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La morale laica
Dall'anticlericalismo all'antifascismo,
dall'etica della responsabilità personale ai tradimenti
odierni di destre e sinistre.
di Alessandro Galante Garrone
Pubblicato nel n° 5 di
MicroMega del 2000
SONO nato a
Vercelli nel 1909, e lì ho vissuto fino a 18 anni. La mia
era una famiglia cattolica, metà contadini e metà
insegnanti. Religiosa, ma di una religiosità molto seria,
austera, rigorosa, ben radicata nella tradizione
ottocentesca. Un cattolicesimo liberale e risorgimentale,
con venature gianseniste e manzoniane, senza concessioni
all'esteriorità formalista, alla devozione bigotta, al
clericalismo, alle forzature psicologiche. Nessun legame con
l'autorità ecclesiastica, mai visto prelati circolare per
casa.
Io non arriverei a dire, con Croce, "non possiamo non dirci
cristiani". Una frase, peraltro, equivocata da troppi. Credo
che volesse intendere, molto semplicemente, che anche il
cristianesimo è stato portatore di importanti valori morali,
oltre a permeare fortemente la cultura europea (e non
soltanto europea). Anch'io ho sempre avvertito e
riconosciuto il valore storico, morale, sociale e culturale
della religione. E di certi uomini di Chiesa. Magari
sconosciuti ai più, come il mio amico fraterno don Michele
Do, parroco di Saint Jacques. Originario dell'Albese, si è
ben presto autoesiliato in Val d'Aosta, a 1.700 metri di
altitudine, a debita distanza da certe gerarchie che non
l'hanno mai amato. Ecco, don Michele è un uomo di grande e
vera fede, dunque un prete un po' strano e molto scomodo,
sicuramente speciale. Un santo battagliero che non vuole
abbassare la religione a questioncina politica, ma si sforza
di tenerla fuori, alta e pura, nel suo eremo di montagna. A
costo di rimanere anche lui lì, in alta quota, vecchio e
malato di cuore. Un altro è l'ex vescovo di Ivrea, monsignor
Luigi Bettazzi, spirito ribelle e aperto pure lui: dice che
la religione non dev'essere una gabbia, ma una fonte di
ispirazione e di libertà.
Mio nonno, il padre di mia madre, era figlio di un mugnaio e
insegnava matematica al liceo di Vercelli. Severissimo, ha
bocciato non so quante generazioni di studenti.
Cattolicissimo, teneva sul comodino non dei libri di
devozione, ma I Promessi sposi e un'opera di Niccolò
Tommaseo. Era intimo amico dello scrittore piemontese
liberale Giovanni Faldella, con cui intrecciò anche un bell'epistolario.
La vita politica, sociale e culturale era seguita dai miei
famigliari con la massima apertura, il che non era
considerato in contrasto con la loro fede profonda e
sincera. E di questo sono grato a mia madre e anche a mio
padre, che non era praticante ma credeva, e a volte andava
ad accompagnare mia madre alla messa, la domenica mattina.
Mio padre, come mio nonno materno, era cattolico di fede, ma
liberale in politica. Io stesso fui credente fin verso i
vent'anni. Ricordo i tanti natali celebrati nelle mille
chiese di Vercelli, le processioni, i canti e i salmi della
novena, il suono delle campane, le note dell'organo e le
voci del coro, i Tantum ergo Sacramentum che potrei ancora
recitare a memoria, in quell'atmosfera di raccoglimento
quasi magico.
Natale non lo festeggio più da almeno settant'anni (ne ho
appena compiuti 91). Ma ogni volta che si avvicina evoca in
me ricordi tumultuosi di felicità e di mestizia insieme. Al
Natale, ad esempio, associo il mio primo, silenzioso e
castissimo innamoramento a dieci anni per una compagna di
classe. La ricordo come fosse allora, mentre giocava con il
suo cerchio colorato. Si chiamava Camilla. Frequentavamo la
quarta elementare. È morta diversi anni fa, senza mai
sospettare.
Ma il Natale mi riporta alla mente anche i lutti che
falcidiarono la mia famiglia: la morte in guerra dei
fratelli di mia madre, Pinotto ed Eugenio Garrone, nella
battaglia del Grappa del 1917. Poco dopo, proprio alla
vigilia di Natale, si ammalò di polmonite mio padre,
giovanissimo, che poi morì nel gennaio seguente (non c'era
ancora la penicillina). Insegnava latino a Torino, al liceo
Gioberti e all'università, lo ricordo sul letto di malattia
mentre mi parlava di un suo allievo piuttosto promettente:
un tale Piero Gobetti.
Serva Chiesa in servo Stato
Ecco: è bello dialogare, da laici, con cattolici seri. L'ho
fatto per cinquant'anni con un altro credente sincero e
severo, perfino un po' lugubre, come Arturo Carlo Jemolo: un
altro degli uomini e degli intellettuali che hanno segnato
la mia formazione. Era un cattolico liberale, ispirato da
una fede profondissima, che non l'ha mai abbandonato. Eppure
i valori civili che animavano le sue battaglie non venivano
mai mescolati con le questioni confessionali. Ho ritrovato
una sua lettera del 4 settembre 1967, che rispondeva a un
mio articolo sulla Stampa favorevole all'ergastolo a Walter
Reder, l'ufficiale nazista responsabile della strage di
Marzabotto. Jemolo era contro quell'ergastolo, mentre era
favorevole - in generale - alla pena di morte. E mi diceva
che l'ergastolo è molto più afflittivo e disumano della pena
capitale, soprattutto per un anziano com'era ormai Reder. Mi
scriveva di essere "addolorato" per il mio corsivo, e
aggiungeva di aver provato, nel leggerlo, "una fitta che ha
qualche analogia con ciò che deve sentire chi sposa una
persona che ritiene incapace di rancori, sempre disposta al
perdono, dolcissima, che guarda tutti con benevolenza, e
propenda forse anche per ingenuità a credere nel pentimento
più che nella simulazione del peccatore, e poi si accorge
che la persona è del tutto diversa, capace di forti rancori,
quando occorre dura, chiusa alla pietà. Credo che non sia
così, che tu sia sempre l'uomo umanissimo e di profonda
bontà che sei sempre stato". E aggiungeva, riferendosi
sempre a me, che "i girondini sono nobilissime figure, ma
sono loro a rendere poi necessarie le dittature". Una
definizione che, a rileggerla oggi, mi fa sorridere, se
penso che sono poi stato eletto - mio malgrado - al rango di
terribile "giacobino", con una di quelle ridicole
applicazioni di categorie storiche agli uomini di oggi, con
etichette buone per qualunque piccola bega di giornata.
Anche quando ci confrontavamo sui valori più alti, non ho
mai avvertito in Jemolo il tentativo di prevaricare,
invocando in soccorso la religione con i suoi "agganci"
trascendenti: il giurista era un laico, l'uomo era un
credente, ma non gli passava neppure per la mente di dire:
"La penso così perché sono cattolico, e dunque ho ragione
io". Il che non ci impediva di litigare, ma restando amici.
"Vedi, Sandro", mi diceva sempre, "tu sei uno che non crede
al paradiso. Ma poi fai di tutto per conquistarlo".
Libertà, legalità, responsabilità
Dopo il mio progressivo distacco dalla religione praticata,
dovuto inizialmente soprattutto a fattori negativi
(antifascismo, antipapismo, anticlericalismo, antirazzismo,
antinazismo), scoprii e assorbii valori positivi sempre
nuovi. La patria degli zii soldati e poi della nostra guerra
di Liberazione. La legalità e l'etica della responsabilità,
nella mia lunga e appassionante esperienza di magistrato
(l'ho fatto per trent'anni, a Torino, prima di dedicarmi
all'insegnamento della storia dal 1963). La libertà da tutti
i totalitarismi e gli autoritarismi, nei testi dei miei
maestri (a cominciare dalla Storia d'Europa di
Benedetto Croce, livre de chevet della nostra
generazione) e nel dna di Giustizia e libertà e poi del
Partito d'azione. L'uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge - non ancora consacrata dalla Costituzione
repubblicana - nella mia esperienza faticosa e contrastata
di cittadino di una nazione che si reggeva sul partito unico
e sul privilegio di tessera. Insomma, l'eredità migliore
dell'Illuminismo del Settecento, quella che dà valore
universale alla Rivoluzione francese, almeno a ciò che di
buono essa ha portato (e non tutto, certamente, fu buono):
il riscatto della dignità dell'uomo in quanto tale. Per me,
l'Illuminismo è quello che ho imparato e studiato sui libri
di un altro grande storico e amico, Franco Venturi. Ricordo
quando Franco venne per la prima volta a Torino, dopo il
confino e l'esilio in Francia, a Parigi. Ancora dominava il
fascismo, anche se il regime era ormai in crisi, e
sotterraneamente muoveva i primi passi il Partito d'azione.
Ecco, Venturi ci portò un soffio di spirito europeo, libero,
ricchissimo.
Fino ai vent'anni, l'educazione cattolica non fu per me un
peso. Una religiosità sentita, autentica, tutta interiore.
Poi le vicende politiche e il comportamento ambiguo della
Chiesa me ne fecero progressivamente allontanare. Il mio
maestro, all'università, era Francesco Ruffini, un grande
laico liberale, che come opera prima aveva scritto proprio
una difesa della libertà e dell'eguaglianza di tutte le
religioni. Ma nel 1929, con i Patti lateranensi, il Vaticano
fece immondo mercato della religione con il cavalier Benito
Mussolini e il papa definì il duce "l'uomo che la
Provvidenza ci ha fatto incontrare". Non avevo ancora
compiuto vent'anni, ma da un po' di tempo avevo imboccato
decisamente la strada dell'antifascismo. A quell'annuncio,
ebbi un moto di sdegno. Avvertii immediatamente la
ripugnanza di quella scelta di bassa convenienza: Vaticano e
regime, per questioni di bieco profitto, si accaparravano
condizioni di vantaggio, questo di tipo politico, quello di
tipo chiesastico, a spese del bene pubblico. E da allora il
laicismo e l'antifascismo divennero per me un tutt'uno.
Anche la mia famiglia, pur rimanendo cattolica, era
diventata antifascista, fin dai giorni del delitto
Matteotti. E anche Ruffini, pur nato e cresciuto cattolico,
dopo i Patti lateranensi smise di professare la sua
religione. Cavurrianamente, credeva nel motto "Libera Chiesa
in libero Stato", mentre il Concordato del 1929 era tutto
l'opposto: serva Chiesa in servo Stato.
