ci investì come un fiume in piena.
Ricordo come fosse ora quando il cardinal Lercaro, con tono
entusiasta e agitato, telefonò da Roma, alle tre di notte, a
Dossetti che era il suo segretario: "Stanno succedendo
grandi cose, venga subito, ho bisogno del suo aiuto ".
Naturalmente Dossetti non aspettava altro».
Quindi fu svolta autentica,
strappo, discontinuità?
«Si realizzò in quei mesi una
tale concentrazione di intelligenze e spiriti che non poteva
non accadere qualcosa di profondamente nuovo. Del resto papa
Giovanni XXIII sapeva perfettamente cosa sarebbe successo
convocando a Roma i migliori teologi e i più fervidi uomini
di fede: sapeva che la Chiesa aveva bisogno di una scossa, e
ne creò le condizioni».
Ma oggi il cardinal Ruini
sostiene che il Vaticano II rappresentò una «continuità
nella tradizione»…
«Fu un momento di grande
comunione ecclesiale e di grande ispirazione divina, che
cambiò profondamente il rapporto tra la Chiesa e il mondo.
Se ne accorse proprio Dossetti, che qualche anno prima aveva
lasciato il parlamento e la Dc spiegando a noi allievi
costernati che l’unica condizione per un radicale
rinnovamento della politica era un radicale rinnovamento
della Chiesa. Quel rinnovamento ci fu, lasciò frutti, ma più
tardi fu riassorbito. Temo che anche questa rilettura
normalizzante del Concilio faccia parte del nuovo modo di
interpretare il ruolo della Chiesa nella società».
Come lo descriverebbe?
(Sospira) «Vede, ogni mattina
io prego umilmente lo Spirito Santo affinché induca il Papa
e il cardinal Ruini a non perseverare nella loro teologia
razionalista…».
Razionalista papa Ratzinger?
«L’insistenza sul fatto che la
"legge di natura", più che la parola di Dio, sia la bussola
che deve orientare il comportamento sociale degli uomini,
compresi i credenti, finisce per confinare l’etica in una
dimensione naturalistica, dove tutte le norme morali
necessarie all’uomo sono reperibili nella sua ragione, e la
trascendenza non trova più posto».
La ragione è pur sempre un
dono di Dio, le risponderebbe il suo arcivescovo Carlo
Caffarra.
«Altro grande razionalista…
Certo, la ragione viene da Dio, ma se poi è solo l’uomo che
la fa funzionare, è un Dio lontano, a cui non è necessario
ricorrere».
Insomma, la stessa Chiesa che
propone ai laici di comportarsi "etsi Deus daretur" auspica
una ragione che funziona come se Dio non esistesse?
«Rifiuto entrambi questi "come
se", perché mettono in discussione il nucleo fondamentale
della fede cristiana, ovvero il mistero della Rivelazione.
Escludono il ruolo della trascendenza nell’agire umano; e
questa, per una comunità di fedeli, mi sembra una rinuncia
radicale, impossibile. Vede, per noi mistici è importante la
sicurezza, anche se misteriosa, che ci offre la nostra Guida
nella notte oscura».
Parla come un profeta,
professore, lei che fa politica da una vita…
«Le leggo una frase di
Dossetti: "La comunità dei credenti non può seguire nessun
anarchismo. Deve cercare la propria coesione non in un
qualsiasi progetto sociale ad essa specifico, ma solo nella
Parola di Dio. Come vede, tutto il contrario di un ricorso
alla "legge naturale" che relega Dio sullo sfondo».
Non è invece un modo più laico
di dialogare con la società civile?
«Il dialogo ha bisogno di
rispetto, non di confusione dei ruoli. Ho avuto la fortuna
di conoscere Habermas, filosofo marxista, e concordo col suo
monito: la Chiesa non pretenda di occupare tutto il campo
della ragione, e i laici abbandonino il sogno di far fuori
la presenza spirituale della Chiesa nel mondo».
Un altro modo per dire: date a
Cesare...
«Non è pensabile che l’agire
del credente nella società si riduca a un problema di
formazione delle opinioni, di opzioni organizzative, e
magari di qualche scelta utilitaristica».
Pensa al modo in cui è stata
condotta la battaglia astensionista al referendum?
«Penso che quella scelta,
tecnicamente vittoriosa e molto festeggiata, presto o tardi
si rivelerà molto più dannosa che utile».
Non crede sia stata l’unica
scelta per una Chiesa che si sente minoritaria di fronte al
laicismo "relativista"?
«Ma anch’io temo lo
zapaterismo. Temo i danni che può fare l’oltranzismo
laicista alla famiglia, oggi in condizioni quasi disperate.
Non sto consigliando certo alla Chiesa di arrendersi, di
rinunciare ai propri valori».
Infatti difende ogni
centimetro del campo, con ogni mezzo. Molti avvistano una
Chiesa sempre più invadente nel campo delle scelte di vita
degli individui: preferenze sessuali, forme di vita
familiare, opzioni genitoriali...
«Noto anch’io un interventismo
sempre più pressante su specifici aspetti della vita
sociale. Ma non è l’interventismo in sé il pericolo che
vedo. Non trovo scandalo se la Chiesa testimonia la propria
visione del mondo e si batte perché diventi opinione
generale. È suo diritto farlo... ».
E’ suo diritto indicare valori
o anche dettare, o contrastare, norme legislative?
«Le rispondo con un esempio:
il riposo domenicale. È un precetto religioso da rispettare,
per i credenti; ma difendere il diritto al riposo è anche
una battaglia sindacale, un’esigenza sociale, un contributo
alla salute della famiglia: la coscienza cattolica non è
obbligata ad occuparsi solo della santificazione della
festa».
Allora dove vede il pericolo?
«Nella volontà ormai esplicita
delle gerarchie di scendere direttamente, in prima persona,
sul terreno politico più operativo, quello
dell’organizzazione, delle scelte tattiche, delle
valutazioni di convenienza e opportunità, del fine che
giustifica i mezzi».
Insomma non le piace vedere i
vescovi nei cortei contro una legge dello Stato, come in
Spagna?
«La Chiesa è una comunità
ricca di spiriti e di intelligenze, dal più remoto convento
di clausura alla più piccola associazione parrocchiale. I
vescovi dovrebbero avere fiducia in questo immenso
patrimonio: se scendono in campo direttamente, vuol dire che
non ne hanno più».
Forse perché non c’è più un
partito cattolico al quale delegare la direzione dell’agire
pratico?
«Può essere, ma la Chiesa non
può farsi partito politico senza rischiare di dissolvere il
proprio fondamento mistico. M’intenda bene: io capisco Ruini,
capisco Ratzinger, i problemi che devono affrontare sono
immensi, e i rischi di isolamento e di arretramento per la
Chiesa sono reali. Ma non è questa la strada per
affrontarli».
Ce ne sono altre?
«Se c’è una cosa che mi
addolora è la sensazione che Ruini non abbia più stima nei
laici credenti. Come se ci ritenesse tutti incapaci di
ricavare norme di comportamento personali e opzioni
politiche positive dai principi indicati dalla Chiesa. Noto
con dispiacere che vescovi e cardinali si fidano,
lusingandoli, molto più dei cosiddetti "atei devoti", i
Ferrara, le Fallaci, che dello spirito e della mente dei
credenti. L’unica speranza è che il laicato cattolico
ricordi di possedere un mandato, lo rivendichi e lo
eserciti». |