Poi venne tutto il resto, fino alle leggi razziali. Un altro
shock terribile. Ricordo che, anche per una donna
cattolicissima come mia nonna materna, Maria, esse furono un
colpo tremendo. Lei era molto anziana, ma continuava a
tenere un piccolo diario quotidiano. Quando il regime
approvò quelle leggi, lo troncò bruscamente. Nell'ultima
pagina scritta, si legge questa frase: "Da oggi non posso
più scrivere". Morì pochi mesi dopo, nel 1938.
Io dunque seguii fino in fondo la scelta di Ruffini. E non
quella di un altro maestro come Luigi Einaudi, di cui pure
seguivo le lezioni all'università: Einaudi riuscì sempre a
scindere il suo liberalismo e il suo antifascismo dalle
questioni di fede, restando fino alla fine un buon
cattolico. Io no. E questo fu l'unico dolore che diedi a mia
madre. La quale, non comprendendo le ragioni della mia
scelta, continuò a credere in Dio e nella Chiesa, a
festeggiare il Natale e le altre feste comandate, a sperare
che quello scavezzacollo di suo figlio Sandro ritrovasse la
fede perduta.
In Italia, nonostante i grandi intellettuali che ho citato,
la vita culturale era piuttosto angusta. Anche la censura
fascista era, tutto sommato, "perforabile" proprio perché
governata da ignoranti. Ricordo quando la polizia politica
venne a perquisire casa mia: mi sequestrarono libri
totalmente innocui, e non si accorsero di quelli, ben più
"eversivi" e compromettenti, che arricchivano la mia
biblioteca. E per fortuna li lasciarono lì: erano,
naturalmente, i più interessanti. Eppure vivere in una città
"aperta" come Torino fu, in quegli anni, un grande
privilegio. Non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare
sulla propria strada intellettuali come Ruffini e Omodeo, e
stringere amicizia con uomini del calibro di Giorgio Agosti
e Dante Livio Bianco. Ecco perché dico che la morale laica è
più difficile e faticosa da costruire, e dipende molto
dall'esperienza biografica di ciascun individuo che la vuole
coltivare.
Intendiamoci. Non ho mai divinizzato il libero pensiero, e
ho sempre mantenuto un grande rispetto per chi crede
davvero. Ancora oggi avverto dentro di me certe antiche
vibrazioni della fede religiosa. E capisco quanto debba
sentirsi offeso, chi la fede ce l'ha, da questi rigurgiti di
clericalismo, da questa fede sempre più massificata ed
esteriore, superficiale, fasulla, direi quasi irreligiosa.
Il procuratore del Re processa la Fiat
Negli ultimi mesi,
in tempi di Giubileo e adunate oceaniche sul tipo di Tor
Vergata, è rifiorito il dibattito sul senso e il fondamento
della nostra "morale laica", terrena, non ancorata a nulla
di trascendente, "senza Dio". Io ho sempre pensato che la
morale di ciascuno di noi dipenda dalla realtà storica del
suo tempo e dalla sua esperienza personale.
I miei primi modelli viventi furono i miei zii materni, i
fratelli Garrone, quelli morti nella grande guerra. Due
splendide figure dell'interventismo democratico,
salveminiano. Eugenio era poetico, sentimentale. Pinotto
aveva una grande forza di carattere, una brillantissima
intelligenza e uno spirito avventuroso: magistrato, fu anche
un pioniere dell'alpinismo, artefice delle prime ascensioni
in alta montagna.
Infatti si fece mandare come pretore a Morgex, in Val
d'Aosta: lo chiamavano "il pretore del Monte Bianco". In
procura, a Torino, Pinotto Garrone si ritrovò fra le mani,
come "procuratore del Re", il primo processo alla Fiat e al
senatore Giovanni Agnelli senior, per aggiotaggio e altri
reati. In questo "anticipò" la mia esperienza del 1945
quando, come presidente della Commissione del Cln per
l'epurazione, mi ritrovai a processare Vittorio Valletta
come collaborazionista. Finì, per Pinotto e per me, nella
stessa maniera: ci portarono via i processi.
Mi è ricapitata fra le mani la prima lettera che mi scrisse
da Napoli Omodeo, in risposta a una che gli avevo scritto
io, il 27 novembre 1930. Avevo 21 anni, e gli avevo mandato
alcuni miei articoli, scritti per il giornale di Vercelli,
La Sesia. Allora ero così bizzarro e infatuato della cultura
tedesca che avevo escogitato uno pseudonimo, anagrammando e
rimaneggiando il mio nome, da Alessandro Galante a un
incredibile "Leonard von Sagental" ("la valle delle
leggende"). Lui, Omodeo, era già molto più adulto e
affermato. Aveva combattuto sul Carso, poi era stato
vicinissimo a Giovanni Gentile, che aveva tentato invano di
portare sulla sponda dell'antifascismo. E, non essendoci
riuscito, quando Gentile era divenuto un intellettuale
organico del fascismo, se n'era totalmente distaccato,
diventando un fedelissimo di Benedetto Croce. Nel '30, era
già un antifascista notorio. Il regime lo sapeva bene, e lo
teneva d'occhio: aveva sempre un poliziotto che lo seguiva
come un'ombra ovunque andasse, anche nei suoi viaggi da
Napoli a Torino. Quello che scriveva ai suoi amici, me
compreso, veniva esaminato in anticipo dalla censura, con
una lente di ingrandimento tanto occhiuta quanto ottusa. Le
sue parole andavano quindi lette in controluce, fra le
righe.
Non credo che Pinotto l'abbia presa bene (come non la presi
bene io, mezzo secolo dopo). Era anche lui un tipo
orgoglioso, ribelle a ogni imposizione. Avendo vinto il
primo posto nel concorso in magistratura, l'avevano subito
mandato a Roma, al ministero, nell'ufficio del "Massimario",
dove si raccoglievano le sentenze. E si ritrovò subito ad
avere a che fare con i principi del foro. Un giorno stava
seduto, chino sul suo piccolo tavolino, in un angolo di un
immenso salone del ministero. Entrò dall'altro capo uno
degli avvocati più rinomati di Roma e, con gran sussiego,
attraversò tutta la sala tenendo il cappello ben calcato in
testa, forse per affermare una certa superiorità. Non fece
neppure il cenno di levarselo, e gli domandò la pratica di
cui aveva bisogno. Pinotto era un giovanetto imberbe, la
faccia che lo faceva ancor più giovane di quanto già non
fosse. Ma non s'impressionò, anzi. "Un momento, scusi",
disse. Si alzò, attraversò il salone fino a raggiungere
l'attaccapanni, afferrò il suo cappello, se lo calcò in
testa e tornò a sedersi al suo tavolino. Senza dire una
parola. Poi, finalmente, rispose al principe del foro:
"Bene, adesso mi dica...".
L'avvocatone, a quel punto, arrossì, si scusò, si levò il
cappello, ripetè la sua domanda. E finalmente fu esaudito da
quel giudice ragazzino.
Spiriti liberi e un po' ribelli
"Caro Galante", mi scriveva in quella fine di novembre del
'30, da Napoli, "grazie della sua buona ed affettuosa
lettera. M'ha commosso: non per le lodi (...) ma per un
commosso giovanile affanno, un anelito verso le vette, che
mi ricorda quello dei due alpini di Vercelli (i fratelli
Garrone, n. d. c.). Accolgo ciò come una speranza di questi
tempi in cui mi pare che la gioventù si rinchiuda in cinica
indifferenza verso tutto e tutti. E m'ha commosso vedere
come l'opera mia, che io svolgo in amara solitudine, senza
il senso della sua efficacia, quasi per testardaggine, non
passi del tutto inosservata, susciti echi e consensi
all'altro capo d'Italia. Mi creda, lei mi ha dato un
conforto grande in momenti in cui deluso da troppi uomini,
da tanti amici coi quali credevo di dover percorrere la mia
via, dalla scuola, metto tutto me stesso nell'attività di
scrittore e di studioso. (...) Le mando alcune copie (...)
della prima parte del mio saggio sui Garrone: (...) io ho
pensato di mettere proprio al vertice della mia ricerca
sugli epistolari di guerra i due Garrone, come le figure
rappresentative di ciò che spiritualmente significò la
nostra guerra. (...) Alla sua nonna esprima il sentimento di
venerazione che io provo per colei che s'incinse nei due
gloriosissimi alpini d'Italia".
Erano tutte sottili allusioni al fascismo. La cinica
indifferenza della gioventù, l'amara solitudine, la
delusione dai tanti amici intellettuali che avevano voltato
gabbana e si erano prostrati dinanzi ai nuovi padroni
d'Italia. Mi sembrano, fra l'altro, espressioni e concetti
attualissimi. Più che mai validi per quest'Italia del 2000,
per questi tempi non sicuramente paragonabili a quelli di
settant'anni fa, ma pur sempre preoccupanti, soprattutto per
le prospettive del nostro immediato futuro.
Il coraggio che oggi ci manca
Oggi quel che più preoccupa e amareggia è la mancanza di
franchezza, e forse di coraggio, di tanti uomini pubblici,
anche fra i più vicini a noi. Mi piacerebbe poter
trasmettere loro il coraggio, la franchezza, la fierezza di
quelli che ho chiamato in un mio scritto "i miei maggiori".
Penso ancora a Francesco Ruffini, il mio maestro di libertà.
Non ho mai dimenticato la prima volta in cui lo vidi entrare
nell'aula dell'università: era la mia prima lezione in
assoluto da studente, alla fine di novembre del 1926.
Lui non era più molto giovane, eppure salì con grande
agilità la scaletta di legno che portava al pulpito dei
vecchi professori. Occhi azzurri, fronte spaziosa, lunga
barba bianca: non poteva che essere antifascista. Con la
stessa fierezza si alzava in Senato per difendere, finché
gli fu concesso, le libertà statutarie travolte ad una ad
una dal regime. Nel 1928 una masnada di studenti del Guf
organizzò una gazzarra per contestarlo. Credo che nessuno di
noi suoi allievi, nemmeno quelli che si erano lasciati
abbacinare dal fascismo, vi abbia partecipato. Lui comunque
passò fra i suoi contestatori, nel cortile dell'università,
senza fare una piega. Nemmeno sfiorato da tanta volgarità.
Allo stesso modo si era comportato, la testa alta e lo
sguardo limpido, tre anni prima, nel novembre del '25,
quando fra gli schiamazzi dei fascisti e dei loro compari,
aveva sfidato il regime nascente in pieno Senato: "La
libertà", aveva detto, "non rappresenta per me solamente il
supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella
polare a cui si è indirizzata sempre quella qualunque mia
attività didattica e scientifica, la quale può non aver
contato proprio nulla, ma che per me conta più che tutto,
perché essa è stata ed è la ragione stessa della mia vita
spirituale.
Così che, se alla libertà per opportunismo, per utile, o per
paura io non tenessi fede, mi parrebbe di essere vissuto
invano e di perdere insieme la stessa ragione di vivere. E a
me accadrebbe davvero propter vitam vivendi perdere causam".
Sei anni dopo, nel 1931, avrebbe rifiutato di giurare
fedeltà al regime fascista, insieme ad altri 12 professori
universitari (suo figlio Edoardo compreso) che con quell'atto
di estremo coraggio rinunciarono ipso facto
all'insegnamento.
Ecco, sono questi i valori che mi hanno trasmesso quelli che
ho chiamato "i miei maggiori" (con un'espressione magari un
po' retorica: mio fratello Carlo, scherzosamente, si
riprometteva di scrivere un giorno I miei tenenti).
Valori che poi ci hanno come "marchiati" sulla pelle viva
negli anni della guerra di Liberazione: quando nulla era più
chiacchiera accademica, quando i principi%u02C6 e i valori
imparati sui libri, discussi e predicati per anni entravano
nella carne di uomini chiamati a scelte drammatiche e
irrevocabili.
Chi ha fede ha una marcia in più?
Di ritorno dal raduno oceanico sotto il palco del papa a Tor
Vergata, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha
ripetuto una sua vecchia tesi: quella secondo cui - in
estrema sintesi - "chi ha la fede ha una marcia in più
rispetto a noi laici". Io non vedo proprio come si possa
generalizzare a questo modo. E non capisco questa sorta di
complesso di inferiorità che sembra trasparire dalle sue
parole. Riuscire a mobilitare le masse intorno a una figura
carismatica come quella del papa, non è di per sé un valore.
Se dovessimo misurare il valore delle persone e delle fedi
dalla loro capacità di attirare folle e applausi, dovremmo
dare giudizi storici strampalati (e talora ribaltati) su
tutti i fenomeni e gli atteggiamenti sociali a cui un paese
si abbandona, anche i più irrazionali e deleteri: dal
consenso strabordante riscosso da alcuni regimi
dittatoriali, agli indici di gradimento per certe
trasmissioni diseducative e volgari, alle follie che si
commettono ogni domenica per una partita di calcio (da non
confondere con la passione e il pathos per la propria
squadra del cuore; una passione che anch'io, vercellese nato
all'epoca della grande Pro Vercelli dei sette scudetti, ho
coltivato fino ad oggi; ma un conto è guardare una bella
partita della "mia" Juventus per rilassarsi e divertirsi con
un po' di bel gioco, quando c'è, senza doversene affatto
vergognare, un altro è abbandonarsi a scene di isteria e di
violenza collettiva). No, non credo che la questione stia in
questi termini. Anche la morale laica ha le sue "marce in
più", anche se più difficili da innestare.
C'è però un'altra obiezione: non solo la morale laica è più
ostica di quella religiosa. Essa sarebbe anche
aristocratica, elitaria, non alla portata di tutti. Questi
pericoli esistono. Il rischio di non riuscire a diffonderla
e ad affermarla tra la gente comune, fra quelle che un tempo
si dicevano "le masse", è sempre in agguato.
Come quello di indurre i suoi detentori, o presunti tali, al
sommo peccato d'orgoglio di chiudersi nella torre d'avorio,
di montare in cattedra, di puntare il dito, di arroccarsi in
una élite.
La religiosità dei fratelli Garrone, che mi contagiò fino ai
vent'anni, traspare egregiamente dal loro epistolario di
guerra, che lo storico e mio grande amico Adolfo Omodeo ha
posto al centro della sua storia morale della generazione
dei combattenti del 1915-18 (s'intitolava, se non sbaglio,
Momenti della vita di guerra). Il grande studioso delle
religioni, il laicissimo e anticlericale Omodeo nutrì sempre
un profondo rispetto per la religiosità dei fratelli Garrone
e della loro madre, mia nonna Maria, prima portatrice di
questa fede. Non avvertì mai alcun imbarazzo, nell'esaltare
le loro figure, per il fatto che fossero cattolici. Anzi,
comprese il valore storico, morale, politico, civile e
sociale di questa religiosità forte, dignitosa,
anticipatrice della fede di tanti antifascisti cattolici e
idealisti. I Garrone erano, l'ho detto, interventisti. Ma
non guerrafondai, non nazionalisti, eppure profondamente
impregnati di amor di patria. Mi vien quasi da scusarmi per
l'uso di questo termine, "patria", oggi bandito dal nostro
vocabolario pubblico: ma non riesco a trovarne uno migliore,
anche perché non esiste. Ricordo l'entusiasmo, il senso di
liberazione di Piero Calamandrei (ne è rimasta traccia nel
suo diario) quando, alla caduta del fascismo, ritrova la sua
patria, e non lo nasconde, ma lo dichiara apertamente, ad
alta voce. Il termine patria - ha ragione Vittorio Foa - ci
è stato sequestrato dal fascismo, che per cinquant'anni ci
ha quasi impedito di utilizzarlo. Ce ne dovremmo
riappropriare. Invece la chiamiamo "il paese", o peggio
ancora "l'azienda Italia", espressioni orrende. Ecco: l'amor
patrio è stato uno dei valori ispiratori della morale laica
della nostra generazione, e dovrebbe esserlo ancora per
quelle presenti e future.
La mia formazione culturale e morale la devo alle letture
appassionate di autori come Croce, Gobetti e Omodeo. Storico
legatissimo a Croce, Omodeo era uno spirito libero e un po'
ribelle, fortemente anticlericale, con toni che allora
parevano addirittura esagerati, e che si ritroveranno
qualche decennio più tardi negli scritti di Ernesto Rossi.
Adoravo questi spiriti indipendenti, non solo dalle
imposizioni ecclesiastiche del Vaticano e politiche del
fascismo.
Io non arriverei a dire, con Croce, "non possiamo non dirci
cristiani". Una frase, peraltro, equivocata da troppi. Credo
che volesse intendere, molto semplicemente, che anche il
cristianesimo è stato portatore di importanti valori morali,
oltre a permeare fortemente la cultura europea (e non
soltanto europea). Anch'io ho sempre avvertito e
riconosciuto il valore storico, morale, sociale e culturale
della religione. E di certi uomini di Chiesa. Magari
sconosciuti ai più, come il mio amico fraterno don Michele
Do, parroco di Saint Jacques. Originario dell'Albese, si è
ben presto autoesiliato in Val d'Aosta, a 1.700 metri di
altitudine, a debita distanza da certe gerarchie che non
l'hanno mai amato. Ecco, don Michele è un uomo di grande e
vera fede, dunque un prete un po' strano e molto scomodo,
sicuramente speciale. Un santo battagliero che non vuole
abbassare la religione a questioncina politica, ma si sforza
di tenerla fuori, alta e pura, nel suo eremo di montagna. A
costo di rimanere anche lui lì, in alta quota, vecchio e
malato di cuore. Un altro è l'ex vescovo di Ivrea, monsignor
Luigi Bettazzi, spirito ribelle e aperto pure lui: dice che
la religione non dev'essere una gabbia, ma una fonte di
ispirazione e di libertà.
Io mi batterò sempre perché la morale laica venga intesa in
senso universale, problematicamente discussa e anche
contestata, messa continuamente alla prova con il dubbio e
l'esperienza della vita. Sempre tentando di trasmetterla a
tutti. Con l'esempio concreto e con le parole più semplici e
chiare, senza fronzoli, nella sua essenza elementare. È vero
che essa rimarrà sempre un fatto individuale, un continuo
confronto con la propria coscienza: perché la morale laica
deve attingere a se stessa, all'interno dei valori umani,
senza inseguire "puntelli" trascendenti. Ma guai a farla
calare dall'alto, come dispensata con orgoglio da chi ha
raggiunto (o meglio, crede di aver raggiunto) un grado
superiore di cultura. Ecco: sfrondarla di tutte le
soprastrutture tipiche di chi, aristocraticamente, la
ritiene riservata alle persone colte ed elette, è il compito
più arduo. Molto più facile, la morale, per i portatori di
una fede: non solo religiosa, ma anche politica (ad esempio,
il comunismo). Ma per costoro è anche molto più facile il
pericolo di cadere nell'intolleranza, come le nostre due
Chiese - la cattolica e la comunista - hanno dimostrato.
Anche se, tutto sommato, in Italia, la versione
democristiana del cattolicesimo ha garantito molta più
tolleranza di quanta non ci avrebbero lasciato i comunisti.
E, a questo proposito, vorrei spendere due parole su questa
ridicola e ignorantissima equazione che oggi vien fatta fra
noi azionisti e i comunisti, quasi che fossimo pressappoco
la stessa cosa. Per quel che mi riguarda, le due Chiese le
ho conosciute entrambe, ed entrambe le ho respinte, non
avendone mai subito il fascino. Ho subito invece il fascino
di alcuni cattolici e di alcuni comunisti. Dei cattolici ho
già detto. Quanto ai comunisti, i migliori li conobbi
durante la clandestinità del Partito d'azione, sullo scorcio
del regime fascista. Due comunisti purissimi, integrali e
integralisti: un operaio e un piccolo impiegato, con cui
avevo contatti segreti prima della guerra di Liberazione. Mi
colpivano e mi affascinavano perché ricercavano il senso più
profondo della loro utopia, un'utopia riservata a pochi,
vissuta con lo strano orgoglio dei privilegiati. Non avevano
nulla a che vedere con il partito-massa, e nemmeno con il
futuro partito "togliattizzato". Infatti furono subito
"riassorbiti" e, durante la Resistenza, scomparvero.
Ecco: è bello dialogare, da laici, con cattolici seri. L'ho
fatto per cinquant'anni con un altro credente sincero e
severo, perfino un po' lugubre, come Arturo Carlo Jemolo: un
altro degli uomini e degli intellettuali che hanno segnato
la mia formazione. Era un cattolico liberale, ispirato da
una fede profondissima, che non l'ha mai abbandonato. Eppure
i valori civili che animavano le sue battaglie non venivano
mai mescolati con le questioni confessionali. Ho ritrovato
una sua lettera del 4 settembre 1967, che rispondeva a un
mio articolo sulla Stampa favorevole all'ergastolo a Walter
Reder, l'ufficiale nazista responsabile della strage di
Marzabotto. Jemolo era contro quell'ergastolo, mentre era
favorevole - in generale - alla pena di morte. E mi diceva
che l'ergastolo è molto più afflittivo e disumano della pena
capitale, soprattutto per un anziano com'era ormai Reder. Mi
scriveva di essere "addolorato" per il mio corsivo, e
aggiungeva di aver provato, nel leggerlo, "una fitta che ha
qualche analogia con ciò che deve sentire chi sposa una
persona che ritiene incapace di rancori, sempre disposta al
perdono, dolcissima, che guarda tutti con benevolenza, e
propenda forse anche per ingenuità a credere nel pentimento
più che nella simulazione del peccatore, e poi si accorge
che la persona è del tutto diversa, capace di forti rancori,
quando occorre dura, chiusa alla pietà. Credo che non sia
così, che tu sia sempre l'uomo umanissimo e di profonda
bontà che sei sempre stato". E aggiungeva, riferendosi
sempre a me, che "i girondini sono nobilissime figure, ma
sono loro a rendere poi necessarie le dittature". Una
definizione che, a rileggerla oggi, mi fa sorridere, se
penso che sono poi stato eletto - mio malgrado - al rango di
terribile "giacobino", con una di quelle ridicole
applicazioni di categorie storiche agli uomini di oggi, con
etichette buone per qualunque piccola bega di giornata.
Anche quando ci confrontavamo sui valori più alti, non ho
mai avvertito in Jemolo il tentativo di prevaricare,
invocando in soccorso la religione con i suoi "agganci"
trascendenti: il giurista era un laico, l'uomo era un
credente, ma non gli passava neppure per la mente di dire:
"La penso così perché sono cattolico, e dunque ho ragione
io". Il che non ci impediva di litigare, ma restando amici.
"Vedi, Sandro", mi diceva sempre, "tu sei uno che non crede
al paradiso. Ma poi fai di tutto per conquistarlo".
Libertà, legalità, responsabilità
Troppo puri per convivere con Togliatti. E io non potevo non
capirli, avendo assistito ai tradimenti e alle
spregiudicatezze del Partito comunista, sia durante sia dopo
la Resistenza.
Dopo il mio progressivo distacco dalla religione praticata,
dovuto inizialmente soprattutto a fattori negativi
(antifascismo, antipapismo, anticlericalismo, antirazzismo,
antinazismo), scoprii e assorbii valori positivi sempre
nuovi. La patria degli zii soldati e poi della nostra guerra
di Liberazione. La legalità e l'etica della responsabilità,
nella mia lunga e appassionante esperienza di magistrato
(l'ho fatto per trent'anni, a Torino, prima di dedicarmi
all'insegnamento della storia dal 1963). La libertà da tutti
i totalitarismi e gli autoritarismi, nei testi dei miei
maestri (a cominciare dalla Storia d'Europa di
Benedetto Croce, livre de chevet della nostra
generazione) e nel dna di Giustizia e libertà e poi del
Partito d'azione. L'uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge - non ancora consacrata dalla Costituzione
repubblicana - nella mia esperienza faticosa e contrastata
di cittadino di una nazione che si reggeva sul partito unico
e sul privilegio di tessera. Insomma, l'eredità migliore
dell'Illuminismo del Settecento, quella che dà valore
universale alla Rivoluzione francese, almeno a ciò che di
buono essa ha portato (e non tutto, certamente, fu buono):
il riscatto della dignità dell'uomo in quanto tale. Per me,
l'Illuminismo è quello che ho imparato e studiato sui libri
di un altro grande storico e amico, Franco Venturi. Ricordo
quando Franco venne per la prima volta a Torino, dopo il
confino e l'esilio in Francia, a Parigi. Ancora dominava il
fascismo, anche se il regime era ormai in crisi, e
sotterraneamente muoveva i primi passi il Partito d'azione.
Ecco, Venturi ci portò un soffio di spirito europeo, libero,
ricchissimo.
In Italia, nonostante i grandi intellettuali che ho citato,
la vita culturale era piuttosto angusta. Anche la censura
fascista era, tutto sommato, "perforabile" proprio perché
governata da ignoranti. Ricordo quando la polizia politica
venne a perquisire casa mia: mi sequestrarono libri
totalmente innocui, e non si accorsero di quelli, ben più
"eversivi" e compromettenti, che arricchivano la mia
biblioteca. E per fortuna li lasciarono lì: erano,
naturalmente, i più interessanti. Eppure vivere in una città
"aperta" come Torino fu, in quegli anni, un grande
privilegio. Non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare
sulla propria strada intellettuali come Ruffini e Omodeo, e
stringere amicizia con uomini del calibro di Giorgio Agosti
e Dante Livio Bianco. Ecco perché dico che la morale laica è
più difficile e faticosa da costruire, e dipende molto
dall'esperienza biografica di ciascun individuo che la vuole
coltivare.
Oggi, con questa ondata di revisionismo becero, si
rimprovera agli azionisti di essersi lasciati offuscare la
mente dalla pregiudiziale antifascista, al punto di non
vedere o non denunciare a sufficienza i crimini dello
stalinismo e i peccati del comunismo. È una tesi, oltreché
falsa, offensiva. Si dimentica che già nel 1935, a Parigi,
al congresso internazionale degli scrittori, Gaetano
Salvemini, uno dei nostri maestri, intervenne per denunciare
la mancanza delle libertà fondamentali non soltanto in
Germania e in Italia, ma anche in Unione Sovietica. Nel
1939, quando fu siglato il patto Ribbentrop-Molotov,
Giustizia e libertà lo definì subito, quasi in tempo reale,
"un monumento di perfidia". Nel 1945, appena finita la
guerra, mentre Tito era ancora pienamente inserito
nell'impero sovietico, il Partito d'azione attaccò le sue
pretese egemoniche su Trieste, di cui difese strenuamente
l'italianità. Ernesto Rossi era forse, negli anni Sessanta,
l'anticlericale più aspro, il vero erede spirituale di
Salvemini. Il 15 gennaio 1967 mi scrisse una lettera,
l'ultima, pochi mesi prima di morire, proprio nel periodo di
maggiore invadenza del clero sulla vita pubblica in Italia:
"Oggi in Italia", mi diceva, "i nostri più pericolosi
avversari sono i preti, non i comunisti. (...) Non si può
avere più tanti scrupoli a trovarci, in certe occasioni, in
compagnia anche dei comunisti. Solo bisogna stare molto
attenti a non lasciarci fregare a vantaggio dell'impero
sovietico. 'Si può mangiare la zuppa anche col diavolo',
dicono gli inglesi, 'ma bisogna adoprare un cucchiaio col
manico lungo'". Più chiaro di così...
Chi sbaglia deve essere punito
Mi è ricapitata fra le mani la prima lettera che mi scrisse
da Napoli Omodeo, in risposta a una che gli avevo scritto
io, il 27 novembre 1930. Avevo 21 anni, e gli avevo mandato
alcuni miei articoli, scritti per il giornale di Vercelli,
La Sesia. Allora ero così bizzarro e infatuato della cultura
tedesca che avevo escogitato uno pseudonimo, anagrammando e
rimaneggiando il mio nome, da Alessandro Galante a un
incredibile "Leonard von Sagental" ("la valle delle
leggende"). Lui, Omodeo, era già molto più adulto e
affermato. Aveva combattuto sul Carso, poi era stato
vicinissimo a Giovanni Gentile, che aveva tentato invano di
portare sulla sponda dell'antifascismo. E, non essendoci
riuscito, quando Gentile era divenuto un intellettuale
organico del fascismo, se n'era totalmente distaccato,
diventando un fedelissimo di Benedetto Croce. Nel '30, era
già un antifascista notorio. Il regime lo sapeva bene, e lo
teneva d'occhio: aveva sempre un poliziotto che lo seguiva
come un'ombra ovunque andasse, anche nei suoi viaggi da
Napoli a Torino. Quello che scriveva ai suoi amici, me
compreso, veniva esaminato in anticipo dalla censura, con
una lente di ingrandimento tanto occhiuta quanto ottusa. Le
sue parole andavano quindi lette in controluce, fra le
righe.
Un altro caposaldo della morale laica che ci ha animati è
l'etica della responsabilità: anch'essa non può che essere
personale. Eppure, oggi più che mai, l'idea di pagare di
persona le conseguenze delle proprie azioni, di essere
soggetti liberi di scegliere e di rispondere in proprio
delle scelte compiute, stenta ad affermarsi. In quella
stessa lettera di Jemolo sulla pena di morte (4 settembre
1967), leggo ancora: "Una cosa sono i principî di Beccaria,
ed altra il non volere le sanzioni. (...) L'Italia, (...)
questo formaggino tenero che è l'Italia. (...) Già vedo che
se questa Italia, che ha perduto l'idea che chi manca dev'essere
punito, si rialzerà, si rialzerà meno libera che non sia
oggi e che non fosse nel 1914". Parole che mi sembrano
grandemente profetiche, per i tempi che viviamo e ancor più
per quelli che, forse, ci apprestiamo a vivere. "Chi sbaglia
dev'essere punito": e invece il portato peggiore di questa
"nuova" politica è proprio la perdita di qualunque etica
della responsabilità, di qualunque collegamento fra il
delitto e il castigo, almeno per una classe dirigente che
pare ormai interessata soltanto a conquistarsi l'impunità,
salvo poi pretendere la "tolleranza zero" per i reati degli
altri. Se penso che questi signori sono gli stessi che
tacciano di "elitarismo" noi azionisti, beh, il mio sangue
ribolle... Dall'altra parte, ci sono i lasciti della cultura
catto-comunista, che ha sempre teso a scaricare sulla
società e sulla collettività le responsabilità dei singoli,
soprattutto per i reati "di strada": socializzazione delle
colpe, perdonismo, pietismo, rifiuto della pena e del
carcere, continue battaglie per l'amnistia e l'indulto.
Una cosa - diceva Jemolo - sono i principî di Beccaria,
un'altra è la sanzione che deve seguire a ogni mancanza.
Siamo rimasti, in un certo senso, quell'Italia "formaggino"
contro cui si scagliava Jemolo, con l'aggravante di un
ritorno di certe odiose aspirazioni alla "giustizia di
classe", forte coi deboli e debole coi forti. Che poi, in
questo momento, tende ad essere debole con tutti. Ed è
davvero stupefacente che tutto ciò avvenga con il contributo
fattivo del fronte che si dice "di destra".
I tradimenti di questa destra
"Caro Galante", mi scriveva in quella fine di novembre del
'30, da Napoli, "grazie della sua buona ed affettuosa
lettera. M'ha commosso: non per le lodi (...) ma per un
commosso giovanile affanno, un anelito verso le vette, che
mi ricorda quello dei due alpini di Vercelli (i fratelli
Garrone, n. d. c.). Accolgo ciò come una speranza di questi
tempi in cui mi pare che la gioventù si rinchiuda in cinica
indifferenza verso tutto e tutti. E m'ha commosso vedere
come l'opera mia, che io svolgo in amara solitudine, senza
il senso della sua efficacia, quasi per testardaggine, non
passi del tutto inosservata, susciti echi e consensi
all'altro capo d'Italia. Mi creda, lei mi ha dato un
conforto grande in momenti in cui deluso da troppi uomini,
da tanti amici coi quali credevo di dover percorrere la mia
via, dalla scuola, metto tutto me stesso nell'attività di
scrittore e di studioso. (...) Le mando alcune copie (...)
della prima parte del mio saggio sui Garrone: (...) io ho
pensato di mettere proprio al vertice della mia ricerca
sugli epistolari di guerra i due Garrone, come le figure
rappresentative di ciò che spiritualmente significò la
nostra guerra. (...) Alla sua nonna esprima il sentimento di
venerazione che io provo per colei che s'incinse nei due
gloriosissimi alpini d'Italia".
Questa destra italiana, anzi all'italiana, non ha nulla del
rigore e dell'intransigenza che contraddistinguevano la
destra storica risorgimentale e liberale, e non è neppure
lontana parente di quelle degli altri paesi europei ed
extraeuropei. Io ho conosciuto un uomo di destra liberale,
Indro Montanelli, mio coetaneo: abbiamo litigato per
decenni, soprattutto sull'interpretazione e sul ruolo della
guerra di Liberazione. Ma ho sempre nutrito nei suoi
confronti sentimenti di stima e simpatia, che credo
ricambiati. Quando andavo a Milano per le mie ricerche
storiche, lo incontravo spesso fuori dal suo giornale, in
centro, e allora avevamo preso l'abitudine di passeggiare a
lungo insieme, dalla Galleria del Duomo per le vie di
Milano. Quando scriveva i volumi della sua storia d'Italia,
Montanelli mi chiedeva talvolta qualche consiglio e qualche
libro, poi mi mandava i suoi, freschi di stampa. Ricordo
che, a proposito dell'Italia del Sei-Settecento, mi
preannunciò che avrebbe "saccheggiato" qualche mio scritto.
E quando il libro fu pronto, me lo spedì dedicato "Ad
Alessandro Galante Garrone, dopo il saccheggio". Ebbi la
tentazione di rispondergli, scherzosamente: "Peccato che mi
abbia saccheggiato troppo poco". Ma sarebbe stato un peccato
di orgoglio, e rinunciai.
Appena questa "nuova" destra s'è affacciata all'orizzonte,
Montanelli ha avuto il merito di metterne tutti in guardia e
di prenderne le distanze. Lui più di me, per la sua
provenienza, non si dà pace per la deriva della destra
nostrana che ha tagliato i ponti con la cultura della destra
storica. Lui, Montanelli, è forse l'ultimo esemplare
pregiato di una destra liberale, che non c'è più.
Erano tutte sottili allusioni al fascismo. La cinica
indifferenza della gioventù, l'amara solitudine, la
delusione dai tanti amici intellettuali che avevano voltato
gabbana e si erano prostrati dinanzi ai nuovi padroni
d'Italia. Mi sembrano, fra l'altro, espressioni e concetti
attualissimi. Più che mai validi per quest'Italia del 2000,
per questi tempi non sicuramente paragonabili a quelli di
settant'anni fa, ma pur sempre preoccupanti, soprattutto per
le prospettive del nostro immediato futuro.
Il coraggio che oggi ci manca
Il neoclericalismo senza oppositori
Oggi quel che più preoccupa e amareggia è la mancanza di
franchezza, e forse di coraggio, di tanti uomini pubblici,
anche fra i più vicini a noi. Mi piacerebbe poter
trasmettere loro il coraggio, la franchezza, la fierezza di
quelli che ho chiamato in un mio scritto "i miei maggiori".
Penso ancora a Francesco Ruffini, il mio maestro di libertà.
Non ho mai dimenticato la prima volta in cui lo vidi entrare
nell'aula dell'università: era la mia prima lezione in
assoluto da studente, alla fine di novembre del 1926.
Lui non era più molto giovane, eppure salì con grande
agilità la scaletta di legno che portava al pulpito dei
vecchi professori. Occhi azzurri, fronte spaziosa, lunga
barba bianca: non poteva che essere antifascista. Con la
stessa fierezza si alzava in Senato per difendere, finché
gli fu concesso, le libertà statutarie travolte ad una ad
una dal regime. Nel 1928 una masnada di studenti del Guf
organizzò una gazzarra per contestarlo. Credo che nessuno di
noi suoi allievi, nemmeno quelli che si erano lasciati
abbacinare dal fascismo, vi abbia partecipato. Lui comunque
passò fra i suoi contestatori, nel cortile dell'università,
senza fare una piega. Nemmeno sfiorato da tanta volgarità.
Allo stesso modo si era comportato, la testa alta e lo
sguardo limpido, tre anni prima, nel novembre del '25,
quando fra gli schiamazzi dei fascisti e dei loro compari,
aveva sfidato il regime nascente in pieno Senato: "La
libertà", aveva detto, "non rappresenta per me solamente il
supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella
polare a cui si è indirizzata sempre quella qualunque mia
attività didattica e scientifica, la quale può non aver
contato proprio nulla, ma che per me conta più che tutto,
perché essa è stata ed è la ragione stessa della mia vita
spirituale.
Così che, se alla libertà per opportunismo, per utile, o per
paura io non tenessi fede, mi parrebbe di essere vissuto
invano e di perdere insieme la stessa ragione di vivere. E a
me accadrebbe davvero propter vitam vivendi perdere causam".
Sei anni dopo, nel 1931, avrebbe rifiutato di giurare
fedeltà al regime fascista, insieme ad altri 12 professori
universitari (suo figlio Edoardo compreso) che con quell'atto
di estremo coraggio rinunciarono ipso facto
all'insegnamento.
Ecco, sono questi i valori che mi hanno trasmesso quelli che
ho chiamato "i miei maggiori" (con un'espressione magari un
po' retorica: mio fratello Carlo, scherzosamente, si
riprometteva di scrivere un giorno I miei tenenti).
Valori che poi ci hanno come "marchiati" sulla pelle viva
negli anni della guerra di Liberazione: quando nulla era più
chiacchiera accademica, quando i principi%u02C6 e i valori
imparati sui libri, discussi e predicati per anni entravano
nella carne di uomini chiamati a scelte drammatiche e
irrevocabili.
Chi ha fede ha una marcia in più?
Dicevo, all'inizio, del riaffacciarsi prepotente della
questione clericale in Italia, sull'onda del Giubileo. Con
una sequela impressionante di rivendicazioni da parte del
Vaticano, su questioni che investono le competenze dello
Stato laico: dai finanziamenti alla scuola privata all'ora
di religione, dalla distribuzione della cosiddetta "pillola
del giorno dopo" agli attacchi contro la magistratura per le
indagini su un noto prelato di Napoli, dagli strepiti per
l'amnistia a certi bizzarri e sgangherati tentativi di
riscrivere il passato in chiave revisionista (contro il
Risorgimento e in difesa nientemeno che dei sanfedisti del
cardinal Ruffo), dalla beatificazione di Pio IX a una serie
di spudorate alterazioni della Storia, in una gara senza
fine a chi costruisce più fantocci da usare politicamente
per gli interessi politici del momento.
A questo proposito, non mi meraviglia tanto l'atteggiamento
della Chiesa, che intravede un cedimento evidente della
politica e delle istituzioni, e ne approfitta da par suo. Mi
meraviglia l'atteggiamento della politica e soprattutto
delle istituzioni dello Stato.
Di ritorno dal raduno oceanico sotto il palco del papa a Tor
Vergata, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha
ripetuto una sua vecchia tesi: quella secondo cui - in
estrema sintesi - "chi ha la fede ha una marcia in più
rispetto a noi laici". Io non vedo proprio come si possa
generalizzare a questo modo. E non capisco questa sorta di
complesso di inferiorità che sembra trasparire dalle sue
parole. Riuscire a mobilitare le masse intorno a una figura
carismatica come quella del papa, non è di per sé un valore.
Se dovessimo misurare il valore delle persone e delle fedi
dalla loro capacità di attirare folle e applausi, dovremmo
dare giudizi storici strampalati (e talora ribaltati) su
tutti i fenomeni e gli atteggiamenti sociali a cui un paese
si abbandona, anche i più irrazionali e deleteri: dal
consenso strabordante riscosso da alcuni regimi
dittatoriali, agli indici di gradimento per certe
trasmissioni diseducative e volgari, alle follie che si
commettono ogni domenica per una partita di calcio (da non
confondere con la passione e il pathos per la propria
squadra del cuore; una passione che anch'io, vercellese nato
all'epoca della grande Pro Vercelli dei sette scudetti, ho
coltivato fino ad oggi; ma un conto è guardare una bella
partita della "mia" Juventus per rilassarsi e divertirsi con
un po' di bel gioco, quando c'è, senza doversene affatto
vergognare, un altro è abbandonarsi a scene di isteria e di
violenza collettiva). No, non credo che la questione stia in
questi termini. Anche la morale laica ha le sue "marce in
più", anche se più difficili da innestare.
L'affettata indifferenza generale, anzi, peggio:
l'accantonamento del problema. Nessuno che abbia posto la
questione di come fronteggiare da posizioni serie, solide,
pensate, non pregiudiziali né in un senso né nell'altro,
questa crescente invadenza neoclericale.
Di fronte a tanta acquiescenza, viene quasi da rimpiangere i
vecchi democristiani, che le prerogative dello Stato laico
sapevano difenderle meglio di certi "laici" di oggi. Ancora
l'anno scorso, se non ricordo male, l'ex presidente Oscar
Luigi Scalfaro oppose un netto rifiuto a non so quale
intromissione dei vescovi sul problema dei soldi alla scuole
cattoliche, invitandoli a restare al loro posto. Scalfaro -
lo dico per inciso - ha svolto in questi anni difficili una
funzione positiva, in difesa delle istituzioni dai vari
pericoli che di volta in volta le minacciavano. Mi ha
scritto più volte lettere di pieno consenso che, da un
cattolico praticante come lui, non mi sarei aspettato così
affettuose e "simpatizzanti". Non credo che celassero un
calcolo politico, trattandosi di un carteggio strettamente
privato. Penso che il loro autore fosse sincero. Nella sua
posizione, con la sua fede e la sua storia, ha avuto un
certo coraggio a "compromettersi" con un tipo come me. Di
lui conservo un buon ricordo, da uomo di Stato ha sempre
saputo astrarsi dalle sue inclinazioni confessionali. E
durante i momenti di maggiore attacco alla magistratura di
Milano e di Palermo, ha saputo prendere anche in pubblico
posizioni coraggiose e non certo comode, che vorrei veder
prendere oggi da chi siede nelle istituzioni.
C'è però un'altra obiezione: non solo la morale laica è più
ostica di quella religiosa. Essa sarebbe anche
aristocratica, elitaria, non alla portata di tutti. Questi
pericoli esistono. Il rischio di non riuscire a diffonderla
e ad affermarla tra la gente comune, fra quelle che un tempo
si dicevano "le masse", è sempre in agguato.
Come quello di indurre i suoi detentori, o presunti tali, al
sommo peccato d'orgoglio di chiudersi nella torre d'avorio,
di montare in cattedra, di puntare il dito, di arroccarsi in
una élite.
Io mi batterò sempre perché la morale laica venga intesa in
senso universale, problematicamente discussa e anche
contestata, messa continuamente alla prova con il dubbio e
l'esperienza della vita. Sempre tentando di trasmetterla a
tutti. Con l'esempio concreto e con le parole più semplici e
chiare, senza fronzoli, nella sua essenza elementare. È vero
che essa rimarrà sempre un fatto individuale, un continuo
confronto con la propria coscienza: perché la morale laica
deve attingere a se stessa, all'interno dei valori umani,
senza inseguire "puntelli" trascendenti. Ma guai a farla
calare dall'alto, come dispensata con orgoglio da chi ha
raggiunto (o meglio, crede di aver raggiunto) un grado
superiore di cultura. Ecco: sfrondarla di tutte le
soprastrutture tipiche di chi, aristocraticamente, la
ritiene riservata alle persone colte ed elette, è il compito
più arduo. Molto più facile, la morale, per i portatori di
una fede: non solo religiosa, ma anche politica (ad esempio,
il comunismo). Ma per costoro è anche molto più facile il
pericolo di cadere nell'intolleranza, come le nostre due
Chiese - la cattolica e la comunista - hanno dimostrato.
Anche se, tutto sommato, in Italia, la versione
democristiana del cattolicesimo ha garantito molta più
tolleranza di quanta non ci avrebbero lasciato i comunisti.
La questione dei finanziamenti pubblici alle scuole private
è emblematica. Nella Costituzione, mai abrogata, c'è scritto
"senza oneri per lo Stato". Più chiaro di così! Invece, con
argomentazioni capziose e mistificazioni reiterate, il
governo ha trovato il modo di finanziare le scuole
confessionali surrettiziamente, con fondi dello Stato. E lo
stesso stanno facendo alcune regioni. E poi l'ora di
religione: trovo davvero singolare che si continui a
insegnare quella cattolica e basta, anche se non si ha il
coraggio di dirlo ufficialmente. Tant'è che gli insegnanti
di religione vengono designati dai vescovi, non dallo Stato.
E questo in una scuola che dovrebbe essere "pubblica", cioè
di tutti! In uno Stato laico, gli insegnanti di religione
dovrebbero essere di nomina pubblica, come quelli di tutte
le altre materie. E l'ora di religione andrebbe sostituita
con la storia delle religioni. Per fare cultura, non
proselitismo. Ma anche questo non sembra interessare ai più.
E, a questo proposito, vorrei spendere due parole su questa
ridicola e ignorantissima equazione che oggi vien fatta fra
noi azionisti e i comunisti, quasi che fossimo pressappoco
la stessa cosa. Per quel che mi riguarda, le due Chiese le
ho conosciute entrambe, ed entrambe le ho respinte, non
avendone mai subito il fascino. Ho subito invece il fascino
di alcuni cattolici e di alcuni comunisti. Dei cattolici ho
già detto. Quanto ai comunisti, i migliori li conobbi
durante la clandestinità del Partito d'azione, sullo scorcio
del regime fascista. Due comunisti purissimi, integrali e
integralisti: un operaio e un piccolo impiegato, con cui
avevo contatti segreti prima della guerra di Liberazione. Mi
colpivano e mi affascinavano perché ricercavano il senso più
profondo della loro utopia, un'utopia riservata a pochi,
vissuta con lo strano orgoglio dei privilegiati. Non avevano
nulla a che vedere con il partito-massa, e nemmeno con il
futuro partito "togliattizzato". Infatti furono subito
"riassorbiti" e, durante la Resistenza, scomparvero.
Troppo puri per convivere con Togliatti. E io non potevo non
capirli, avendo assistito ai tradimenti e alle
spregiudicatezze del Partito comunista, sia durante sia dopo
la Resistenza.
Oggi, con questa ondata di revisionismo becero, si
rimprovera agli azionisti di essersi lasciati offuscare la
mente dalla pregiudiziale antifascista, al punto di non
vedere o non denunciare a sufficienza i crimini dello
stalinismo e i peccati del comunismo. È una tesi, oltreché
falsa, offensiva. Si dimentica che già nel 1935, a Parigi,
al congresso internazionale degli scrittori, Gaetano
Salvemini, uno dei nostri maestri, intervenne per denunciare
la mancanza delle libertà fondamentali non soltanto in
Germania e in Italia, ma anche in Unione Sovietica. Nel
1939, quando fu siglato il patto Ribbentrop-Molotov,
Giustizia e libertà lo definì subito, quasi in tempo reale,
"un monumento di perfidia". Nel 1945, appena finita la
guerra, mentre Tito era ancora pienamente inserito
nell'impero sovietico, il Partito d'azione attaccò le sue
pretese egemoniche su Trieste, di cui difese strenuamente
l'italianità. Ernesto Rossi era forse, negli anni Sessanta,
l'anticlericale più aspro, il vero erede spirituale di
Salvemini. Il 15 gennaio 1967 mi scrisse una lettera,
l'ultima, pochi mesi prima di morire, proprio nel periodo di
maggiore invadenza del clero sulla vita pubblica in Italia:
"Oggi in Italia", mi diceva, "i nostri più pericolosi
avversari sono i preti, non i comunisti. (...) Non si può
avere più tanti scrupoli a trovarci, in certe occasioni, in
compagnia anche dei comunisti. Solo bisogna stare molto
attenti a non lasciarci fregare a vantaggio dell'impero
sovietico. 'Si può mangiare la zuppa anche col diavolo',
dicono gli inglesi, 'ma bisogna adoprare un cucchiaio col
manico lungo'". Più chiaro di così...
Chi sbaglia deve essere punito
Manca la schiettezza, la sincerità, addirittura il coraggio
di affrontare liberamente i temi fondamentali della vita e
della morte. Penso all'accoglienza quasi incredula che ha
suscitato una recente uscita di Montanelli sull'eutanasia.
Tabù anche quello. Eppure di che cosa dovrebbero discutere
degli uomini liberi se non dei momenti cruciali della loro
esistenza? Io, ad esempio, condivido soltanto in parte
l'opinione di Montanelli in proposito. Ciascuno - è vero - è
padrone della propria vita. E ha il diritto di "staccare la
spina" quando lo coglie lo sfinimento, la ribellione a una
vita che non è più vita per la vecchiaia o la malattia o il
dolore o la disperazione. Ma soltanto a condizione che possa
provvedere da solo. In questo caso, comprendo la sua scelta
e compiango la sua sorte: mai mi sentirei di criticarlo o
condannarlo. Ma qui mi fermo. Per chi ha bisogno dell'aiuto
di un'altra persona - un medico, un parente, un amico - per
raggiungere questo stesso risultato, non credo che si possa
fare nulla. Ognuno è padrone della propria vita e della
propria morte, ma non di quelle altrui. In questi casi, in
linea generale, sono contrarissimo all'eutanasia. Uno può
darsela, la morte. Informarsi sul modo. Ma chiedere il
concorso di un altro mi lascia molto perplesso: altrimenti,
per fare un esempio, come stabilire se la decisione del
morituro è una scelta definitiva e consapevole, o non è
invece soltanto il frutto di un cedimento momentaneo?
Avevo un amico carissimo: Edoardo Ruffini, figlio del mio
professore e secondo padre, Francesco. Anche lui, come suo
padre, aveva rifiutato nel 1931 di prestare il giuramento al
fascismo, e fu una scelta dolorosissima visto che, a
differenza di suo padre (che stava per andare in pensione),
aveva appena iniziato la carriera universitaria. Eravamo
pressappoco coetanei, come fratelli. La sua vita è stata
funestata da una sequela incredibile di disgrazie
famigliari, una più terribile dell'altra, culminate con la
morte di un figlio e una figlia. Alla fine Edoardo aveva
raggiunto un'infelicità cupissima, irreversibile. Un giorno,
giunto allo stremo, decise di togliersi la vita insieme alla
moglie. Credo che fossero intorno ai sessant'anni.
Ingerirono delle pastiglie, e si addormentarono insieme, per
sempre. Fu, la loro, una bellissima fine. Ma da soli,
ciascuno per sé. Senza coinvolgere altri.
I tradimenti di questa sinistra
Un altro caposaldo della morale laica che ci ha animati è
l'etica della responsabilità: anch'essa non può che essere
personale. Eppure, oggi più che mai, l'idea di pagare di
persona le conseguenze delle proprie azioni, di essere
soggetti liberi di scegliere e di rispondere in proprio
delle scelte compiute, stenta ad affermarsi. In quella
stessa lettera di Jemolo sulla pena di morte (4 settembre
1967), leggo ancora: "Una cosa sono i principî di Beccaria,
ed altra il non volere le sanzioni. (...) L'Italia, (...)
questo formaggino tenero che è l'Italia. (...) Già vedo che
se questa Italia, che ha perduto l'idea che chi manca dev'essere
punito, si rialzerà, si rialzerà meno libera che non sia
oggi e che non fosse nel 1914". Parole che mi sembrano
grandemente profetiche, per i tempi che viviamo e ancor più
per quelli che, forse, ci apprestiamo a vivere. "Chi sbaglia
dev'essere punito": e invece il portato peggiore di questa
"nuova" politica è proprio la perdita di qualunque etica
della responsabilità, di qualunque collegamento fra il
delitto e il castigo, almeno per una classe dirigente che
pare ormai interessata soltanto a conquistarsi l'impunità,
salvo poi pretendere la "tolleranza zero" per i reati degli
altri. Se penso che questi signori sono gli stessi che
tacciano di "elitarismo" noi azionisti, beh, il mio sangue
ribolle... Dall'altra parte, ci sono i lasciti della cultura
catto-comunista, che ha sempre teso a scaricare sulla
società e sulla collettività le responsabilità dei singoli,
soprattutto per i reati "di strada": socializzazione delle
colpe, perdonismo, pietismo, rifiuto della pena e del
carcere, continue battaglie per l'amnistia e l'indulto.
Una cosa - diceva Jemolo - sono i principî di Beccaria,
un'altra è la sanzione che deve seguire a ogni mancanza.
Siamo rimasti, in un certo senso, quell'Italia "formaggino"
contro cui si scagliava Jemolo, con l'aggravante di un
ritorno di certe odiose aspirazioni alla "giustizia di
classe", forte coi deboli e debole coi forti. Che poi, in
questo momento, tende ad essere debole con tutti. Ed è
davvero stupefacente che tutto ciò avvenga con il contributo
fattivo del fronte che si dice "di destra".
I tradimenti di questa destra
Di fronte a certe polemiche volgari e indecenti, troppo
spesso si tace o si finge di non sentire e vedere. Ma la
troppa prudenza sconfina a volte nella complicità. Capisco
che è difficile contrastare la marea montante: appena uno
afferma un principio o un'opinione con forza e senza
infingimenti, gli rovesciano addosso tonnellate di improperi
e di fango. Così i più preferiscono evitare, assecondare,
parlar d'altro. L'ho sperimentato in una recente polemica
meschina e piccina che ha riguardato anche me, a Torino,
senza peraltro che facessi nulla per esservi coinvolto. È
stata un'occasione, l'ennesima, per constatare il livello di
imbarbarimento cui siamo giunti, e il livello di
acquiescenza con cui viene generalmente accolto. Anche da
chi sento più vicino o meno lontano.
Questa destra italiana, anzi all'italiana, non ha nulla del
rigore e dell'intransigenza che contraddistinguevano la
destra storica risorgimentale e liberale, e non è neppure
lontana parente di quelle degli altri paesi europei ed
extraeuropei. Io ho conosciuto un uomo di destra liberale,
Indro Montanelli, mio coetaneo: abbiamo litigato per
decenni, soprattutto sull'interpretazione e sul ruolo della
guerra di Liberazione. Ma ho sempre nutrito nei suoi
confronti sentimenti di stima e simpatia, che credo
ricambiati. Quando andavo a Milano per le mie ricerche
storiche, lo incontravo spesso fuori dal suo giornale, in
centro, e allora avevamo preso l'abitudine di passeggiare a
lungo insieme, dalla Galleria del Duomo per le vie di
Milano. Quando scriveva i volumi della sua storia d'Italia,
Montanelli mi chiedeva talvolta qualche consiglio e qualche
libro, poi mi mandava i suoi, freschi di stampa. Ricordo
che, a proposito dell'Italia del Sei-Settecento, mi
preannunciò che avrebbe "saccheggiato" qualche mio scritto.
E quando il libro fu pronto, me lo spedì dedicato "Ad
Alessandro Galante Garrone, dopo il saccheggio". Ebbi la
tentazione di rispondergli, scherzosamente: "Peccato che mi
abbia saccheggiato troppo poco". Ma sarebbe stato un peccato
di orgoglio, e rinunciai.
Appena questa "nuova" destra s'è affacciata all'orizzonte,
Montanelli ha avuto il merito di metterne tutti in guardia e
di prenderne le distanze. Lui più di me, per la sua
provenienza, non si dà pace per la deriva della destra
nostrana che ha tagliato i ponti con la cultura della destra
storica. Lui, Montanelli, è forse l'ultimo esemplare
pregiato di una destra liberale, che non c'è più.
Il neoclericalismo senza oppositori
Dicevo, all'inizio, del riaffacciarsi prepotente della
questione clericale in Italia, sull'onda del Giubileo. Con
una sequela impressionante di rivendicazioni da parte del
Vaticano, su questioni che investono le competenze dello
Stato laico: dai finanziamenti alla scuola privata all'ora
di religione, dalla distribuzione della cosiddetta "pillola
del giorno dopo" agli attacchi contro la magistratura per le
indagini su un noto prelato di Napoli, dagli strepiti per
l'amnistia a certi bizzarri e sgangherati tentativi di
riscrivere il passato in chiave revisionista (contro il
Risorgimento e in difesa nientemeno che dei sanfedisti del
cardinal Ruffo), dalla beatificazione di Pio IX a una serie
di spudorate alterazioni della Storia, in una gara senza
fine a chi costruisce più fantocci da usare politicamente
per gli interessi politici del momento.
A questo proposito, non mi meraviglia tanto l'atteggiamento
della Chiesa, che intravede un cedimento evidente della
politica e delle istituzioni, e ne approfitta da par suo. Mi
meraviglia l'atteggiamento della politica e soprattutto
delle istituzioni dello Stato.
L'affettata indifferenza generale, anzi, peggio:
l'accantonamento del problema. Nessuno che abbia posto la
questione di come fronteggiare da posizioni serie, solide,
pensate, non pregiudiziali né in un senso né nell'altro,
questa crescente invadenza neoclericale.
Forse la prima avvisaglia di questa deriva si ebbe con
l'improvvido discorso di Luciano Violante, credo per
l'inaugurazione dell'attuale legislatura alla Camera dei
deputati: il discorso sui "ragazzi e le ragazze di Salò",
che in quel momento si prestava alle peggiori
strumentalizzazioni contingenti. In seguito, non da parte di
Violante ma un po' di tutto il centro-sinistra, mi ha
lasciato sconcertato il progressivo abbandono della
questione morale e del sostegno alla magistratura, con una
serie di riforme processuali e addirittura costituzionali
che hanno reso vani i processi contro Tangentopoli. E poi
l'ondata spaventosa di revisionismo che è seguita al
processo Andreotti (celebrato in un clima di ostilità o al
massimo di indifferenza da parte della politica), sebbene la
sentenza che l'ha assolto contenesse - mi pare - espressioni
non proprio lusinghiere sul conto dell'imputato. Ricordo
che, durante quel processo, scrissi per La Stampa un
commento piuttosto critico sul senatore a vita: pochi giorni
dopo, quel volpone di Andreotti mi mandò una lettera tutta
cerimoniosa, in cui addirittura mi ringraziava per le mie
parole. Lì ebbi la conferma del fatto che l'Italia non è mai
veramente cambiata. È rimasta un paese che, almeno in
politica, è incapace di discutere schiettamente, e quando
occorre anche duramente, sui valori di fondo e sulle
questioni che contano. Si passa dal pettegolezzo
all'insulto, ma si saltano a piè pari la sincerità e la
franchezza che si devono alle cose serie. In nome di una
malintesa "pacificazione", che autorizza i peggiori
compromessi.
Di fronte a tanta acquiescenza, viene quasi da rimpiangere i
vecchi democristiani, che le prerogative dello Stato laico
sapevano difenderle meglio di certi "laici" di oggi. Ancora
l'anno scorso, se non ricordo male, l'ex presidente Oscar
Luigi Scalfaro oppose un netto rifiuto a non so quale
intromissione dei vescovi sul problema dei soldi alla scuole
cattoliche, invitandoli a restare al loro posto. Scalfaro -
lo dico per inciso - ha svolto in questi anni difficili una
funzione positiva, in difesa delle istituzioni dai vari
pericoli che di volta in volta le minacciavano. Mi ha
scritto più volte lettere di pieno consenso che, da un
cattolico praticante come lui, non mi sarei aspettato così
affettuose e "simpatizzanti". Non credo che celassero un
calcolo politico, trattandosi di un carteggio strettamente
privato. Penso che il loro autore fosse sincero. Nella sua
posizione, con la sua fede e la sua storia, ha avuto un
certo coraggio a "compromettersi" con un tipo come me. Di
lui conservo un buon ricordo, da uomo di Stato ha sempre
saputo astrarsi dalle sue inclinazioni confessionali. E
durante i momenti di maggiore attacco alla magistratura di
Milano e di Palermo, ha saputo prendere anche in pubblico
posizioni coraggiose e non certo comode, che vorrei veder
prendere oggi da chi siede nelle istituzioni.
La questione dei finanziamenti pubblici alle scuole private
è emblematica. Nella Costituzione, mai abrogata, c'è scritto
"senza oneri per lo Stato". Più chiaro di così! Invece, con
argomentazioni capziose e mistificazioni reiterate, il
governo ha trovato il modo di finanziare le scuole
confessionali surrettiziamente, con fondi dello Stato. E lo
stesso stanno facendo alcune regioni. E poi l'ora di
religione: trovo davvero singolare che si continui a
insegnare quella cattolica e basta, anche se non si ha il
coraggio di dirlo ufficialmente. Tant'è che gli insegnanti
di religione vengono designati dai vescovi, non dallo Stato.
E questo in una scuola che dovrebbe essere "pubblica", cioè
di tutti! In uno Stato laico, gli insegnanti di religione
dovrebbero essere di nomina pubblica, come quelli di tutte
le altre materie. E l'ora di religione andrebbe sostituita
con la storia delle religioni. Per fare cultura, non
proselitismo. Ma anche questo non sembra interessare ai più.
Mi è dispiaciuto vedere una persona intelligente e perbene
come Massimo D'Alema perdersi dietro a calcoli che non
saprei definire altro che "togliattiani", e che alla fine
per giunta si sono rivelati sbagliati. Ecco: anche in
occasione della Bicamerale, chi avrebbe potuto e dovuto
parlare in difesa della nostra Carta costituzionale e dei
suoi valori fondanti, è rimasto zitto. Un'abdicazione
collettiva, una diserzione continua. Ricordo le vigorose
prese di posizione di MicroMega e di pochi altri amici
(subito etichettati come fanatici, giacobini, giustizialisti
e non so più cos'altro), cadute nel vuoto senza che nessuno
le raccogliesse. Il resto è stato silenzio. E se ora questa
destra dovesse vincere le elezioni e ritentare di metter
mano alla Costituzione, come potrà opporvisi chi fino a ieri
ha taciuto o acconsentito?
Queste cose bisognerebbe dirle forte, sbatterle sul naso di
chi ci ha lasciato questo amaro senso di delusione, alla
fine di una legislatura che era iniziata nel 1996 con tante
speranze. Di fronte a questa incapacità di parlare chiaro, a
questa abdicazione dal dovere morale di dire le cose
schiettamente, vorrei ricordare - da laico - il versetto
evangelico che tengo fra i più cari: "Il vostro parlare sia
sì sì no no, il resto viene dal maligno". Sarò fatto male,
sarò all'antica, ma credo che quando una cosa non si riesce
a mandarla giù, non resti che sputarla fuori, anche a costo
di scontentare qualcuno. Invece chi interviene, come è
capitato talvolta di fare anche a me, in difesa della
Costituzione e della magistratura, in favore di una legge
antitrust e contro il conflitto d'interessi, viene subito
zittito come un visionario, un rompiscatole, un comunista.
Si è perduta una grande occasione anche per tentare di
ripristinare il senso di legalità. Anziché accelerare i
processi, li si è vieppiù rallentati con provvedimenti
legislativi a dir poco infelici, che hanno affossato Mani
Pulite con lo strumento della prescrizione. Ho rivissuto, in
questi anni, la frustrazione per la mancata epurazione del
dopoguerra. Dalla Liberazione in poi, la classe politica ha
sempre fatto poco o nulla contro il sistema della
corruzione. Anche allora, l'epurazione partì da basso, e non
dall'alto, dai vertici, che furono sostanzialmente
risparmiati. Oggi, cinquant'anni dopo, ci siamo ritrovati
con gli stessi problemi di allora. Oggi come allora, la
parola d'ordine è "continuità". Allora i vecchi notabili
sopravvissuti al fascismo si riciclarono ai vertici
dell'Italia repubblicana. Così come oggi ha fatto,
nonostante le speranze suscitate da Mani Pulite e dalla
"primavera" di Palermo, il notabilato della Prima
Repubblica, trapiantato senza cesura alcuna nella Seconda.
Intanto si continua a parlare della riforma della pubblica
amministrazione malata di burocrazia. Come se fosse una
grande scoperta.
Esattamente come mezzo secolo fa. E chiunque pronunci ancora
espressioni del tipo "questione morale" o "legalità" viene
tacciato di "giustizialismo": un termine che fa accapponare
la pelle.
I pericoli del nostro futuro
Non nascondo di essere amareggiato, deluso, stanco e
sfiduciato. Anche perché vedo che il risultato di questo
afflosciarsi collettivo del centro-sinistra - che io mi
auguro provvisorio e ancora rimediabile - è il dilagare
dello scontento fra gli elettori progressisti e
l'incredibile ritorno di fiamma di Berlusconi. Una
prospettiva che mi spaventa: per le possibili, ulteriori
manomissioni della Costituzione e, temo, del codice penale;
per le ulteriori lesioni alla laicità dello Stato e alla sua
unità; e poi per questo dilagare di volgarità e incultura
(il Cavaliere che annuncia in televisione la sua prossima
visita al papà dei fratelli Cervi!), simboleggiato da quel
ghigno che campeggia sui muri d'Italia, con manifesti pieni
di bestialità e promesse impossibili da mantenere. Quel
sorriso falso, tipico di chi non crede in nulla se non nel
denaro che ha accumulato. Fa paura un paese disposto -
almeno stando alle previsioni di certuni - a farsi
turlupinare un'altra volta da un uomo così spaventosamente
mediocre. Ma fa paura anche una politica ridotta a
spettacolo televisivo, basata su elementi di pura
suggestione: non a caso anche la sinistra si è vista
costretta a rincorrere su quello stesso terreno, presentando
Francesco Rutelli, temo, non per le sue qualità - delle
quali non dubito - ma per le sue sembianze esteriori, per la
sua avvenenza.
Manca la schiettezza, la sincerità, addirittura il coraggio
di affrontare liberamente i temi fondamentali della vita e
della morte. Penso all'accoglienza quasi incredula che ha
suscitato una recente uscita di Montanelli sull'eutanasia.
Tabù anche quello. Eppure di che cosa dovrebbero discutere
degli uomini liberi se non dei momenti cruciali della loro
esistenza? Io, ad esempio, condivido soltanto in parte
l'opinione di Montanelli in proposito. Ciascuno - è vero - è
padrone della propria vita. E ha il diritto di "staccare la
spina" quando lo coglie lo sfinimento, la ribellione a una
vita che non è più vita per la vecchiaia o la malattia o il
dolore o la disperazione. Ma soltanto a condizione che possa
provvedere da solo. In questo caso, comprendo la sua scelta
e compiango la sua sorte: mai mi sentirei di criticarlo o
condannarlo. Ma qui mi fermo. Per chi ha bisogno dell'aiuto
di un'altra persona - un medico, un parente, un amico - per
raggiungere questo stesso risultato, non credo che si possa
fare nulla. Ognuno è padrone della propria vita e della
propria morte, ma non di quelle altrui. In questi casi, in
linea generale, sono contrarissimo all'eutanasia. Uno può
darsela, la morte. Informarsi sul modo. Ma chiedere il
concorso di un altro mi lascia molto perplesso: altrimenti,
per fare un esempio, come stabilire se la decisione del
morituro è una scelta definitiva e consapevole, o non è
invece soltanto il frutto di un cedimento momentaneo?
Ecco, il pericolo di un ritorno di Berlusconi c'è: sarebbe
una cosa deleteria, un altro passo verso l'abisso, ma in
questo momento sembra essere lo sbocco più naturale, se non
ci fermiamo in tempo. Io non voglio ancora rassegnarmi
all'idea che ciò sia ineluttabile, ma certo le
responsabilità dell'altra parte sono gravi, per quanto è
stato fatto e detto, ma ancor più per quanto non è stato
fatto e non è stato detto in questi cinque anni.
Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato applicare la legge
sull'ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche,
che non è una legge giacobina o comunista, ma porta la data
del 1957 e la firma di Alcide De Gasperi: da anni, insieme
agli amici Bobbio, Sylos Labini, Veltri e Flores d'Arcais,
lo vado ripetendo con quel po' di voce che mi è rimasta, e
vedo che solo ora, proprio alla vigilia delle elezioni,
importanti esponenti del centro-sinistra sembrano darmi
ragione. Ma che cosa hanno fatto in tutti questi anni,
invece di applicare quella legge e spazzare via il mostruoso
conflitto di interessi che ammorba la vita pubblica
italiana? Ma lo comprendono oppure no che, con questo
monopolio dell'informazione, si fa credere all'opinione
pubblica quel che si vuole?
L'ho sperimentato ancora pochi mesi fa, quest'estate, alla
morte di Edgardo Sogno. Ho espresso concetti di simpatia,
che credo non siano piaciuti a molti miei amici, sulla
figura di Sogno. Ho detto che è stato un sincero
democratico, un antifascista davvero eroico, al quale ho
visto fare cose incredibili come il tentativo di liberare
Ferruccio Parri dalla prigione nazista. Ho soltanto aggiunto
che non era un gran cervello politico, e aveva commesso
alcuni errori, ma non tali da farne un golpista.
Incredibilmente, l'indomani, mi sono ritrovato iscritto
d'ufficio fra i nemici di Sogno da qualcuno che non sapeva,
o non voleva, leggere. A questo punto, capisco chi non parla
più.
Avevo un amico carissimo: Edoardo Ruffini, figlio del mio
professore e secondo padre, Francesco. Anche lui, come suo
padre, aveva rifiutato nel 1931 di prestare il giuramento al
fascismo, e fu una scelta dolorosissima visto che, a
differenza di suo padre (che stava per andare in pensione),
aveva appena iniziato la carriera universitaria. Eravamo
pressappoco coetanei, come fratelli. La sua vita è stata
funestata da una sequela incredibile di disgrazie
famigliari, una più terribile dell'altra, culminate con la
morte di un figlio e una figlia. Alla fine Edoardo aveva
raggiunto un'infelicità cupissima, irreversibile. Un giorno,
giunto allo stremo, decise di togliersi la vita insieme alla
moglie. Credo che fossero intorno ai sessant'anni.
Ingerirono delle pastiglie, e si addormentarono insieme, per
sempre. Fu, la loro, una bellissima fine. Ma da soli,
ciascuno per sé. Senza coinvolgere altri.
I tradimenti di questa sinistra
Che fare di fronte all'imbarbarimento presente e a quello,
che speriamo ancora di scongiurare, prossimo venturo? Mi
soccorre ancora una volta (l'ultima, il lettore si
rassicuri!) il mio maestro Adolfo Omodeo. Il quale, il 20
dicembre del 1930, mi scriveva, sfidando la censura con
allusioni sempre più esplicite e temerarie al regime che
dilagava allora: "Capisco, figliuolo, tutta l'angustia sua,
che è poi mia e di mille altri, e vorrei poter venire una
volta o l'altra a Torino, e conversare con lei di tante
cose. Per lettera è difficile. Una cosa però deve
confortarci: che, se anche la volgarità s'accanisce contro
di noi, che custodiamo con devozione la luce della cultura e
la religione delle memorie, noi finalmente trionferemo. Il
mondo non può vivere senza quella luce, sia che pel momento
imbarbarisca per l'irrompere dei barbari, sia che
s'imbarbarisca nel godimento delle tecniche meccaniche del
momento e della civiltà goda il lato esterno e non lo
spirito intimo. Perciò ritorneremo a quella interiorità in
cui poniamo il pregio della vita. La questione può esser di
prima o di poi: se noi saremo chiamati a parte del successo,
o morremo come Mosè prima di toccar la terra promessa. Ma
ciò fa nulla, e col Mazzini ripeteremo: ora e sempre. Quanto
più sentiremo questa fiducia, tanto più la trasfonderemo
negli altri. Un tempo provavo sgomenti profondi per la sorte
della nostra civiltà; e ora invece sento una ripresa: sento
di poter trovare compagni di fede e d'opera". A me pare che
questa vecchia lettera un po' ingiallita parli ancora agli
italiani del 2000.
(a cura di Marco Travaglio e Paolo Borgna)
(30 ottobre 2003) |